lunedì 10 agosto 2026

La maledizione nazionalista

 


Il dopo-Ceuta

C’è qualcosa di più inquietante del successo elettorale delle destre nazionaliste europee. È il fatto che, per inseguirle, anche una parte del centro politico abbia cominciato ad adottarne il linguaggio, le categorie e, in qualche caso, perfino l’immaginario.

Il dopo-Ceuta lo sta dimostrando.

Non è necessario, infatti, che il migrante venga definito apertamente come un nemico. È sufficiente rappresentarlo come una minaccia permanente alla sicurezza, all’ordine, alla cultura, all’identità nazionale. A quel punto il passaggio dalla questione migratoria alla questione identitaria è già compiuto. Ora si attende l’invasione di Ferragosto…
E il migrante, da persona, diventa simbolo negativo. È questa la vera maledizione nazionalista.

Perché il nazionalismo non ritorna necessariamente nelle forme del passato. Non ha bisogno di uniformi, di saluti romani o di proclami imperiali. Può presentarsi in giacca e cravatta, attraverso dichiarazioni perfettamente rispettabili sulla sicurezza delle frontiere, sulla difesa dell’identità nazionale, sulla necessità di “controllare i flussi”. O addirittura, come ripete spesso Giorgia Meloni, per il bene degli stessi migranti, per salvarli dai nuovi schiavisti.



E come vogliamo definire, allora, i centri modello Albania che il governo italiano vorrebbe trasformare in un paradigma da esportare anche nei Paesi terzi, Ruanda compreso? Fratelli d’Italia presenta ormai apertamente il modello albanese come una soluzione da estendere all’Europa e agli hub di rimpatrio nei Paesi terzi. Naturalmente è tutto per il loro bene.
Perché, si sa, quando lo Stato si prende cura dei migranti, più li porta lontano, più dimostra di volere loro bene.

Il problema non è che queste esigenze siano illegittime. Uno Stato, in linea di principio, ha il diritto di controllare le proprie frontiere. Il problema nasce quando il controllo delle frontiere viene trasformato in una metafisica dell’appartenenza: noi da una parte, gli altri dall’altra.


È allora che la politica torna a funzionare secondo una delle sue più antiche regolarità: la costruzione dell’amico e del nemico politico.

 

Il centro che rincorre la periferia

La questione più interessante, però, riguarda proprio il centro politico.

Un tempo sarebbe stato difficile immaginare che una forza democratica e conservatrice come la CDU tedesca potesse spingersi, sul terreno dell’immigrazione, così vicino ad alcune delle posizioni che la destra radicale ha imposto al dibattito pubblico.

Oggi quella distanza appare molto meno netta.

Naturalmente non significa che CDU e AfD siano la stessa cosa. Sarebbe una sciocchezza. La CDU continua ufficialmente a escludere una collaborazione con l’AfD e Friedrich Merz ha ribadito che tra i due partiti esistono differenze fondamentali.
Significa qualcosa di più sottile: il centro politico comincia a muoversi sul terreno semantico indicato dalla destra radicale.

Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.

Perché una forza radicale non deve necessariamente conquistare il governo per ottenere una vittoria politica. Può riuscire prima a modificare ciò che gli altri partiti considerano dicibile, pensabile e perfino normale.

Quando ciò accade, la destra radicale ha già prodotto un effetto compositivo sul sistema politico. Il centro non scompare. Ma cambia. Comincia a rincorrere. E quando il centro rincorre la periferia radicale, prima o poi rischia di trasformarsi nella sua versione moderata.

La vecchia malattia europea

Il nazionalismo in Europa sembrava essere stato politicamente ridimensionato dall’integrazione europea.

Dopo due guerre mondiali, dopo Auschwitz e dopo la costruzione delle istituzioni comunitarie, l’idea stessa di una politica europea fondata sulla sovranità nazionale come principio supremo sembrava appartenere a un passato difficilmente riproponibile.

Era una delle grandi lezioni del secondo dopoguerra. Oggi quella lezione appare molto meno solida.

Non perché siano tornati i nazionalismi del Novecento. Sarebbe troppo semplice. Sono tornate, piuttosto, alcune delle forme mentali che li rendevano possibili: la sacralizzazione della frontiera, la paura della contaminazione, la ricerca di un’identità collettiva minacciata, la contrapposizione fra un “noi” autentico e un “loro” estraneo.

