venerdì 30 ottobre 2026

Giovani, vecchi e totalitarismi

 

Leggiamo su “L’Opinione della Libertà” un articolo di Gustavo Micheletti, “I giovani e l’ascesa dei totalitarismi”, che contiene una tesi condivisibile, ma la sostiene attraverso un ragionamento che non ci convince (*). Il professore mette in guardia contro la sopravvalutazione della gioventù e ricorda come i movimenti totalitari del Novecento abbiano saputo mobilitare intere generazioni. Fin qui, nulla da obiettare. Il problema nasce quando la denuncia del giovanilismo sembra trasformarsi in un sospetto nei confronti dell’attivismo politico giovanile. Perché, si badi bene, una cosa è ricordare che anche i giovani possono contribuire alla distruzione della libertà, un’altra è leggere la loro mobilitazione attraverso il precedente totalitario. Diciamolo pure: perché finire per dare una mano, almeno sul piano degli effetti, all’autoritarismo targato Meloni-Piantedosi?

Il problema è soprattutto logico. Micheletti rischia di scambiare la parte per il tutto (pars pro toto). Si rifletta. Dal momento che alcuni movimenti totalitari hanno mobilitato i giovani, non possiamo dedurre che la mobilitazione giovanile abbia una particolare vocazione totalitaria. È una fallacia elementare, che rischia di trasformare la storia in un repertorio di esempi selezionati per confermare una tesi già formulata. Si pensi, per analogia, a Marx, che privilegiando la struttura economica come chiave interpretativa della società, finì per attribuire ai rapporti economici e di classe un peso determinante, relegando politica, diritto, cultura e idee alla sfera della sovrastruttura. Anche qui, una parte della realtà rischia di diventare la spiegazione del tutto.

Se cerchiamo precedenti di giovani coinvolti in imprese autoritarie, li troviamo. Ma se cerchiamo giovani che si sono battuti per la libertà, ne troviamo altrettanti, e anche di più. Per dirla con un simpatico cantante spagnolo, purtroppo scomparso: “Depende”. Dipende da dove guardiamo, da quali fenomeni scegliamo e, soprattutto, da che cosa intendiamo dimostrare.

Prendiamo la cosiddetta “Crociata dei fanciulli” del 1212. Il nome è tradizionale, ma la ricostruzione storica è controversa: le fonti medievali sono frammentarie e non è affatto certo che i partecipanti fossero prevalentemente bambini, come vuole la leggenda. Si trattò comunque di un movimento collettivo alimentato da un intenso fervore religioso, al quale le narrazioni successive attribuirono un esito tragico. Possiamo considerarlo un remoto esempio di mobilitazione popolare giovanile, purché non pretendiamo di ricavarne una teoria generale sulla gioventù. Sarebbe assurdo. Eppure è proprio questo il genere di cautela che occorre quando si passa da un episodio storico a una conclusione politica.

L’interventismo giovanile, del resto, accompagna la storia da secoli. I giovani si sono mobilitati per la religione, la patria, la rivoluzione, la democrazia, il socialismo, il fascismo e molte altre cause. Non sono mancati quelli che hanno combattuto per la libertà, né quelli che hanno contribuito a sopprimerla. Il dato anagrafico, da solo, non spiega nulla. Bisogna guardare alle idee, alle organizzazioni, alle condizioni storiche e alle conseguenze dell’azione politica.

Pensiamo alle rivoluzioni europee del 1848. Studenti, giovani intellettuali e militanti parteciparono alle insurrezioni liberali e nazionali, chiedendo costituzioni, indipendenza e libertà politiche. Non tutte quelle aspirazioni erano democratiche nel senso contemporaneo del termine, e non tutti i protagonisti erano liberali. Ma chi si sognerebbe di liquidare quell’intera stagione come un’anticipazione dei totalitarismi del Novecento? E che cosa dovremmo dire dei giovani che parteciparono alla resistenza antinazista, dei ragazzi della Rosa Bianca in Germania o degli studenti che si batterono contro i regimi comunisti nell’Europa orientale? C’erano giovani a Salò e prima ancora tra gli squadristi, ma anche nella Resistenza. E si potrebbe risalire fino al precoce e simbolico sacrificio di Gobetti. Dovremmo considerarli eccezioni che confermano la regola? Quale regola, esattamente?





Veniamo all’Italia. Il Risorgimento fu anche una storia di giovani disposti a rischiare la vita per le proprie convinzioni. Basterebbe ricordare gli studenti che si batterono nel 1848 a Curtatone e Montanara.

Di più: Goffredo Mameli morì a ventun anni, nel 1849, per le ferite riportate combattendo per la Repubblica romana. Non era un adolescente in cerca di emozioni forti, ma un militante politico che aveva scelto consapevolmente una causa. Carlo Pisacane, morto a trentotto anni nella spedizione di Sapri del 1857, apparteneva invece a un’altra generazione e a una tradizione rivoluzionaria differente: le sue idee socialiste non coincidevano con quelle liberali. Ma proprio questa differenza è istruttiva. L’interventismo giovanile non esprime un’unica ideologia, né conduce necessariamente a un solo esito politico.

