mercoledì 19 agosto 2026

Trump. Quando la mappa sostituisce il diritto

 

C’è un’immagine che dice più di molte dichiarazioni diplomatiche sulla guerra tra Stati Uniti e Iran: la mappa pubblicata da Donald Trump con lo stretto di Hormuz indicato come “New U.S. Territory”. 
 
Non è soltanto una provocazione, e sarebbe un errore archiviarla nel catalogo delle eccentricità trumpiane. Una mappa, infatti, non è mai soltanto una mappa. Rappresenta il potere, disegna confini, stabilisce appartenenze. Quando a pubblicarla è il presidente degli Stati Uniti, nel pieno di una guerra e mentre quello stesso spazio è conteso militarmente, la rappresentazione assume un significato politico preciso.

Trump sembra dirci una cosa molto semplice: ciò che gli Stati Uniti controllano militarmente può diventare, almeno nella loro rappresentazione del mondo, ciò che appartiene agli Stati Uniti. È questo il punto davvero inquietante. Lo stretto di Hormuz non è un territorio americano. È uno stretto internazionale, situato tra le acque territoriali dell’Iran e dell’Oman, attraverso il quale il diritto internazionale garantisce il passaggio delle navi. Eppure Trump lo rappresenta come un nuovo territorio degli Stati Uniti mentre sostiene contemporaneamente che sia “aperto e operativo” e che il blocco navale americano rimanga in vigore. Teheran sostiene invece l’opposto e condiziona la riapertura alla revoca del blocco, delle sanzioni e delle minacce militari.

La contraddizione è evidente. Ma proprio per questo è interessante. La politica di potenza non parte necessariamente dalla coerenza giuridica: parte dal rapporto di forza. Prima si produce un fatto sul terreno, poi lo si presenta come una realtà ormai acquisita, infine si cerca di costruirgli intorno una legittimazione politica e, quando possibile, anche giuridica. Il punto decisivo è dunque l’ordine dei passaggi: non è il diritto a determinare la realtà, ma la realtà imposta dalla potenza a cercare, successivamente, una propria normalizzazione.

Per ottant’anni l’Occidente liberale ha cercato, almeno in linea di principio, di separare il potere dal diritto. Una grande potenza poteva essere più forte delle altre, ma non per questo poteva trasformare automaticamente la propria forza in sovranità. Il diritto internazionale, i trattati, le istituzioni e le procedure servivano anche a impedire che il mondo fosse ridotto a una carta geografica sulla quale i più forti potevano spostare i confini a piacimento. Oggi quella distinzione appare sempre più fragile.

Trump ne è l’interprete più vistoso, ma il problema è più generale. La politica internazionale torna a essere pensata come competizione per il controllo dello spazio, delle risorse e delle vie strategiche. La geopolitica, che tanto piaceva ai nazisti, sembra oggi vendicarsi. Hormuz è, da questo punto di vista, un luogo perfetto: non conta soltanto per ciò che è, ma per ciò che permette di controllare. Chi controlla lo stretto dispone di una leva enorme sull’economia mondiale. Da qui la sua centralità nella guerra e nelle trattative. E da qui la tentazione di trasformare il controllo militare in una sorta di sovranità di fatto.

C’è poi un altro elemento significativo. Jared Kushner aveva parlato di interlocuzioni con gli iraniani “più intense che mai”. Trump, poche ore dopo, ha dichiarato che non sono in corso né sono previsti colloqui con Teheran. Al di là delle spiegazioni della Casa Bianca, l’impressione è quella di una diplomazia subordinata alla dimostrazione della forza. Si negozia, insomma, quando l’altro ha già riconosciuto il rapporto di forza. Non è una diplomazia fondata sulla ricerca del compromesso, ma una diplomazia nella quale il compromesso diventa possibile soltanto dopo la resa dell’avversario.

Qui emerge qualcosa di profondamente metapolitico. La politica non vive soltanto di fatti: vive anche delle rappresentazioni attraverso le quali i fatti vengono interpretati, delle razionalizzazioni o giustificazioni ex post. Una potenza che riesce a far passare il proprio controllo militare per sovranità acquisita compie un passo ulteriore rispetto alla semplice vittoria militare. Cambia il linguaggio. Non dice più: “controlliamo questo spazio”. Dice: “questo spazio è nostro”. Tra controllo e sovranità, però, c’è di mezzo il diritto. Ed è proprio questo passaggio che l’ordine liberale aveva cercato, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, di impedire.

Per capirsi: nel 1815 il Congresso di Vienna consacrò un ordine europeo fondato soprattutto sugli equilibri di potenza, nel quale i popoli contavano assai meno degli Stati. Non è un caso che a Metternich sia stata attribuita la celebre definizione dell’Italia come “una mera espressione geografica”: al di là della formula, è un’immagine efficace della concezione dell’Europa uscita dal Congresso di Vienna, nella quale le identità nazionali avevano un peso assai minore rispetto agli equilibri tra le potenze.

Nel 1919, la Conferenza di pace di Parigi, culminata nei trattati di pace e in particolare nel Trattato di Versailles, portò al centro della diplomazia internazionale il principio dell’autodeterminazione dei popoli, sia pure in modo contraddittorio e selettivo.

Nel 1945, con la nascita dell’ONU, il diritto internazionale divenne uno dei fondamenti dichiarati del nuovo ordine mondiale. Oggi, anno di grazia 2026, sembra che siamo tornati al 1815: prima viene il rapporto di forza, poi il diritto.



Se per Russia e Cina questa logica della politica di potenza appare meno sorprendente, per gli Stati Uniti essa evidenzia un paradosso: Washington è stata per decenni uno dei principali garanti dell’ordine internazionale costruito intorno alle regole. Oggi il suo presidente sembra invece sempre più interessato a dimostrare che l’America può stare al di sopra delle regole quando dispone della forza necessaria per farlo.

Attenzione: tutto questo non significa che l’ordine liberale sia improvvisamente scomparso. Significa che il suo linguaggio continua a essere utilizzato mentre la sua logica viene progressivamente svuotata.

La mappa di Hormuz è allora una piccola immagine di una trasformazione molto più grande. Il mondo liberale aveva cercato di sostituire alla geografia della conquista la geografia delle regole. Ora la geografia della conquista torna a presentarsi come normalità. E l’Europa dovrebbe preoccuparsi, perché la sua stessa forza politica è fondata più sul diritto e sulle istituzioni che sulla capacità di imporre militarmente la propria volontà.

La questione, dunque, non è soltanto se Hormuz verrà riaperto. È chi deciderà che cosa significhi riaprirlo, sulla base di quale diritto e sotto quale autorità. Perché il giorno in cui una grande potenza potrà dichiarare “nostro” ciò che controlla militarmente, il problema non riguarderà più soltanto lo stretto di Hormuz. Riguarderà l’idea stessa di ordine internazionale.

E allora quella piccola scritta sulla mappa di Trump — “New U.S. Territory” — smette di sembrare una semplice provocazione. Diventa il manifesto, forse involontario, di un mondo nel quale la mappa torna a precedere il diritto e la forza torna a pretendere di decidere ciò che il diritto dovrebbe disciplinare.

Carlo Gambescia

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