La prima pagina del "Secolo d’Italia" di oggi offre un piccolo documento di cultura politica. A caratteri cubitali leggiamo: "UN SABATO ANTI-ITALIANO". Sotto, il giornale denuncia manuali di guerriglia, chiamate ai «maranza» e organizzazione di blitz contro polizia e negozi.
Sui violenti non abbiamo dubbi. Chi aggredisce gli agenti, devasta i negozi o mette a repentaglio l’incolumità altrui deve essere identificato e perseguito. La libertà di manifestare non comprende quella di spaccare la testa al prossimo. Ma perché definire anti-italiana una (possibile) giornata di disordini, anziché condannare direttamente i responsabili? La scelta delle parole non è innocente. E questa, in particolare, ha una storia che merita di essere ricostruita.
La parola «anti-italiano» non è un’invenzione fascista. Era già in uso nel Settecento, anche nella polemica contro gli stranieri accusati di denigrare la cultura italiana. E nella prima parte dell’Ottocento verso (semplifico) gli austriacanti. Nei tardi anni dell’Italia liberale, sanno i nazionalisti e gli interventisti a bollare i loro avversari come anti-italiani (Tomasin; Aliberti)
Il fascismo, tuttavia, ne reinventa il significato politico, inserendola in una concezione della nazione che pretende di coincidere con il regime. L’avversario non è più soltanto qualcuno che sbaglia o che sostiene idee diverse: rischia di diventare un nemico della patria.
Un primo terreno sul quale osservare questa contrapposizione è la polemica del 1925 fra i due manifesti degli intellettuali. Il 21 aprile viene pubblicato quello fascista, redatto da Giovanni Gentile; il 1° maggio esce la risposta antifascista di Benedetto Croce. Non si tratta soltanto di una disputa fra intellettuali. Si confrontano due concezioni della cultura, della libertà e del rapporto fra politica e nazione. Il fascismo rivendica una particolare identificazione con la storia italiana; Croce contesta la pretesa di subordinare la cultura a un’ideologia e a un regime (Papa).Non attribuiamo ai manifesti, senza un riscontro testuale preciso, l’uso letterale dell’epiteto «anti-italiani». Il loro significato storico è però essenziale per comprendere il clima nel quale il fascismo pretendeva di rappresentare la vera Italia e relegava gli avversari fuori dalla comunità nazionale. La distinzione fra opposizione politica e slealtà patriottica era funzionale a questa operazione.
La documentazione sull’antifascismo permette di seguire il meccanismo negli anni successivi. Paolo Alatri, nella sua antologia L’antifascismo italiano, raccoglie materiali che aiutano a ricostruire la persecuzione degli oppositori e il linguaggio impiegato per delegittimarli. Furono soprattutto i militanti di Giustizia e Libertà a essere oggetto degli strali fascisti: li si accusava di ostilità verso l’Italia, intrecciandola con pregiudizi antisemiti (Alatri). Neppure i cattolici furono risparmiati. Oltre alle polemiche, dopo il Concordato, con conseguenti passaggi dalle parole ai fatti, tra fascisti e movimenti giovanili cattolici, a pagarne il conto fu nel 1940 -1941, Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, accusato da Roberto Farinacci, di atteggiamento anti-italiano e di connivenza con gli inglesi (G. Adornato).
Il meccanismo è riconoscibile: il regime si appropria della patria e pretende di stabilire chi abbia titolo per rappresentarla. Il dissenso diventa slealtà, l’avversario politico un corpo estraneo. Non basta essere italiani: bisogna dimostrare di esserlo nel modo prescritto da chi detiene il potere. La reinvenzione fascista dell’anti-italianità consiste precisamente in questo: non nell’invenzione della parola, ma nella sua trasformazione in uno strumento di delegittimazione politica.Veniamo al "Secolo d’Italia". Fondato nel 1952, il quotidiano divenne organo ufficiale del Movimento Sociale Italiano e successivamente di Alleanza Nazionale. La sua storia appartiene dunque alla genealogia della destra postfascista. Il titolo di oggi non dimostra, da solo, che Fratelli d’Italia sia un partito fascista. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il significato politico di un linguaggio che ripropone la contrapposizione fra italiani autentici e nemici interni. La continuità culturale non si dimostra con una singola parola; si indaga attraverso la persistenza di categorie, immagini e modi di concepire il rapporto fra potere e avversari.
