martedì 27 ottobre 2026

La democrazia resiste. Ma dove sono finiti i liberali?

 


I risultati elettorali in Serbia e in Brasile sono incoraggianti. Oggi tocca agli israeliani pronunciarsi sul futuro di Benjamin Netanyahu. E il 3 novembre saranno gli americani a votare per le elezioni di metà mandato, un passaggio importante per misurare la tenuta politica di Donald Trump. Quattro situazioni diverse, ma una domanda comune: la democrazia liberale è ancora in grado di arginare la destra illiberale?

In Serbia, la lista sostenuta dal movimento studentesco ha ottenuto circa il 52,7 per cento dei voti, sconfiggendo il campo politico di Aleksandar Vučić. In Brasile, Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro con il 51,79 per cento, contro il 48,21. Due risultati che dimostrano come l’alternanza democratica sia ancora possibile, persino in società attraversate da profonde divisioni. Ma attenzione: vincere le elezioni non significa automaticamente essere liberali. E sconfiggere un avversario autoritario non equivale ad aver risolto i problemi del proprio Paese.

Del movimento studentesco serbo sappiamo ancora troppo poco per attribuirgli una precisa identità politica. La protesta contro la corruzione e l’autoritarismo può unire forze assai diverse, destinate magari a dividersi quando si tratterà di governare. Quanto a Lula, non è un liberale: appartiene alla sinistra e attribuisce allo Stato un ruolo economico e sociale importante. Ma non è neppure il comunista che certa propaganda di destra vorrebbe farci credere. Le parole hanno un significato, anche quando la semplificazione ideologica suggerisce di dimenticarlo.

Possiamo dunque salutare la sconfitta del bolsonarismo, ammiratore delle dittature militari,  senza sottoscrivere il programma di Lula. Così come possiamo augurarci una svolta democratica in Serbia senza consegnare preventivamente una patente liberale ai vincitori. La democrazia dell’alternanza non è un assegno in bianco: chi conquista il potere deve rispettare le istituzioni, le minoranze, la libertà di stampa e il diritto degli avversari di diventare maggioranza.   Rispettare le istituzioni, il lettore prenda nota.

In Israele, dove si vota oggi, la possibile sconfitta di Netanyahu aprirebbe una fase nuova, ma non necessariamente una stagione liberale. I suoi oppositori non costituiscono un blocco omogeneo e dovrebbero dimostrare di saper affrontare le responsabilità politiche, istituzionali e strategiche che attendono il Paese. Anche qui, dunque, prudenza. La fine di un governo non è ancora la soluzione dei problemi che quel governo lascia in eredità.



E poi ci sono gli Stati Uniti. Le elezioni di metà mandato del 3 novembre diranno se gli elettori intendono limitare il potere di Trump, mettendo eventualmente in discussione la maggioranza repubblicana al Congresso. Ma sarebbe un errore considerare automaticamente liberale qualsiasi vittoria democratica. Nel Partito democratico si confrontano infatti moderati e progressisti, questi ultimi spesso favorevoli a un ampliamento dell’intervento pubblico, alla regolazione dei prezzi e a programmi sociali molto estesi. Il problema del costo della vita è reale; non altrettanto convincenti sono sempre le ricette proposte per affrontarlo. Tassare maggiormente i ricchi, moltiplicare i sussidi o imporre prezzi amministrati non basta, da solo, a rendere più efficiente un’economia. Talvolta si ottiene il risultato opposto: si restringe la concorrenza, si alterano gli incentivi e si rinviano i problemi.



Non c’è equivalenza fra il progressismo statalista e una destra che indebolisce i contrappesi istituzionali, personalizza il potere e guarda con simpatia alle autocrazie. Ma un liberale non può rinunciare alla critica del dirigismo soltanto perché il dirigismo viene proposto in nome della giustizia sociale. La libertà economica non è un lusso da concedere quando le emergenze sono finite. È una componente della società libera, purché accompagnata dallo Stato di diritto, dalla concorrenza e dalla tutela dei diritti individuali. E anche qui il lettore prenda nota.

C’è poi un banco di prova che non ammette troppe ambiguità: l’Ucraina. Difenderne l’indipendenza dall’aggressione russa significa difendere non soltanto il diritto internazionale, ma anche l’idea di un Occidente liberaldemocratico che non sacrifica la libertà sull’altare degli interessi geopolitici o della convenienza economica. Chi invoca la sovranità nazionale per il proprio Paese e la nega all’Ucraina quando si tratta di resistere a Mosca ha un’idea assai selettiva della libertà. E chi, a destra come a sinistra, guarda con indulgenza al regime di Putin dovrebbe spiegare come conciliare questa indulgenza con i valori che dichiara di difendere.



Ecco il nostro dilemma. Oggi arginare le destre illiberali è una priorità politica. Lo diciamo con il cuore, perché con la mente sappiamo quanto sia difficile. Ma se per fermarle ci affidiamo senza riserve a forze che promettono più Stato, più protezione e più spesa senza interrogarsi sui costi, rischiamo di passare dalla padella alla brace. Non basta cambiare gli inquilini del potere: occorre anche impedire che il potere delle Stato continui ad allargarsi.

Il problema, allora, non è soltanto chi sconfigge chi. È perché il liberalismo abbia smesso di rappresentare, su scala internazionale, un’alternativa politica riconoscibile. Dove sono le forze capaci di difendere insieme il mercato, la responsabilità individuale, i diritti civili, la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto? Dove sono i liberali che non si vergognino di parlare di concorrenza e proprietà, ma neppure esitino a denunciare le tentazioni autoritarie della destra? E dove sono quelli disposti a criticare lo statalismo della sinistra senza trasformarsi negli apologeti del nazionalismo e del razzismo verso i migranti?

Non basta dirsi moderati. Non basta dichiararsi antifascisti. E non basta neppure definirsi liberali: bisogna dimostrarlo quando la libertà costa, quando il mercato scontenta interessi protetti, quando il potere promette sicurezza in cambio di obbedienza e quando il proprio schieramento pretende indulgenza.

 


Le destre illiberali vogliono cittadini che obbediscano; le sinistre stataliste rischiano di voler cittadini che dipendano. Quante volte abbiamo parlato di pericoloso individualismo assistito? Che la destra interpreta in chiave nazionalista e la sinistra in chiave internazionalista.  Stato o Superstato, sempre di Stato si tratta.

E i liberali? Se continuano a tacere, a dividersi o a cercare riparo sotto le bandiere altrui, non potranno lamentarsi quando nessuno sentirà più la loro mancanza. La democrazia può sopravvivere anche senza una forte rappresentanza liberale. Ma, senza liberali disposti a difenderla fino in fondo, rischia di conservare le urne e perdere la libertà.

Carlo Gambescia

Nessun commento:

Posta un commento