giovedì 29 ottobre 2026

La destra incivile e la disobbedienza civile: il caso Miglio

 

La destra italiana ha un problema con la libertà. E forse Gianfranco Miglio, storico, politologo e filosofo della politica, lo aveva capito. Però procediamo per gradi.

Libertà, non con quella che la destra proclama nei comizi, ma con quella praticata da chi non le obbedisce, contesta il governo e si permette persino di manifestare senza chiedere il permesso politico a Giorgia Meloni. Il caso di Youssef Siher, il ricercatore rimesso in libertà dalla gip di Milano Tiziana Landoni, offre un esempio significativo di questa contraddizione. Che cosa resta del liberalismo di una destra che sembra concepire la legalità come sinonimo di obbedienza?

La gip non ha convalidato il fermo di Siher e ha respinto la richiesta di custodia cautelare in carcere. Non lo ha proclamato innocente una volta per tutte: l’inchiesta prosegue. Ma, sulla base degli elementi esaminati, ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per le misure richieste. Quanto ai messaggi contestati, secondo le ricostruzioni dell’ordinanza, i toni aspri e le espressioni volgari non bastavano a dimostrare un’incitazione alla violenza o un progetto concreto di sovvertimento dell’ordine costituito. Siher avrebbe evocato forme di protesta pacifica, comprese azioni di disobbedienza civile, non indicato le devastazioni di Milano come un modello da imitare.

Apriti cielo. Giorgia Meloni ha definito la decisione “vergognosa”, presentandola come una mortificazione del lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti. Matteo Salvini è arrivato a evocare la responsabilità personale del giudice nel caso di nuovi episodi di violenza. Insomma, se domani qualcuno commette un reato, la colpa sarà anche di chi oggi non lo ha messo in carcere. Una concezione del diritto davvero curiosa: il magistrato dovrebbe rispondere non soltanto delle proprie decisioni, ma persino delle condotte future di persone che non può tenere preventivamente in galera per soddisfare le aspettative della politica.

Naturalmente, una decisione giudiziaria si può criticare. Nessun magistrato è infallibile e nessuna ordinanza è sottratta alla discussione pubblica. Ma una cosa è contestare le motivazioni di un provvedimento, un’altra è delegittimare chi lo ha firmato, trasformandolo in un nemico politico. La differenza non è sottile: si chiama Stato di diritto. E, se qualcuno se ne fosse dimenticato, lo Stato di diritto vale soprattutto quando le decisioni dei giudici non ci piacciono.  Così è.

Il punto, però, è un altro. La destra sembra non distinguere più fra disobbedienza civile, disordine pubblico e violenza politica. Tutto finisce nello stesso sacco, purché serva a evocare l’emergenza e a invocare una stretta repressiva. Ma la disobbedienza civile non è una parola in codice per giustificare qualsiasi illegalità. È una forma di protesta che nasce dal conflitto fra la coscienza individuale e una legge o una decisione politica ritenuta ingiusta. Si può discuterne, contestarne le ragioni, giudicarla imprudente o persino sbagliata. Non si può, però, trasformarla automaticamente in una prova di eversione.

Soprattutto, non si possono confondere una manifestazione, l’occupazione di uno spazio, il rifiuto di collaborare con un provvedimento e la devastazione di negozi o l’aggressione alle persone. 

 



La Comune di Parigi (1871) e l’assalto al Palazzo d’Inverno (1917) appartengono alla storia delle rivoluzioni; le vetrine spaccate e le aggressioni (2026) appartengono alla cronaca dei reati . Chi sostiene che ogni protesta radicale conduca inevitabilmente alla violenza e alla sovversione delle istituzioni non difende l’ordine: usa la paura per restringere lo spazio della libertà. E chi sostiene il contrario, cioè che ogni violenza sia giustificata dalla nobiltà della causa, non è meno lontano dal liberalismo.

A questo punto entra in scena un nome che dovrebbe mettere in imbarazzo una certa destra: Gianfranco Miglio. Nel 1993 Mondadori pubblicò un volume intitolato Disobbedienza civile, che riuniva Miglio e Henry David Thoreau. Non si tratta di una coincidenza ornamentale. Miglio aveva sostenuto la disobbedienza fiscale contro l’ISI, l’imposta straordinaria sugli immobili introdotta nel 1992. La sua era una battaglia politica concreta, condotta contro una misura dello Stato che giudicava ingiusta. Si poteva condividere o meno quella posizione; resta il fatto che un autorevole esponente della destra italiana rivendicava la disobbedienza civile come strumento di lotta politica.



