Tony, presentati agli amici lettori.
Sono un americano nato a New York, che ha trascorso circa cinquant’anni in Italia e oggi vive a Houston, in Texas. Ho lavorato per 47 anni nell’amministrazione pubblica americana e nella NATO, occupandomi soprattutto di risorse umane, organizzazioni complesse e leadership. Ho un dottorato in Management e ho tenuto lezioni e seminari presso università italiane, anche in qualità di visiting professor.
Non solo, però… Non fare il modesto.
Dal 2015 al 2017 sono stato Chair, cioè responsabile nazionale, dei Democrats Abroad in Italia, l’organizzazione del Partito Democratico americano che rappresenta e mobilita gli elettori democratici residenti all’estero. Oggi seguo attivamente la politica americana e conduco il podcast su YouTube La politica americana vista da Houston, dedicato soprattutto al pubblico italiano (*).
Un podcast che mi ha permesso di scoprirti e apprezzarti. Non è facile trovare in giro analisi così interessanti, obiettive e sintetiche.
Non esageriamo. Comunque, ho anche pubblicato diversi lavori, tra cui Leading in Complexity, sulla leadership nelle organizzazioni internazionali, e La Resa dei Conti, dedicato alle elezioni americane del 2026 e alla tenuta della democrazia statunitense.
Certo, ho recensito anche quest’ultimo saggio (**). È davvero interessante e lo consiglio agli amici lettori.
Sono felice che questa intervista sia, per così dire, «cartacea», perché sto arrossendo. E così non mi si vede.
L’elogio è meritato. Pronto? Partiamo dal quadro storico. In un saggio del 1964, tuttora interessante, lo storico Richard Hofstadter parlava di uno “stile paranoide” della politica americana. In che cosa il trumpismo, inteso come fenomeno che va ben oltre la persona di Trump, riprende quella tradizione? E in che cosa, invece, se ne discosta?
Hofstadter aveva individuato una tradizione ricorrente nella politica americana: la convinzione che forze occulte, élite corrotte o nemici interni controllino il potere e minaccino la nazione.
Questa visione non appartiene esclusivamente alla destra. Anche in alcune frange della sinistra anticapitalista troviamo narrazioni secondo cui ristrette élite economiche e finanziarie controllerebbero ogni aspetto della vita politica e sociale. Naturalmente, criticare il potere economico non significa, di per sé, adottare uno stile paranoide.
La differenza fondamentale è che queste correnti sono rimaste relativamente marginali nel Partito Democratico, mentre il trumpismo ha portato una visione analoga al centro del Partito Repubblicano, conquistandone la leadership e condizionandone profondamente il linguaggio politico.
Un incubo politico…
Le conseguenze si sono estese ben oltre la politica. Pensiamo al movimento antivaccinista e alla diffusione di teorie complottiste sulla pandemia, sui vaccini e sulle istituzioni sanitarie. La sfiducia sistematica nella scienza e nella medicina ha avuto conseguenze anche gravi sulla salute pubblica. Naturalmente, il movimento antivaccinista non nasce con Trump e non appartiene esclusivamente alla destra, ma ha trovato in alcuni ambienti del trumpismo un importante spazio di amplificazione e legittimazione politica.
Trump non ha inventato questa tradizione, ma l’ha trasformata in uno strumento di mobilitazione elettorale e di esercizio del potere, amplificato da un ecosistema mediatico e digitale senza precedenti.
Veniamo alle elezioni di metà mandato. I sondaggi danno indicazioni, ma tra intenzioni di voto e risultati effettivi c’è di mezzo una campagna elettorale. Che cosa dobbiamo aspettarci?
I sondaggi indicano difficoltà significative per Trump e i Repubblicani, soprattutto tra gli indipendenti, i moderati e alcuni gruppi di elettori che avevano contribuito alla sua vittoria nel 2024. Ma un sondaggio nazionale non elegge il Congresso: contano i singoli collegi, l’affluenza e la distribuzione geografica del voto.
Quanto conta lo zoccolo duro del trumpismo? E quanto può ancora pesare la sua capacità di recuperare gli elettori più fluttuanti, facendo leva sull’identità, sull’appartenenza e sul rapporto personale con il leader?
Lo zoccolo duro trumpiano rimane consistente e motivato, ma non è sufficiente, da solo, a garantire la maggioranza. Trump conserva una notevole capacità di mobilitazione identitaria; tuttavia, l’inflazione, il costo della vita e l’insoddisfazione economica possono pesare più della fedeltà personale.
