domenica 9 ottobre 2022

La destra e il mondo economico

 


La destra, proprio negli anni d’oro di Berlusconi, mancò clamorosamente l’obiettivo di trasformare l’Italia in un moderna e civile democrazia liberale. A dire il vero, neppure tentò.

Che significa democrazia liberale? Burocrazia ridotta; governi dediti alla delegificazione sistematica; parlamenti dotati di visione generale contrari a qualsiasi forma di peloso assistenzialismo e aperti al merito e ai mercati; magistratura riformata e indipendente da qualsiasi potere politico (di destra come di sinistra). E soprattutto un europeismo non tanto istituzionale quanto sostanziale, nel senso di non fare mai appello, anche nelle situazioni più complicate, alle sirene di un polveroso e controproducente nazionalismo.

Insomma, meno stato, più mercato. 

 L’Italia è tuttora in attesa di una rivoluzione liberale del genere. E sarà molto difficile che le cose cambino con l’avvento al potere di una destra statalista quanto la sinistra. 

Anche perché la destra, in particolare quella di Fratelli d’Italia, non ha alcun “aggancio” nella società civile, in particolare pensiamo all’ élite economica, a partire dai piani alti  della Banca d’Italia e della Confindustria. Dove si decide sul serio e non all’associazione dei tabaccai…

Battute a parte, a dire il vero, si tratta dello stesso problema che travolse Berlusconi e alleati. Del resto un’élite economica, da sempre brutalmente attaccata dalle destre, non poteva e non può che rifiutare di mescolarsi con la destra di governo.

Si ricordi, solo per dirne una, nel 2001, il grande rifiuto di Luca di Montezemolo. Oppure la cattiva sorte di Renato Ruggiero, personaggio di altissimo spessore, che fu costretto a dimettersi, nel 2002, dopo neppure sei mesi, da Ministro degli Esteri, diciamo per incompatibilità di carattere politico con la destra tout court.

Per contro personaggi, come Tremonti, hanno accettato in passato di dividere un pezzo di strada con la destra, perché eccentrici alle élite economiche dirigenti. Per dirla poeticamente: due solitudini che si incontrano e si abbracciano come in un malinconico  film americano sulla terza età.

Però il punto è che l’eccentricità non è un valore di per sé. Si pensi al governo giallo-verde, di Conte e Salvini, che voleva imporre come Ministro dell’Economia un nemico dell’euro, incapace di comprendere la fortuna di avere una moneta unica e forte, il professor Paolo Savona, tecnico, ma anch’egli fortemente eccentrico.

La destra meloniana sembra addirittura rivendicare questa diversità. Diciamo che fa di necessità virtù. Come sempre.

Anche se Giorgia Meloni, questa volta, pare voler tentare la via della cooptazione all’economia di tecnici non eccentrici, come per esempio Giorgio Panetta – Banca d’Italia e Bce – che però sembra poco convinto. Probabilmente non accetterà.

Il vero problema è che mentre la sinistra, piaccia o meno, è riuscita nel tempo a guadagnarsi o comunque a mantenere la fiducia dei piani alti dell’economia, la destra, dopo trent’anni, è ancora ai blocchi di partenza del 1994.

Per quale ragione? Perché non si può sposare il complottismo e l’anticapitalismo e poi pretendere che ai piani alti si lasci fare, anzi persino si aiuti.

Si rifletta. Quando Giorgia Meloni, con un linguaggio truculento, rivendica i dieci-undici anni di opposizione “al regime della sinistra”, includendovi quelli che a destra sono liquidati come “poteri forti”, si dà la zappa sui piedi. Perché poi, inevitabilmente, non potrà che  trovare tutte le porte le chiuse.

E qui torniamo al fallimento della rivoluzione liberale. Perché una cosa è cadere, eroicamente, su un programma liberale, magari sgradito a quella parte, non piccola, dell’establishment, legata all’economia del welfare, un’altra è cadere a causa di una visione complottista, anticapitalista e persino antiliberale della politica e della società. Un approccio autolesionistico. Perché favorisce sempre la vittoria dell’avversario. E determina un fastidioso isolamento politico sociale.

Si noti infine una contraddizione fondamentale. Un aiutino a Giorgia Meloni, potrebbe giungere proprio dalla parte welfarista del mondo economico: quella disposta a fare anche un patto con il diavolo Meloni, pur di non perdere il sostegno dello stato.

Pertanto, e qui siamo alla pietra tombale su qualsiasi politica di tipo liberale, se Giorgia Meloni riuscirà a durare, sarà grazie al sostegno della parte meno liberale dei piani alti dell’economia italiana. Se invece, tenterà di proseguire – semplificando – sulla strada dell’eccentricità e della lotta “epocale” contro i “poteri forti”, rischia di trovarsi contro i piani alti al completo, che temono, giustamente, l’uscita dall’Europa e dall’Euro, per non parlare del paventatissimo sfondamento del debito pubblico.

Concludendo, la destra rischia di pagare ancora una volta il suo volontario isolamento economico-culturale. Che, ovviamente, la stessa destra presenterà come l’ingiusto prolungamento di una emarginazione eroicamente subita, frutto della sua meravigliosa diversità e della sua distanza dai “poteri forti”, eccetera, eccetera.

Preparandosi così l’alibi, come fa da trent’anni a questa parte, del “non ci hanno fatto governare”, della “congiura sinistra-grande capitale”, eccetera, eccetera.

Che noia, che barba, che barba, che noia…

Carlo Gambescia

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