domenica 16 agosto 2026

Umanesimo sotto assedio. Quando il maestro cerca la persona e il generale il nemico

 

Non è la solita nostalgia per la Rai di una volta. E non è nemmeno la celebrazione, un po’ rituale, di una televisione pubblica che avrebbe rappresentato un’epoca migliore della nostra. La Rai di allora aveva naturalmente i suoi difetti, i suoi conformismi, le sue lottizzazioni. Ma rivedendo oggi “Diario di un maestro”, anno di grazia 1973, lo sceneggiato di Vittorio De Seta con Bruno Cirino, liberamente tratto dal libro di Albino Bernardini, maestro e scrittore, Un anno a Pietralata, La Nuova Italia, Firenze 1968, colpisce qualcosa di diverso: il mondo culturale che lo rendeva possibile (*).

Le tesi di De Seta (e, ovviamente, di Bernardini) sulla scuola erano forti, radicali, dichiaratamente progressiste. Più laiche di quelle di Don Milani, ma non meno radicali. Una rivoluzione.

La scuola tradizionale veniva messa sotto accusa; il ragazzo emarginato non era considerato un problema da eliminare, ma una persona da comprendere. Eppure quella voce poteva trovare spazio nella televisione pubblica. Non perché l’Italia fosse diventata comunista o perché tutti condividessero quelle idee. Al contrario: liberali, socialisti, comunisti, democristiani continuavano a dividersi profondamente su quasi tutto. C’era però qualcosa che li accomunava, spesso quasi automaticamente: un’idea umanistica della persona. Ecco la filosofia che cementava ciò che allora era denominato “arco costituzionale”.

Si poteva discutere sul modo di costruire la società, sul ruolo dello Stato, sul mercato, sulla proprietà, sulla Chiesa, sul capitalismo e sul comunismo. Ma esisteva un terreno precedente alla politica: il riconoscimento dell’altro come persona. Il povero non era semplicemente un problema di ordine pubblico. Il ragazzo difficile non era un corpo estraneo da espellere. Lo straniero non era, per il solo fatto di essere straniero, un nemico.

Era questo, in fondo, il presupposto culturale del pluralismo di allora. Il pluralismo non consisteva soltanto nel dare voce a idee diverse. Consisteva nel consentire che idee diverse potessero confrontarsi dentro un comune riconoscimento dell’umano. Ed è precisamente questo che oggi sembra essersi incrinato. La frattura non passa più soltanto fra destra e sinistra. Sta emergendo una frattura più profonda: fra coloro che continuano a riconoscersi in una tradizione umanistica e coloro che sembrano considerarla un intralcio alla politica della sicurezza, dell’ordine e dell’identità.

Oggi sembra riaffiorare, e non solo a destra, una cultura antiumanitaria che il Novecento aveva conosciuto nelle sue forme più radicali, spesso totalitarie, tanto a destra quanto a sinistra.

Per questo colpiscono certe parole. In questi giorni si è parlato della possibile candidatura a Milano, nelle liste di Vannacci, dell’ex generale dei Carabinieri Carmelo Burgio. E Vannacci ha usato, riferendosi alla situazione di Rogoredo, l’espressione “rastrellare”. Anche ammettendo che il riferimento fosse a una specifica area degradata della città e non agli immigrati in quanto tali, il problema resta. Perché il lessico del “rastrellamento” appartiene a un immaginario nel quale non si affronta una situazione sociale: si bonifica un territorio e si eliminano le presenze indesiderate.

Il linguaggio, in politica, conta. Non è la parola, da sola, a dimostrare un’ideologia. È l’immaginario che quella parola evoca, soprattutto quando viene applicata alla sicurezza interna. Non significa che non si debba reprimere la criminalità. 

