martedì 18 agosto 2026

Gaza. Fare la pace è molto più difficile che fare la guerra

Nessun progresso

C’è qualcosa di paradossale nelle ultime trattative sulla guerra di Gaza. Gli Stati Uniti cercano di trasformare un cessate il fuoco fragile e incompleto in una pace che, finora, non sono riusciti a costruire. Jared Kushner, inviato di Donald Trump, ha incontrato in Egitto i dirigenti di Hamas e, il giorno successivo, a Gerusalemme, Benjamin Netanyahu. I colloqui si sono conclusi senza una svolta decisiva.

Sul tavolo resta il piano americano, articolato in più fasi: disarmo e demilitarizzazione di Hamas, ritiro progressivo delle forze israeliane, ricostruzione della Striscia e una nuova struttura di governo civile. Ma il problema è sempre lo stesso: chi deve fare il primo passo? Israele pretende che Hamas sia completamente disarmato prima di procedere al ritiro delle proprie forze. Hamas, invece, lega il proprio disarmo all’effettiva cessazione delle operazioni israeliane e al ritiro progressivo dell’esercito dalla Striscia.

La logica della forza

Il paradosso è dunque nella sequenza: Israele vuole il disarmo prima del ritiro; Hamas vuole il ritiro prima del disarmo. E Washington cerca di convincere entrambi a compiere quel primo passo che nessuno dei due vuole compiere per primo. Persino la ricostruzione di Gaza è stata subordinata al disarmo di Hamas.

È un dettaglio diplomatico solo in apparenza. In realtà racconta molto del mondo nel quale siamo entrati.

Ora parlare di superamento storico del concetto di guerra è troppo. Gli uomini sono quel che sono. Però la pace non può essere vista semplicemente come l’ultima fase della guerra. Non è soltanto il suo superamento militare, ma l’inizio di una nuova costruzione politica. Prima si stabiliscono i rapporti di forza, chi deve deporre le armi, chi deve ritirarsi, chi deve garantire l’ordine. Poi, forse, arriva la politica. C’è una trafila da seguire. Così dicono non pochi osservatori.

È la logica della forza che si presenta con il linguaggio della diplomazia.

 

Trump, da questo punto di vista, non è soltanto l’uomo che cerca di chiudere la guerra di Gaza. È l’interprete più esplicito di una trasformazione già in corso. La diplomazia americana non pretende più di occultare il rapporto di forza dietro la costruzione istituzionale. Parte dal rapporto di forza e cerca poi di tradurlo in un assetto politico. La pace si ottiene quando gli avversari comprendono che continuare a combattere costa più che accettare l’accordo.

È una concezione antica. Che non conosce ritegno. Ma torna sorprendentemente moderna. Il problema è che il rapporto di forza può interrompere una guerra. Molto più difficilmente può costruire una pace.

Pacifismo

Non significa credere nel pacifismo, né immaginare un regno della pace destinato a durare per sempre. La politica internazionale non funziona così. La pace è sempre provvisoria, perché provvisori sono gli equilibri che la sostengono.
Ma proprio per questo può e deve essere costruita politicamente: attraverso interessi, garanzie, compromessi, istituzioni e reciproci riconoscimenti. Il realismo politico non nega la possibilità della pace. Nega piuttosto l’idea che la pace possa esistere senza un equilibrio di potenza e senza una politica capace di mantenerlo.

 

Perché una guerra non finisce veramente quando cessano i bombardamenti. Finisce quando gli avversari hanno un motivo per non ricominciare a combattere. E questo motivo non può essere soltanto la paura della rappresaglia. Deve essere politico: un interesse comune, una garanzia, un riconoscimento, una prospettiva.

Gaza

Qui sta il punto più difficile della questione di Gaza.

Il disarmo di Hamas è una condizione indispensabile per una pace reale. Un’organizzazione che ha fatto del terrorismo e della lotta armata contro Israele una componente fondamentale della propria identità politica non può essere semplicemente invitata a governare la ricostruzione della Striscia. Ma altrettanto evidente è che il disarmo di Hamas non può diventare il nome con cui si rinvia indefinitamente la soluzione politica palestinese.

E qui bisogna essere chiari anche su un altro punto. La prospettiva non può essere quella di una permanente separazione tra due popoli condannati a vivere gli uni accanto agli altri, ma sempre come nemici. Come già abbiamo osservato, la pace deve tendere a un processo di progressiva integrazione tra israeliani e palestinesi, dentro un ordine politico comune e multiculturale, nel quale la modernizzazione, la secolarizzazione e la trasformazione del nemico in avversario rendano possibile una convivenza reale. Più la guerra continua, più questa possibilità si allontana. O, al massimo, la pace può diventare soltanto una tregua armata (*).

E c’è un secondo problema. Israele può vincere una guerra contro Hamas. Può distruggere infrastrutture militari, eliminare combattenti, occupare territori. Ma nessuna potenza militare può bombardare l’idea di una questione nazionale. Se dietro Hamas continuerà a esistere una popolazione palestinese senza una prospettiva politica credibile, la sconfitta militare di un’organizzazione non coinciderà necessariamente con la fine del conflitto.