Il problema, inoltre, non riguarda soltanto i "rossi", bersaglio tradizionale della destra radicale. Riguarda anche gli immigrati, gli islamici e chiunque possa essere presentato come estraneo all’identità nazionale. Si mettono insieme gruppi diversissimi, si suggerisce che costituiscano una minaccia e si lascia che la contrapposizione faccia il resto. Una fava, due piccioni: si delegittima l’avversario politico e, contemporaneamente, si alimenta il sospetto verso intere categorie sociali e religiose. Naturalmente, non tutti i manifestanti sono delinquenti, non tutti gli immigrati sono violenti e non tutti gli islamici sono estremisti. Sono distinzioni elementari, ma proprio per questo indispensabili quando la propaganda cerca di cancellarle.Il passaggio decisivo è quello dalle parole alle leggi. In Italia esistevano già prima del Governo Meloni, strumenti per perseguire aggressioni, danneggiamenti e violenze. Chi commette reati deve risponderne. Il problema nasce quando l’emergenza diventa un argomento permanente per restringere le libertà, moltiplicare divieti e indebolire le garanzie dello Stato di diritto. Non c’è bisogno di essere indulgenti verso i violenti per essere rigorosi verso il potere.
La sicurezza è un bene pubblico, ma lo sono anche la libertà personale, il diritto di manifestare, la libertà di espressione e le garanzie processuali. Una democrazia liberale deve essere abbastanza forte da perseguire chi commette reati e abbastanza sicura di sé da non aver bisogno di trasformare il dissenso in slealtà nazionale.
Qui torna utile Gaetano Mosca e la sua nozione di "formula politica": l’insieme di principi e credenze attraverso cui una classe dirigente giustifica il proprio potere. La formula politica di una democrazia liberale non può consistere nella pretesa che la maggioranza coincida con la nazione e che chi la contesta ne sia, per ciò stesso, nemico. La maggioranza governa, ma non possiede il Paese. Vince le elezioni, ma non diventa proprietaria dei diritti altrui.
Chi aggredisce un poliziotto risponde della propria condotta; chi manifesta contro il governo esercita un diritto. Confondere le due cose significa minare le fondamenta della convivenza liberale.
Ecco perché il titolo del “Secolo d’Italia” merita attenzione. Non è una prova conclusiva del fascismo di Fratelli d’Italia, ma un indizio culturale da interpretare alla luce della storia della destra italiana.
Quando riaffiora un linguaggio che contrappone gli italiani autentici agli anti-italiani, dobbiamo domandarci quale idea di cittadinanza e di Stato esso contribuisca a legittimare. Nessuna. Perché gli oppositori sono trattati come sudditi.
Il punto non è stabilire chi sia abbastanza italiano da meritare i propri diritti. È impedire che qualcuno possa arrogarsi il potere di deciderlo. La patria non è proprietà di un partito, la maggioranza non è la nazione e l’avversario politico non è un nemico dell’Italia. È da queste distinzioni, tutt’altro che accademiche, che comincia la difesa dello Stato di diritto.
Carlo Gambescia
Riferimenti essenziali
Lorenzo Tomasin, Italiano. Storia di una parola, Carocci, Roma, 2011.
Giovanni Alberti, Carattere nazionale e identità italiana, Nuova Cultura, Roma 2008.
- R. Papa, Storia di due manifesti. Il fascismo e la cultura italiana, Feltrinelli, Milano, 1958.
Paolo Alatri (a cura di), L’antifascismo italiano, 2 voll., Editori Riuniti, Roma 1973.
Gisella Adornaro, L’antifascismo del giovane Montini, “Avvenire”, 23/10/2023. Consultabile qui: https://www.avvenire.it/chiesa/chiesa-italiana/lantifascismo-del-giovane-montini-che-vide-subito-i-pericoli-del-regime_6911 .
Gaetano Mosca, Elementi di scienza politica, in Id., Scritti politici, a cura di G. Sola, Utet, Torino 1982, vol. II, pp. 633-635, 732. Concetto sviluppato anche nella precedente Teorica dei governi e governi parlamentare, in Scritti politici, cit., vol. I, pp. 226-230.
Quanto al “Secolo d’Italia” riviamo all’archivio digitale (dal quale provengono le copertine pubblicate), ad voces (anti-italiano, anti-italiani): https://shop.secoloditalia.it/categoria/giornale-storico/ . Se ne scoprono di belle…







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