I Democratici hanno opportunità concrete alla Camera, mentre la battaglia per il Senato presenta difficoltà maggiori. Saranno decisivi gli elettori indipendenti e, soprattutto, l’affluenza alle urne: sia la capacità dei Democratici di mobilitare il proprio elettorato, sia l’eventuale astensione di una parte degli elettori trumpiani, delusi da alcune promesse non mantenute o semplicemente meno motivati a votare in assenza di Trump sulla scheda elettorale.
È possibile che Trump rifiuti un verdetto elettorale sfavorevole? E che cosa potrebbe accadere se la contestazione del voto degenerasse in uno scontro istituzionale? Qui mi viene in mente Fort Sumter, il forte di Charleston dal cui bombardamento, nell’aprile 1861, prese avvio la guerra civile americana. Il paragone è certamente impegnativo, forse persino improprio…
Trump ha già dimostrato nel 2020 di essere disposto a contestare una sconfitta elettorale. Non possiamo quindi escludere nuovi tentativi di delegittimazione del voto. Ma occorre distinguere una contestazione politica da una crisi costituzionale.
Puoi chiarire il concetto?
Le elezioni congressuali sono amministrate dagli Stati e il presidente non ha il potere di annullarle unilateralmente. Il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027.
Il paragone con Fort Sumter mi sembra effettivamente impegnativo. Non credo che ci troviamo alla vigilia di una guerra civile paragonabile a quella del 1861.
Certo. Qualche volta mi piace provocare… Quali sono, oggi, i limiti istituzionali e sociali che potrebbero impedire a una crisi politica di trasformarsi in una crisi dell’ordine costituzionale?
Il rischio più concreto è quella della crisi di legittimità istituzionale, eventualmente accompagnata da intimidazioni e violenze politiche. Non dobbiamo però dimenticare un elemento incoraggiante: nel 2020 numerosi politici, amministratori elettorali e funzionari repubblicani hanno difeso lo Stato di diritto, resistendo alle pressioni di Trump. Anche molti giudici federali nominati dallo stesso Trump hanno emesso decisioni contrarie alle sue posizioni. Questo è avvenuto anche alla Corte Suprema: nel febbraio 2026, per esempio, i giudici Gorsuch e Barrett, entrambi nominati da Trump, hanno contribuito alla maggioranza che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti attraverso una legge sui poteri economici d’emergenza.
Insomma, pesi e contrappesi…
Certo. Sono esempi importanti di autonomia della magistratura e di funzionamento dei contrappesi costituzionali. Le istituzioni americane hanno saputo funzionare anche grazie a persone che hanno anteposto il rispetto della legge alla fedeltà di partito. Questa rimane, a mio giudizio, una delle ragioni più concrete per avere fiducia nella tenuta della democrazia americana.
Proviamo a guardare l’altra America. Mi tracci un ritratto sociologico e politico di quanti si oppongono a Trump. Quali gruppi sociali, tradizioni culturali e orientamenti politici compongono questa America?
È un’America molto più articolata di quanto spesso si immagini. Comprende afroamericani, una parte importante degli elettori ispanici e asiatico-americani, giovani, donne, sindacalisti, professionisti urbani, ma anche moderati e conservatori che rifiutano il trumpismo.
Un esempio significativo viene dai distretti scolastici, dove i tentativi di mettere al bando libri o di introdurre interferenze ideologiche o religiose nell’insegnamento delle scienze hanno favorito, in diverse comunità, coalizioni trasversali, che definirei laiche, dal centrodestra alla sinistra radicale, in difesa della scuola pubblica e del metodo scientifico.
Un esempio recente della possibilità di dialogo viene dal Texas. Durante un incontro pubblico trasmesso dalla CNN, James Talarico, candidato democratico al Senato, ha risposto a un’elettrice cattolica contraria all’aborto riconoscendo che potevano rimanere divisi su quella questione morale, ma trovare un terreno comune nella riduzione delle gravidanze indesiderate, nell’assistenza sanitaria e nella tutela della vita e della dignità umana. Non è necessario essere d’accordo su tutto per lavorare insieme su obiettivi condivisi.
Vorrei capire meglio: siamo di fronte a una coalizione dotata di una propria identità oppure a un insieme di opposizioni che si ritrovano unite contro Trump, ma che potrebbero dividersi una volta venuto meno il collante del nemico comune?
