Ci sono vicende politiche e giudiziarie nelle quali la realtà sembra mettersi d’impegno per superare qualsiasi invenzione letteraria. La storia di Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci appartiene, almeno per ora, a questa categoria.
Lavitola si autoaccusa di avere avuto un ruolo nell’organizzazione del presunto attentato. Ranucci, intanto, non commenta. Naturalmente, sul piano giudiziario, occorre distinguere con rigore tra accuse, ricostruzioni investigative e responsabilità accertate. È una distinzione non soltanto doverosa, ma essenziale in una democrazia liberale.
Ma la politica vive anche di ciò che accade prima delle sentenze. E qui il dato politico è difficile da ignorare.
Se, come sostiene l’ipotesi accusatoria, l’attentato fosse stato concepito anche per favorire la carriera politica di Ranucci, ci troveremmo davanti a una vicenda surreale: la simulazione di un’aggressione trasformata in strumento di legittimazione pubblica. Un copione nel quale il confine tra vittima, protagonista e beneficiario dell’operazione diventerebbe terribilmente sottile.
L’attentato, vero o simulato che fosse, appartiene infatti a un repertorio politico antico: quello della vittima che diventa simbolo, del pericolo che diventa capitale politico, dell’emozione che precede la verifica dei fatti.
Cambiano i mezzi, ma la logica è sorprendentemente resistente.
È questo il paradosso. Una storia nata, secondo l’ipotesi accusatoria, per costruire una carriera politica rischia di produrre l’effetto opposto: distruggere credibilità, alimentare sospetti e trasformare una figura pubblica in un problema politico.
In altre parole, anche quando non sappiamo ancora chi abbia ragione, sappiamo già che qualcuno ha perso.
Perciò qui bisogna concentrare lo sguardo sulla Luna, non sul dito. Ranucci può essere, a seconda delle appartenenze politiche, un mostro per la destra e un martire per la sinistra. E proprio per questo sarebbe troppo facile fermarsi al “lo vedi che anche lui” o al “gli sta bene”, oppure al “ Ranucci Santo subito”.
Il problema rinvia a una cattiva cultura politica che va ben oltre Ranucci e Lavitola: quella del sospetto permanente, nella quale l’accusa tende a trasformarsi immediatamente in colpevolezza e la presunzione di innocenza finisce per apparire quasi come un fastidio procedurale.Non è una questione di destra o di sinistra. È una degenerazione del modo stesso con cui guardiamo all’avversario: prima ancora di sapere se sia colpevole, abbiamo già bisogno che lo sia. Perché la sua colpevolezza conferma il nostro personale racconto sulle origini del male nel mondo.
Ecco che il caso Ranucci-Lavitola diventa interessante non soltanto per ciò che potrà dimostrare un tribunale, ma per ciò che rivela di noi: la crescente difficoltà di distinguere tra sospetto, verità giudiziaria e verità politica.
Il problema, allora, non è soltanto sapere chi ha messo la bomba. È capire perché noi abbiamo così bisogno di sapere, prima ancora delle prove, chi sia il colpevole.
Questione antropologica alla quale giornali e social difficilmente dedicheranno una riga.
Carlo Gambescia





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