E allora? Miglio era un irresponsabile nemico della legalità? Un sovversivo da mettere in galera? Oppure la disobbedienza civile è una possibilità che una società liberale deve saper distinguere dalla violenza, anche quando la protesta prende di mira il governo e le sue politiche? La domanda è semplice. Le risposte della destra che ci governa, invece, sembrano aver smarrito ogni misura.

Chi era Thoreau? Henry David Thoreau, nel saggio Resistance to Civil Government, pubblicato nel 1849 e divenuto poi noto come Civil Disobedience, aveva sostenuto che la coscienza individuale non può essere subordinata ciecamente alla legge, soprattutto quando lo Stato si rende complice di un’ingiustizia. Rifiutando di pagare le imposte per protestare contro la schiavitù e la guerra contro il Messico, Thoreau affermava il diritto del cittadino di non collaborare con un potere che giudica ingiusto. Non l’apologia dell’illegalità, dunque, ma la rivendicazione della responsabilità morale dell’individuo di fronte allo Stato.

Siamo davanti a uno dei maggiori teorici americani della coscienza individuale contro lo Stato. Per capirsi, Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo, concepiva invece la libertà individuale all’interno della superiore unità etica dello Stato. Non si tratta di ridurre la sua filosofia alla semplice obbedienza passiva: il punto è proprio che, nella concezione gentiliana, individuo e Stato non costituiscono due realtà autonome e contrapposte. Due universi politici opposti. E se Thoreau sta dalla parte di Miglio e Bossi — semplifichiamo — Gentile rappresenta assai meglio una concezione autoritaria della politica. Giorgia Meloni lo abbia letto o meno, il problema è tutto qui. Gentile, per fascisti e neofascisti, era come il latte della mamma…

Sul piano politico potremmo anche dire: Bossi contro Salvini. Il primo, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, aveva fatto della ribellione fiscale e della contestazione dello Stato centrale una bandiera. Il secondo, oggi, partecipa a un governo che invoca la massima severità contro chi contesta l’autorità pubblica. Le idee, si sa, cambiano; qualche volta si evolvono, altre volte si accomodano sulle poltrone.

C’è poi una questione più generale. Una democrazia liberale non pretende che i cittadini siano sempre d’accordo con il governo, né che manifestino soltanto quando e come fa comodo alla maggioranza. La democrazia vive di conflitto regolato, di opposizione, di dissenso. Il limite è la legge, certo, ma la legge non è un feticcio: si interpreta, si discute, si modifica, si sottopone al controllo dei giudici. È proprio questo che distingue il liberalismo dall’autoritarismo. Nel primo, il potere incontra limiti; nel secondo, i limiti diventano ostacoli da rimuovere e chi li difende viene sospettato di tradimento.


La reazione al caso Siher rivela dunque qualcosa che va oltre una singola ordinanza. Rivela una concezione della politica nella quale l’ordine pubblico tende a diventare il criterio supremo, mentre le garanzie individuali sono tollerate soltanto finché non intralciano il potere. Una concezione nella quale la magistratura è lodata quando condanna e attaccata quando assolve, o quando semplicemente non dispone la misura cautelare desiderata. Una concezione, infine, che tratta il dissenso come un problema di polizia prima ancora che come una realtà fisiologica della vita democratica.

Fisiologica. Cosa che questa destra che ci governa non capirà mai. E diciamo pure per ragioni genealogiche. Non basta proclamarsi liberali, sventolare il tricolore e pronunciare qualche parola sulla libertà per esserlo davvero. Il liberalismo si riconosce dal modo in cui si tratta chi dissente, da quanto spazio si lascia all’individuo, da quanto si accetta che il potere venga limitato anche quando la limitazione risulta scomoda.

La destra italiana farebbe bene a rileggersi Miglio, prima di impartire lezioni di legalità agli altri. E a ricordare che la disobbedienza civile non è un’invenzione dei nemici della democrazia: è una delle questioni con cui la democrazia liberale deve fare i conti, senza confondere il dissenso con il reato e il reato con la rivoluzione.

Questa non è democrazia liberale. È il suo contrario. Chiamalo, se vuoi, fascismo. Con tanto di bandiera tricolore.

Carlo Gambescia

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