martedì 11 agosto 2026

La resa dei conti

 

Di questi tempi, i podcast di Anthony M. Quattrone sulle vicende americane sono preziosi (*). Ora questo lavoro quasi quotidiano del politologo di Houston si è trasformato in un interessante volumetto, dal titolo suggestivo: La resa dei conti. Le elezioni di midterm e la tenuta della democrazia negli Stati Uniti (Amazon Italia, 2026) (**).

Le elezioni di midterm sono decisive perché, a metà del mandato presidenziale, verificano il consenso sull’amministrazione in carica e possono riequilibrare i rapporti di forza tra Casa Bianca e Congresso, condizionando per i due anni successivi la capacità del presidente di governare.

Il testo, meno di cento pagine, si articola in dieci serrati capitoli, tutti dalla lunghezza eseplare. Nei primi sette vengono analizzate le regole, gli attori e i conflitti della politica americana. Gli ultimi tre scavano più a fondo: sulle ragioni della disaffezione, della crisi di fiducia e della polarizzazione emotiva, sugli scenari, sui rischi e sulle possibilità, avanzando infine alcune previsioni, senza per questo profetizzare.

Chiude il volume una puntuale e aggiornata bibliografia. Spiccano un paio di volumi di Robert Dahl, teorico di una democrazia compiuta, o quasi, policentrica, pluralista e partecipativa.

Diciamo che Anthony Quattrone è un politologo di sinistra che, però, riesce a conservare la sua indipendenza di giudizio. Come spesso ci piace dire: è uno studioso a guardia dei fatti.

Ma veniamo ai contenuti.

Quattrone esordisce con una dichiarazione impegnativa: “L’America non è una democrazia fallita, ma una democrazia difficile. Difficile da governare, difficile da interpretare, difficile da riformare” (p. 5).

Nel senso che i suoi problemi strutturali, oggi emergenti, vengono da lontano. Oggi si parla di polarizzazione, stallo legislativo, sfiducia. In realtà, alla base di tutto questo – tale sembra essere la tesi di Quattrone – c’è una specie di insoluto economico, che paralizza, da sempre ma soprattutto ai nostri giorni, qualsiasi processo sociale rivolto verso l’uguaglianza, non solo formale. Gli Stati Uniti promettono, ma non mantengono.

Di qui lo scoraggiamento, la timidezza politica e la ridotta partecipazione. Di qui le difficoltà di cui sopra. E anche l’esplosione del fenomeno Trump: una specie di Mago di Oz.

In qualche misura, per puntare i cannoni critici verso il cielo, Quattrone è più vicino alla posizione di storici critici sociali come Veblen e Wright Mills che a Sombart, arcisicuro che una società consumista, del merito e degli stranieri, come quella americana, non sarebbe mai divenuta socialista (né una dittatura, anche se non lo dice esplicitamente).

Di qui la necessità di favorire la partecipazione e non di penalizzarla. Quattrone porta alcuni esempi locali e quello delle manifestazioni anti-Trump: una grandissima voglia di partecipazione dal basso.

Non solo, però, perché “le elezioni americane non si vincono soltanto con buone idee o programmi coerenti, ma attraverso una combinazione di strategie, risorse, comunicazione, mobilitazione territoriale e capacità di interpretare i bisogni concreti” (p. 41).

Sotto questo aspetto – inflazione, prezzo dei carburanti, affitto,  generi alimentari, eccetera – Quattrone sembra appartenere alla tradizione grassroots, letteralmente “radici dell’erba”, che indica un’azione o un movimento nato spontaneamente dal basso, cioè dai cittadini e dalle comunità locali, anziché essere organizzato o imposto dall’alto.

Si chiama anche fede nella democrazia e nella partecipazione, diciamo pure nel volontarismo democratico. 

Come il lettore avrà notato, non ci siamo occupati dei dettagli, del funzionamento dei meccanismi elettorali e costituzionali. Preferiamo che il lettore li scopra da solo. Anche perché, come osserva Quattrone nella chiusa del libro, questa volta le elezioni di midterm “non diranno se l’America è finita o salvata. Diranno piuttosto come gli americani scelgono di abitare il loro conflitto: come cittadini che accettano regole comuni, o come gruppi che riconoscono solo la legittimità del proprio campo” (p. 69).

In sintesi, il vero punto politologico delle elezioni di midterm non è sapere se vinceranno i buoni o i cattivi, ma se emergeranno forze capaci di intercettare i bisogni concreti della gente e, insieme, di ricostruire un rapporto di fiducia con la partecipazione democratica. Che non consistono soltanto nelle guerre e nelle prepotenze di Trump. I democratici riusciranno a scegliere candidati attendibili e soprattutto unitari?

Il che non significa la fine di ogni questione. Perché, come osserva Quattrone: “Il dato politicamente più rilevante del 2026 potrebbe non essere chi vince, ma come il sistema reagisce alla sconfitta” (p. 76). Trump accetterà, anche se per pochi seggi, una sconfitta, che lo vedrebbe relegato nel ruolo dell’anatra zoppa? Conoscendo il soggetto difficile dire.

Resta sperò una speranza (o auspicio, faccia il lettore) – qui siamo pienamente d’accordo con Quattrone – che dal momento che “la resa dei conti è il voto. E una democrazia viva si misura proprio lì: nella capacità di attraversare il conflitto senza spezzarsi” (p. 80).

Infine, per quel che riguarda il libro, non si esclude il ritorno. Per dirla con un grande filosofo del Novecento, Franco Califano, ci sarà un “ritorno”: del resto, come osserva Quattrone, “questo libro offre una mappa interpretativa. Il podcast La politica americana vista da Houston segue il territorio che cambia” (p. 78).

Quindi seguiranno nuove e aggiornate edizioni. Restiamo in attesa delle prossime puntate. Graditissime.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .

(**) Qui: https://www.amazon.it/stores/author/B0FZ6FT156.

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