giovedì 20 agosto 2026

Da Tersite a Belpietro

 


Quasi tremila anni fa, nell’Iliade, Omero mise in scena Tersite. È una figura sorprendentemente moderna. Tersite non è un filosofo e neppure semplicemente uno stupido. Qualcosa da dire ce l’ha. Accusa Agamennone di avidità, di accumulare privilegi mentre gli Achei combattono e muoiono, e invita i guerrieri a tornarsene a casa (Iliade, Libro II, vv.198-297)

Il problema è come lo dice. Tersite insulta, provoca, esagera. Le sue parole sono disordinate e Omero sottolinea che parla per suscitare il riso degli Achei. Non costruisce un’argomentazione: costruisce una scena. Non cerca di convincere: cerca di eccitare l’assemblea.

È difficile non pensare a Tersite leggendo la prima pagina odierna della “Verità”: I soldi per tagliare le accise se li mangiano Zelensky & C.

 

È un titolo perfetto. Non perché sia perfetto giornalisticamente, ma perché è quasi un piccolo manuale di ciò che sta diventando una parte del giornalismo contemporaneo.

La notizia riguarda un’indagine che coinvolge persone vicine allo staff del presidente ucraino. Il titolo compie però immediatamente un salto: dalle responsabilità individuali evocate dall’indagine passa a Zelensky, da Zelensky alla guerra in Ucraina e dalla guerra direttamente alle tasche degli italiani.

Tutto in una riga.

Nessuna distinzione, nessun passaggio intermedio. E soprattutto nessuna domanda. Il lettore non deve capire. Deve indignarsi. Ecco il punto.

Invece il titolo giornalistico dovrebbe essere una porta d’ingresso verso una notizia. Qui diventa invece una conclusione anticipata, confezionata per essere fotografata, rilanciata e consumata sui social.

Il giornalismo dovrebbe fare una cosa che l’ambiente dei social tende a rendere sempre più difficile: distinguere. Un fatto da un’opinione, una responsabilità individuale da una responsabilità politica, un’inchiesta da una sentenza, un sospetto da una prova, una correlazione da una causa.

Dovrebbe restituire al lettore il contesto che il frammento mediatico gli sottrae.

Il giornalismo tersiteo fa il contrario. Prende la complessità, la comprime; prende una vicenda, la personalizza; prende una questione, trova un colpevole; prende un problema, lo trasforma in uno scandalo.

Tersite, in fondo, faceva qualcosa di simile. Non era privo di argomenti. Era privo della disciplina dell’argomentazione.

E questa distinzione è fondamentale. Perché una parte decisiva della civiltà occidentale è nata anche dal tentativo di sottrarre la parola pubblica alla pura forza dell’urlo. Da Socrate a Platone, da Aristotele in poi, la filosofia occidentale ha cercato di sottoporre la parola pubblica alla prova della ragione, del dialogo e dell’argomentazione. Secolo dopo secolo abbiamo costruito l’idea che una società libera abbia bisogno di cittadini capaci di giudicare.

Adesso rischiamo di tornare indietro.Non perché siano tornati gli analfabeti. Ma perché anche persone istruite vengono quotidianamente educate a reagire prima di pensare.

E non è soltanto una responsabilità della destra.

La destra ha certamente coltivato con particolare efficacia il linguaggio del nemico, dell’emergenza, dello scandalo. Ha capito che nella politica contemporanea il titolo conta spesso più dell’argomento.

Ma la sinistra non scherza. Anche una parte della sinistra ha sostituito l’argomentazione con l’indignazione, la discussione con la delegittimazione morale dell’avversario. Cambiano i bersagli, non sempre il metodo. Un esempio recente è il caso Ranucci. Di fronte alle critiche rivolte al conduttore di “Report”, una parte dell’area progressista ha reagito trasformando la critica al giornalista in un attacco al giornalismo d’inchiesta e, per questa via, alla libertà di stampa. È una scorciatoia morale: invece di discutere nel merito ciò che un giornalista fa o dice, si delegittima chi lo critica. Cambiano gli schieramenti, ma il meccanismo è curiosamente lo stesso.

Il problema, dunque, non è soltanto “La Verità”. Quel titolo è un caso di scuola. Il problema è una trasformazione più generale dello spazio pubblico: la tersitizzazione della parola politica e giornalistica.

Il giornalismo che insegue i social rischia di dimenticare ciò che lo distingue dai social: il tempo della verifica, il contesto, la complessità, la possibilità di dire che una cosa è più complicata di come appare.

Perché un articolo che ricostruisce una guerra richiede storia, geopolitica, economia, diritto internazionale. Un titolo come “Se li mangiano Zelensky & C” richiede sette parole. E quelle sette parole sono immediatamente condivisibili.

Il giornalismo non informa più un pubblico: rischia di addestrarlo a reagire.

Tersite aveva un’assemblea davanti a sé. Il Tersite contemporaneo ha l’algoritmo.

Ma c’è una differenza. Nell’Iliade, Tersite viene zittito da Odisseo con un colpo di scettro sulla schiena e cacciato dall’assemblea tra le risate degli Achei. Noi, invece, non lo cacciamo affatto. Ci sguazziamo dentro. Abbiamo trasformato il tersitismo da comportamento da censurare in una tecnica di comunicazione da premiare: più provoca, più semplifica, più indigna, più circola.

E qui sta il paradosso finale. Abbiamo alle spalle quasi tremila anni di filosofia, di diritto, di scienza, di libertà di stampa, di discussione pubblica. Abbiamo costruito la democrazia liberale proprio nel tentativo di sostituire alla forza la parola e alla parola l’argomentazione.

E alla fine siamo riusciti, attraverso uno smartphone, a riscoprire Tersite.

Ciò significa che la storia certamente procede, ma non sempre in avanti.

Carlo Gambescia

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