 

Ma proprio uno Stato liberale dovrebbe sapere che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Il limite viene superato quando l’altro non è più una persona che può aver commesso un reato, ma diventa una categoria umana da sottoporre preventivamente a sospetto; quando il migrante diventa semplicemente “il migrante”, o peggio ancora ” il maranza”, quando il disagio sociale viene trasformato in una questione di bonifica; quando il linguaggio della sicurezza comincia a sostituire quello della cittadinanza.

Qui “Diario di un maestro” assume, a distanza di oltre cinquant’anni, un significato quasi simbolico. De Seta raccontava una scuola che non espelleva il ragazzo difficile. Il maestro andava a cercarlo. Entrava nelle periferie, nelle case, nelle famiglie. Cercava di capire prima di giudicare. La sua idea della scuola era discutibile, certo, e molte delle sue tesi appartenevano pienamente alla cultura pedagogica della sinistra di allora. Ma il presupposto era difficilmente contestabile: quel ragazzo, anche quando era problematico, apparteneva alla comunità umana e quindi meritava di essere recuperato, non semplicemente scartato. Comunità umana: il lettore prenda appunto.

Oggi rischiamo di assistere al movimento contrario: dal maestro che cerca il ragazzo al generale che cerca il nemico.

Si ripropone così, sotto forme nuove, una frattura che potremmo definire controrivoluzionaria. Non nel senso storico ristretto del termine, ma come contrapposizione fra l’idea, maturata nella modernità liberale e umanistica, della persona come fine e le concezioni che tornano a subordinare l’individuo a una totalità superiore: la nazione, la razza, lo Stato, l’ordine, l’identità, la comunità.

Il fascismo, in questo senso, è stato una forma radicale di antiumanesimo politico. E non è il solo esempio storico di una dottrina che abbia sacrificato la persona a un’entità collettiva. Le differenze fra fascismo, nazismo e comunismo sono enormi e non vanno cancellate in nome di facili equivalenze; ma esiste una questione comune: che cosa accade quando l’essere umano cessa di essere il fine e diventa il mezzo di un progetto politico?

È questa la domanda che torna oggi. E proprio per questo “Diario di un maestro” ci appare meno come un reperto del passato e più come un documento del conflitto presente. Il maestro di De Seta parte dalla persona concreta, dalle sue difficoltà, dalla sua storia: prima dell’ideologia viene la persona. Il linguaggio del “rastrellamento” — ripetiamo — parte invece dalla categoria, dal territorio da bonificare, dalla presenza da neutralizzare: qui l’ideologia viene prima della persona.

In mezzo c’è tutta la distanza fra umanesimo e antiumanesimo. E forse, pur in abiti apparentemente nuovi (sovranismo, securitarismo, identitarismo), la vecchia frattura controrivoluzionaria sta tornando a percorrere l’Occidente. Perché l’umanesimo non è un monopolio della sinistra riformista, non totalitaria. Un liberale dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Il liberalismo, prima ancora di essere una dottrina economica o una teoria dello Stato, è anche l’idea che la persona venga prima della categoria alla quale appartiene.

Ecco allora perché “Diario di un maestro” può dirci qualcosa sulla nostra epoca. Non perché la Rai di allora fosse migliore. Non perché dobbiamo rimpiangere il passato. Ma perché quel programma rende visibile una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: si può essere radicalmente diversi nelle idee politiche e tuttavia condividere un limite umano che nessuna politica dovrebbe mai oltrepassare. Quel limite è oggi più fragile. Da una parte stanno coloro che, con tutte le loro differenze politiche, continuano a pensare che ogni essere umano sia anzitutto una persona. Dall’altra cominciano a comparire e primeggiare coloro per i quali alcune persone sono prima di tutto un problema, una minaccia, una presenza da allontanare, un nemico.

È questa la vera frattura del nostro tempo. Non più soltanto destra contro sinistra. Ma umanesimo contro disumanizzazione. E questa volta il problema non è la Rai. È la società che la Rai, oggi, dovrebbe raccontare.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.raiplay.it/programmi/diariodiunmaestro .

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