C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci, da liberali, nella politica italiana di questi anni. la trasformazione progressiva della sicurezza da funzione dello Stato in ideologia di governo.
La distinzione non è accademica. Uno Stato liberale deve garantire la sicurezza perché senza sicurezza non esiste libertà. Ma proprio per questo deve ricordare che la sicurezza è il mezzo attraverso il quale la libertà viene protetta, non il fine politico che può giustificare qualsiasi limitazione della libertà. Ed è qui che, osservando la politica del governo Meloni, iniziano le preoccupazioni.
Dal suo insediamento, il governo ha costruito una vera e propria sequenza di provvedimenti securitari. Dal decreto anti-rave del 2022 al decreto Cutro e al decreto Caivano del 2023, dagli interventi penitenziari del 2024 al vero e proprio decreto sicurezza del 2025, fino al nuovo decreto sulla sicurezza pubblica del 2026, la direzione politica appare sempre più riconoscibile: rafforzare gli strumenti repressivi e, soprattutto, ampliare quelli preventivi.
Pertanto il punto, però, non è fare l’elenco dei provvedimenti. Preso isolatamente, quasi ogni intervento può essere difeso. Chi potrebbe essere contrario alla lotta contro i borseggiatori? Chi potrebbe difendere le occupazioni abusive? Chi potrebbe sostenere che le forze dell’ordine non debbano essere tutelate? Il problema emerge quando, provvedimento dopo provvedimento, la sicurezza smette di essere una politica pubblica e diventa una chiave di lettura della società.
La rapidità dell’intervento non può diventare un valore assoluto, perché anche chi viene accusato di aver commesso un abuso conserva diritti che lo Stato deve rispettare.
Lo stesso vale per i controlli nelle stazioni e nelle cosiddette “zone rosse”. Qui il problema è particolarmente delicato perché le nuove disposizioni consentono, in presenza dei presupposti previsti dalla legge, di intervenire preventivamente: non soltanto dopo la commissione di un reato, ma anche sulla base di precedenti, condotte e valutazioni di pericolosità per la sicurezza.
In concreto, ciò può significare che una persona venga allontanata da una determinata area urbana o che, nei casi previsti, le venga vietato di accedervi per un periodo più lungo.
Ma non si tratta solo di questo. Ad esempio, può capitare a chiunque, anche a noi: stiamo andando a prendere un treno e, all’ingresso della stazione, una pattuglia ci ferma e ci chiede i documenti. Non abbiamo commesso alcun reato, ma siamo sottoposti a un controllo perché ci troviamo in un’area considerata sensibile. Come si diceva nel Medioevo a proposito dell’aria delle città che rendeva liberi, ora tocca alle stazioni, dove evidentemente l’aria ci rende potenziali criminali a prescindere…
Perché prevenire un reato è certamente meglio che punirlo dopo che è stato commesso. Ma la prevenzione introduce inevitabilmente un elemento di discrezionalità: non si interviene più soltanto su ciò che una persona ha fatto, ma anche sulla valutazione del rischio che possa fare qualcosa. E quando questo criterio diventa abituale, il confine tra prevenzione e controllo sociale diventa più sottile. È precisamente su questo confine che un liberale dovrebbe mantenere dritto lo sguardo.
Il dato dei controlli è, da questo punto di vista, emblematico. Al 10 agosto 2025, secondo il Dossier Viminale, nelle zone rosse erano state controllate 928.491 persone, delle quali 389.485 straniere; 6.187 erano state allontanate, e tra queste 4.616 erano straniere (*). Sono numeri che il governo può certamente rivendicare come prova della propria attività sul terreno della sicurezza. Ma noi dovremmo porci una domanda elementare: che cosa misura veramente il numero delle persone controllate?
Il controllo è uno strumento, non un fine. E se il numero dei
controllati diventa una medaglia da esibire, qualcosa nella cultura
politica della sicurezza comincia a non funzionare più.
Il problema, dunque, non sono le forze dell’ordine. Il problema è
politico e riguarda il modo in cui il potere interpreta la sicurezza e
la utilizza nel proprio racconto.
La sicurezza è diventata una delle parole fondamentali attraverso cui il governo descrive la società: sicurezza nelle stazioni, nelle periferie, nelle città, ai confini, nelle manifestazioni. E dietro ogni richiesta di sicurezza tende a comparire una figura che rappresenta una minaccia: il clandestino, il borseggiatore, il giovane violento, l’occupante, l’antagonista, il manifestante radicale, il criminale.
È una micidiale dinamica metapolitica: la paura produce domanda di protezione; la domanda di protezione produce maggiore potere pubblico; il maggiore potere pubblico tende poi a rendere normale ciò che prima sarebbe apparso eccezionale. Non c’è bisogno di una dittatura, né di abolire le elezioni o sospendere la Costituzione. Basta modificare lentamente ciò che una società considera normale.
La differenza è decisiva. Una concezione autoritaria tende a dire: più controllo significa più sicurezza. Una concezione liberale risponde: attenzione, perché più controllo significa anche più potere. E il potere, in una democrazia liberale, non deve soltanto essere esercitato. Deve essere limitato.
Per questo troviamo preoccupante l’entusiasmo con cui vengono talvolta celebrati i grandi numeri dei controlli, degli allontanamenti e delle misure preventive. Un governo liberale dovrebbe essere più prudente. Non dovrebbe vantarsi del numero delle persone controllate, ma della propria capacità di garantire la sicurezza senza trasformare il cittadino in un sospetto permanente.
Perché la libertà non è il premio che lo Stato concede ai cittadini quando si sono comportati bene. È il punto di partenza. E la sicurezza, in una democrazia liberale, dovrebbe servire precisamente a proteggerla.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.cybersecitalia.it/wp-content/uploads/2025/08/dossier_viminale_ferragosto_2025_1.pdf . Per il 2026 qui: https://www.avvenire.it/politica/il-viminale-litalia-e-tra-i-luoghi-piu-sicuri-al-mondo-meno-reati-e-sbarchi-in-calo-ma-la-percezione-dei-cittadini-e-diversa_112016 .






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