Naturalmente, non voglio trasformare Mameli in un santino liberale, né arruolare Pisacane in una causa che non era la sua. Sarebbe un altro modo di abusare della storia. Voglio semplicemente ricordare che la gioventù non è una categoria politica omogenea. I giovani possono combattere per l’indipendenza nazionale, per una repubblica, per una rivoluzione socialista o per un regime autoritario. La loro età non ci dice quale causa sia giusta e quale sbagliata. Per capirlo dobbiamo esaminare le idee, i metodi e gli obiettivi. Insomma, dobbiamo ragionare.

Micheletti ricorda giustamente che il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco seppero mobilitare molti giovani. Il culto della forza, il disprezzo per i compromessi, l’esaltazione dell’uomo nuovo e l’idea di partecipare a una grande impresa collettiva furono ingredienti importanti di quelle esperienze. Anche il comunismo sovietico investì molto nell’organizzazione e nell’indottrinamento delle nuove generazioni. Ma la conclusione da trarne non è che i giovani siano particolarmente esposti al totalitarismo. È che nessuna generazione è immune dal conformismo, dall’intolleranza e dalla seduzione delle ideologie che promettono di rifare il mondo sacrificando la libertà individuale.



E qui, peraltro, sarebbe opportuno non fermarsi ai giovani. I totalitarismi non furono costruiti soltanto da ragazzi esaltati. Vi contribuirono adulti, funzionari, intellettuali, imprenditori, militari e uomini politici di ogni età. Ridurre tutto a una questione generazionale significa perdere di vista i meccanismi del potere, gli interessi in gioco e le responsabilità individuali. Non fu la giovinezza a generare il fascismo, così come non fu la vecchiaia a impedirne l’affermazione.

Veniamo allora al problema opposto, quello che Micheletti individua correttamente: la sopravvalutazione dei giovani nella società contemporanea. Da tempo la giovinezza viene presentata come una virtù in sé, quasi che avere vent’anni garantisse una superiore autenticità morale, una maggiore apertura mentale o una più profonda comprensione del futuro. Basta che una piazza si riempia di studenti perché qualcuno proclami di trovarsi davanti a una nuova primavera politica. E se i manifestanti sono giovani, sembra quasi sconveniente domandarsi che cosa sostengano, quali obiettivi perseguano e quali conseguenze possano produrre le loro azioni.

È una sciocchezza. Un giovane può essere generoso o egoista, intelligente o ottuso, libero o conformista, tollerante o autoritario. Non esiste una patente di superiorità morale rilasciata dall’anagrafe. Ma non esiste neppure una patente di sospetta inclinazione totalitaria. Il liberalismo dovrebbe essere il primo a diffidare di queste generalizzazioni: gli individui vanno giudicati per ciò che pensano e fanno, non per la categoria generazionale alla quale appartengono.

Anche nelle manifestazioni contemporanee occorre distinguere: giustificare la repressione, tollerare l’antisemitismo o mostrarsi indulgenti verso l’imperialismo russo merita una critica senza sconti. Chi contesta gli aiuti militari all’Ucraina spieghi quale alternativa propone e come intenda garantirne l’indipendenza. 

 

Il pacifismo, da solo, non assicura la pace, così come l’antifascismo proclamato non garantisce la comprensione dei regimi autoritari. Ma contestare un governo o contestare il riarmo non significa automaticamente sostenere una dittatura o appoggiare Putin. Le posizioni vanno giudicate una per una, senza attribuire a un’intera piazza le idee dei gruppi più estremisti. Altrimenti, combattendo il conformismo, finiamo per praticarne uno di segno opposto.

Il problema non è la giovinezza, ma il rapporto fra individuo e gruppo. Talvolta il conformismo giovanile si traveste da anticonformismo: ci si crede liberi perché si protesta, mentre si ripetono gli slogan altrui. Accade anche agli adulti, compresi i liberali che sacrificano il giudizio critico alla fedeltà alla propria parte. La libertà comincia quando siamo disposti a mettere in discussione le convinzioni del gruppo, anche a costo di perderne il consenso. Questo è il discrimine: non l’età o l’entusiasmo, ma l’autonomia di giudizio e il rispetto della libertà altrui.

Se  il professor  Micheletti (nella foto)  denuncia il giovanilismo e il conformismo che può accompagnarlo, concordiamo. Se invece tende a leggere la mobilitazione giovanile attraverso il precedente totalitario, il suo ragionamento non regge. La storia non è un repertorio di precedenti da selezionare a piacimento: serve a distinguere, non a confondere. La giovinezza non è una virtù politica: può essere generosa e coraggiosa, ma anche conformista e autoritaria. Non va celebrata né condannata in blocco.

Per un liberale, il criterio è semplice: nessuna indulgenza automatica, nessuna condanna preventiva. Giudichiamo le idee e i comportamenti, non l’anagrafe. Il futuro appartiene ai giovani, certo. Ma non per questo hanno sempre ragione. E gli anziani, solo perché hanno vissuto più a lungo, non hanno necessariamente imparato a leggere il passato.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://opinione.it/editoriali/2026/10/29/gustavo-micheletti-giovani-manifestazioni-totalitarismi-liberta/ . Qui il blog del professor Micheletti: https://www.gustavomicheletti.it/ .

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