Le alleanze di cui parlavo sopra non devono essere confuse con un’identità politica comune. Molti conservatori oggi si schierano accanto ai Democratici per difendere le istituzioni, senza per questo condividere le politiche economiche e sociali della sinistra. Una volta venuto meno Trump, queste coalizioni potrebbero ridursi considerevolmente.
E il buon Bernie che ne pensa?
Bernie Sanders continua a ricordare ai Democratici la necessità di rappresentare i lavoratori e le fasce più deboli della popolazione. È una visione che non coincide necessariamente con quella economica della destra moderata.
E qual è la tua opinione?
A mio giudizio, i Democratici devono essere consapevoli di questa distinzione: alleanze ampie per difendere la democrazia, i diritti civili e lo Stato di diritto, senza pretendere un’impossibile uniformità sulle questioni economiche, sulla redistribuzione della ricchezza e sull’uguaglianza sociale. Si può condividere la difesa delle regole democratiche e continuare a confrontarsi, anche duramente, sulle scelte politiche.
So benissimo che rischio di esagerare, ma veniamo ai Democratici. Se guardiamo al Novecento, troviamo personalità come Woodrow Wilson, Franklin D. Roosevelt e, in un contesto molto diverso, Barack Obama. Esistono oggi figure capaci di esprimere una visione politica riconoscibile e di costruire una coalizione altrettanto ampia?
Non credo sia utile cercare oggi un nuovo Roosevelt o un nuovo Obama. Le grandi leadership emergono da condizioni storiche particolari.
Touché…

Il Partito Democratico dispone di figure interessanti, ma non ha ancora espresso una leadership nazionale universalmente riconosciuta.
Non esiste però il rischio che il Partito Democratico si radicalizzi, allargando la distanza fra la propria componente più progressista e gli elettori moderati? Prendiamo Zohran Mamdani: la sua proposta politica può contribuire a rinnovare e ampliare il consenso democratico oppure rischia di accentuarne le divisioni? Correggimi, naturalmente, se la mia lettura è sbagliata.
Su Mamdani, come per Bernie Sanders, inviterei a distinguere le etichette ideologiche dal contenuto concreto delle proposte. Molte idee considerate radicali, quando vengono esaminate nel merito, riguardano esigenze molto pratiche: il costo degli alloggi, l’accesso alla sanità, i trasporti pubblici e la tutela dei lavoratori.
Del resto, la storia americana ci insegna che grandi riforme sociali, come quelle del New Deal di Roosevelt o, più recentemente, la riforma sanitaria di Obama, possono diventare nel tempo conquiste consolidate, standard minimi sotto i quali una società non dovrebbe più scendere. Ciò che ieri appariva radicale può diventare domani un diritto considerato normale.
Buona osservazione. Apprezzo il tuo senso storico. E anche sociologico. In una parola, metapolitico. Inclusione ed esclusione sono regolarità metapolitiche. E il welfare, anche minimale, è un veicolo di inclusione sociale.
In fondo, Mamdani sta cercando di dimostrare anche un’altra cosa: chi vuole fare politica da sinistra deve saper amministrare bene la cosa pubblica. Non serve una particolare ideologia per riparare una buca nell’asfalto, sistemare un marciapiede o garantire che un edificio residenziale rispetti le norme di sicurezza e igiene. Servono competenza, efficienza e responsabilità amministrativa.
Naturalmente, non tutte le sue proposte sono automaticamente trasferibili al resto degli Stati Uniti. Ma il confronto tra progressisti e moderati dovrebbe riguardare l’efficacia delle politiche, i loro costi e i risultati concreti, non semplicemente le etichette.
Allora, qual è il vero rischio per i Democratici?
Il vero rischio non è avere una componente progressista forte, ma trasformare le differenze interne in divisioni insanabili. Una coalizione ampia può condividere obiettivi fondamentali pur discutendo sugli strumenti per raggiungerli.
E i Repubblicani? La trasformazione del partito sotto Trump è reversibile? Oppure il trumpismo ha modificato così profondamente la base elettorale, la classe dirigente e il linguaggio politico repubblicano da rendere difficile un ritorno alla normale alternanza?
Il trumpismo ha trasformato profondamente il Partito Repubblicano: composizione elettorale, linguaggio, classe dirigente e rapporto con le istituzioni. Il vecchio conservatorismo repubblicano, favorevole al libero commercio e all’internazionalismo americano, è stato in larga misura sostituito dal nazionalismo populista.
Non considero però questa trasformazione irreversibile. I partiti americani sono organizzazioni adattive e cambiano quando le sconfitte elettorali o le contraddizioni interne rendono necessario cambiare.