Il nazionalismo, insomma, si è modernizzato. E proprio per questo può essere più difficile riconoscerlo.

La maledizione nazionalista, del resto, non riguarda soltanto la politica interna. Quando la nazione torna a essere il criterio supremo della politica, inevitabilmente peggiorano anche le relazioni internazionali.

Il linguaggio della forza, della reciprocità, del vantaggio nazionale e del “prima noi” finisce per sostituire quello della cooperazione.

I segnali, anche fuori dall’Europa, ci sono tutti. Basta pensare a Donald Trump e alla sua concezione delle relazioni internazionali, fortemente improntata alla logica dell'”America First” e della competizione fra interessi nazionali.
Eppure, nonostante l’evidenza, l’Europa sembra non comprendere che il ritorno del nazionalismo non produce soltanto più nazionalismo: produce un mondo più conflittuale, più instabile e, alla fine, più pericoloso per tutti.



Il migrante diventa allora il catalizzatore di una più generale ansia identitaria. Non importa più soltanto da dove venga o perché sia arrivato. Importa che sia percepito come qualcuno che mette in discussione la presunta omogeneità della comunità nazionale: “Ci vogliono sostituire”, “C’è un piano”… Purissima ( e pericolosa) democrazia emotiva.

È il passaggio dalla politica dell’immigrazione alla politica dell’identità. E una volta compiuto quel passaggio, tutto diventa più semplice.

Anche, come detto, costruire il nemico.

L’Europa davanti allo specchio

Il problema, dunque, non è soltanto che le destre radicali possano vincere in Francia o in Germania. In Italia, del resto, non è difficile immaginare che le diverse destre possano prima o poi trovare nuove forme di convergenza. Roberto Vannacci ha già dichiarato la propria disponibilità a un accordo con Meloni in vista delle elezioni del 2027, purché sia fondato su un’intesa programmatica scritta e pubblica.

Il problema è che potrebbero vincere dopo aver già trasformato il modo in cui gli altri partiti parlano della nazione, delle frontiere e degli stranieri.

Se nelle prossime elezioni le forze della destra radicale riuscissero a conquistare il governo o a condizionarlo pesantemente nei due maggiori Paesi dell’Europa continentale, non assisteremmo semplicemente a un cambiamento di maggioranza.

La carta politica europea cambierebbe. E forse cambierebbe anche qualcosa di più importante: l’idea stessa di Europa.

Perché l’Unione europea non è soltanto un insieme di istituzioni, trattati e procedure. È anche una costruzione politica fondata sull’idea che le nazioni europee possano limitare volontariamente una parte della propria sovranità per evitare di tornare prigioniere delle proprie ossessioni nazionali.

Se quella logica venisse sostituita dalla sovranità come principio assoluto, l’Europa non cesserebbe necessariamente di esistere.

Potrebbe però cessare di essere quella che abbiamo conosciuto.

Che fare?

È la domanda più difficile.

Non basta dire che bisogna “combattere la destra”. E nemmeno basta ripetere che bisogna essere più duri sull’immigrazione per sottrarre voti agli estremisti.

Perché quest’ultima strategia contiene un paradosso: per sconfiggere il nazionalismo si finisce per accettarne la grammatica.

Il liberalismo dovrebbe invece recuperare un’idea diversa di comunità politica. Una comunità può avere confini senza trasformare i confini in una religione. Può controllare l’immigrazione senza trasformare il migrante nel simbolo di una minaccia esistenziale. Può difendere le proprie istituzioni senza inventarsi continuamente un nemico.

 

Soprattutto, può riconoscere che l’identità politica europea non nasce dalla purezza, ma dalla pluralità.  È questa, forse, la battaglia politico-culturale decisiva. Perché il vero problema non è che i nazionalisti siano tornati. È che molti di coloro che li avevano combattuti stanno lentamente imparando a parlare come loro, senza più chiamarsi nazionalisti.

E quando una società arriva a questo punto, la maledizione non è più soltanto alle porte. È già dentro casa.

Carlo Gambescia

Nessun commento:

Posta un commento