Il ruolo della diplomazia

È precisamente qui che la diplomazia dovrebbe cominciare a fare ciò che la guerra non può fare.

Ma chi la fa? Gli Stati Uniti. Di Donald Trump. E stiamo vedendo come… E, comunque sia, questo è forse il dato politicamente più significativo.

L’Europa, invece, appare ancora una volta sullo sfondo. Non è completamente assente: l’Unione europea sostiene il disarmo permanente di Hamas, il ritiro delle forze israeliane e una forza internazionale di stabilizzazione. Ma tra una posizione diplomatica e la capacità di trasformarla in realtà c’è una distanza enorme.
La questione non è soltanto militare. È politica.

 

L’Europa dispone di denaro, mercati, strumenti commerciali, capacità di ricostruzione, relazioni diplomatiche e una tradizione politica che, almeno in teoria, dovrebbe renderla particolarmente adatta alla gestione del “dopo”. Eppure continua a essere soprattutto un finanziatore, un commentatore, qualche volta un mediatore. Il centro della decisione è altrove.

Afghanistan

È una situazione che ricorda, per certi aspetti, quella dell’
. Cinque anni dopo la fuga da Kabul, abbiamo visto quanto fosse fragile una concezione della guerra fondata sulla superiorità militare quando questa non è accompagnata da una sufficiente elaborazione politica del dopo. Oggi Gaza ripropone il problema dall’altra parte: non basta sapere come vincere una guerra; bisogna sapere che cosa fare con la pace.

Ed è proprio questa la grande debolezza dell’Occidente contemporaneo.



Abbiamo imparato a pensare la sicurezza. Abbiamo imparato a pensare la deterrenza. Abbiamo imparato a pensare le sanzioni, i droni, le guerre tecnologiche, le operazioni speciali, le coalizioni militari. Abbiamo invece progressivamente disimparato a pensare la politica come costruzione di un ordine condiviso.

La pace è diventata un problema tecnico.

Si negoziano ostaggi, confini, corridoi umanitari, armi, forze di stabilizzazione, ricostruzione. Tutto necessario. Ma una pace non è la somma di protocolli tecnici. È un nuovo equilibrio politico.

Costruire una pace non significa mettere sullo stesso piano gli avversari, né confondere responsabilità diverse.Significa riconoscere che anche un avversario che si considera illegittimo può diventare, a certe condizioni, parte di un processo politico destinato a impedirne la trasformazione in un nemico permanente.

Ed è qui che la vicenda di Gaza diventa qualcosa di più di una delle tante guerre del nostro tempo.

 

C’è, però, un’altra debolezza europea, più politica che istituzionale. Una parte della sinistra europea si è schierata con grande nettezza dalla parte della causa palestinese, fino a fare del riconoscimento dello Stato palestinese e del ritiro israeliano il centro della propria posizione. È una scelta comprensibile sul piano umanitario e, in parte, anche sul piano politico. Ma rischia di lasciare in ombra la domanda decisiva: quale ordine politico dovrebbe nascere dopo la guerra? Perché riconoscere un popolo e condannare l’occupazione non basta a costruire uno Stato, così come denunciare la distruzione di Gaza non risolve il problema di Hamas e del suo disarmo.

È qui che la sinistra europea rischia, suo malgrado, di rimanere prigioniera di una politica dei principi senza una politica dell’ordine. E l’errore sarebbe speculare a quello di Netanyahu: pensare che basti il rapporto di forza, da una parte, o il diritto internazionale, dall’altra, per produrre automaticamente una pace. La pace richiede entrambe le cose: un ordine politico credibile e una forza capace di garantirlo.

Conclusioni

Al momento la politica del rapporto di forza ha preso il sopravvento sulle istituzioni dell’ordine liberale. Trump ne è il protagonista più vistoso. Netanyahu ne è un interprete particolarmente determinato (a dir poco). Hamas ne è, in un’altra forma, il prodotto più radicale. E l’Europa rischia di essere semplicemente il continente che paga il conto della ricostruzione senza partecipare davvero alla costruzione dell’ordine politico che dovrebbe impedirne la distruzione.

E chi finanzia la pace senza contribuire a definirne le condizioni politiche non è ancora un protagonista: è un finanziatore.

Non è una buona prospettiva. Perché la pace non è il contrario della guerra. È una costruzione politica più difficile della guerra.

La guerra, alla fine, può avere un vincitore. La pace, invece, deve avere almeno due interlocutori ancora capaci di riconoscersi come tali.

Ed è forse proprio questa la cosa che il nostro tempo sta dimenticando. Non perché la pace sia eterna, ma perché anche una pace provvisoria è sempre il risultato di una scelta politica.

Carlo Gambescia

 

(*) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/07/palestina-e-israele-la-modernita.html .

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