Oggi la fedeltà personale a Trump prevale spesso sulla competenza e sull’autonomia politica. Tuttavia, cominciano a emergere contraddizioni tra alcune promesse fondamentali del movimento MAGA e le scelte dell’amministrazione. Penso alla guerra in Iran, contestata anche da esponenti della destra trumpiana che avevano creduto alla promessa di evitare nuovi conflitti, e alle difficoltà nel contenere il costo della vita. Anche il sostegno finanziario all’Argentina di Milei, pur attraverso strumenti di credito e non donazioni, solleva interrogativi sulla coerenza con il principio America First. Sono tensioni che potrebbero mettere alla prova la fedeltà di una parte dell’elettorato repubblicano.
Interessante. Arthur M. Schlesinger Jr., nel suo The Cycles of American History, interpretava la storia americana attraverso l’alternanza fra fasi di attivismo pubblico e fasi di prevalenza degli interessi privati. Possiamo ancora leggere la politica americana attraverso questa chiave? Oppure il trumpismo sta alterando le condizioni stesse che rendevano possibile il movimento ciclico della politica statunitense?
Schlesinger interpretava la storia americana attraverso cicli politici caratterizzati dall’alternanza tra intervento pubblico e prevalenza degli interessi privati. È una chiave di lettura ancora interessante, ma elaborata in un’epoca in cui i cambiamenti politici e sociali seguivano ritmi diversi.
Non distruggermi un mito storiografico, che risale a quando ero studente e leggevo avidamente i tre volumi di The Age of Roosevelt, tradotti e pubblicati nella bellissima collana di storia americana del Mulino.
Purtroppo, oggi Internet, i social media e, sempre più, l’intelligenza artificiale accelerano la circolazione delle idee, la mobilitazione politica e la trasformazione del consenso. Forse, però, i cicli non sono scomparsi: si sono accorciati e sono diventati meno prevedibili.
Ma c’è anche qualcosa di più profondo: stiamo forse ridefinendo, su scala globale, il confine stesso tra interessi privati e bene pubblico. Pensiamo al potere delle grandi piattaforme tecnologiche, che appartengono a soggetti privati ma influenzano aspetti fondamentali della vita collettiva. La distinzione tradizionale tra pubblico e privato diventa sempre meno netta.
Rimane però una condizione fondamentale: qualunque sia la durata dei cicli e comunque si ridefinisca il rapporto tra pubblico e privato, l’alternanza politica richiede il riconoscimento delle regole democratiche e della legittimità delle elezioni.
Concludiamo. Tony, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Quali ragioni concrete abbiamo per essere ottimisti sul futuro della democrazia americana? E quali, invece, dovrebbero indurci a non abbassare la guardia?
Direi mezzo pieno, e non soltanto per la solidità delle istituzioni americane.
Sono fiducioso soprattutto perché ho visto la reazione di tanti americani che per troppo tempo erano rimasti a guardare e che oggi, dopo aver tollerato gli eccessi del trumpismo, hanno cominciato a mobilitarsi in difesa della scuola pubblica, dei diritti civili e dello Stato di diritto.
Vedo un sentimento democratico ancora profondamente vivo nella società americana, capace di attraversare le appartenenze politiche.
Il vecchio Tocqueville aveva visto giusto… E sul piano mondiale?
Vedo anche la persistenza di un internazionalismo americano che non è necessariamente quello imperiale delle grandi strategie geopolitiche. È un’apertura al mondo che nasce dalla società stessa. Anche oggi, mentre assistiamo alle retate dell’ICE e alla retorica contro gli immigrati, milioni di cittadini e residenti americani sono nati all’estero. Mantengono legami familiari, culturali e affettivi con praticamente ogni angolo del pianeta. L’America continua a essere una società profondamente connessa al resto del mondo.
Tu stesso sei la prova vivente di questa apertura al mondo…
Certo. Naturalmente, non sottovaluto i pericoli: la normalizzazione della menzogna politica, la delegittimazione degli avversari e l’erosione della fiducia nelle istituzioni.
Ma la democrazia americana non vive soltanto a Washington. Vive nelle comunità locali, nelle scuole, nelle associazioni e nei cittadini che decidono di non rimanere indifferenti.
Per questo sono fiducioso. La democrazia non è garantita per sempre, ma il sentimento democratico degli americani è tutt’altro che spento.
( a cura di Carlo Gambescia©)
(*) Qui: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .











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