venerdì 21 ottobre 2022

Il de profundis del conservatorismo liberale

 


La fulminea ascesa e caduta di Liz Truss in Gran Bretagna, leader di un partito conservatore classico, diciamo liberale, e i successi dei partiti neoconservatori, diciamo populisti, nella vecchia Europa di democrazia consolidata (Italia, Svezia, mancato per un pelo in Francia, in ascesa in Spagna e Germania), indicano che per il conservatorismo liberale si respira aria di de profundis.

Che un’ala dei conservatori britannici non sia mai rimasta insensibile ai richiami del populismo è un fatto. Si potrebbe risalire a Disraeli, importante leader conservatore della seconda metà del XIX secolo. Ma nel Novecento fascismo e nazismo, soprattutto nella seconda metà del secolo, dopo qualche iniziale tentennamento tra le due guerre, costituirono lo spartiacque ideologico e politico tra il conservatorismo liberale (poco stato e poche tasse), non solo britannico, e il conservatorismo populista (molto stato e tanta spesa pubblica).

Inutile precisare, che il conservatorismo populista, di cui in Europa, cosa che solitamente non si dice, il generale de Gaulle, fu un campione, ha sempre strizzato l’occhio, captandone alcune idee (autorità, nazione, antiparlamentatismo, protezionismo) alle destre in odore di neofascismo.

Il penultimo e glorioso assalto del conservatorismo liberale alla cittadella welfarista risale a Margaret Thatcher, durò dieci anni. L’ultimo, diremmo però quasi un sussulto, a un’altra donna, Liz Truss, durato quarantacinque giorni.

Inutile farsi illusioni i cittadini europei, a partire persino dai più ricchi (che in Gran Bretagna, hanno addirittura girato le spalle ai sostanziosi tagli fiscali promessi dalla Truss), accettano di buon grado l’elevata pressione tributaria. In questo modo però si consente, per giunta senza battere ciglio, all’ inevitabile riduzione degli investimenti privati, che, si badi, mai si potranno sostituire con quelli pubblici. Come pure molti accettano, sempre impassibili, la conseguente impossibilità di poter ascendere socialmente.

La gente comune sembra rifiutare la grande possibilità di crescere, insita nella società mobili, sia sul piano delle persone che dei capitali. Si crede e si punta all’ aurea mediocritas. Si vuole “stabilità” a ogni costo (“The Economist” di ieri,  docet).

Purtroppo la gestione statalistica dell’epidemia, pardon pandemia, ha accentuato la disaffezione verso il rischio e la mobilità sociale . La crisi economica che ne è scaturita, resa ancora più seria dall’aggressione russa all’Ucraina, ha spinto sempre più le persone, di tutti i ceti sociali, nelle braccia dello stato.

In questo quadro il conservatorismo populista ha avuto e ha gioco facile.

Per un verso accusa la sinistra di essere dalla parte di imprese, che invece non amano più il rischio e cercano solo la stabilità sociale, anche a costo di essere sussidiate. In nome dell’aurea mediocritas, di cui sopra, gli imprenditori accettano le politiche di sinistra, incentrate sul welfare, purché si percepiscano gli aiuti di stato in qualsiasi forma.

Sotto questo aspetto la cosiddetta “transizione ecologica” è un prolungamento del patto tra sinistra e imprese in nome di una specie di capitalismo protetto a basso regime.

Per altro verso, il conservatorismo populista, a differenza del conservatorismo liberale, critica la cosiddetta sinistra al caviale, non perché statalista, ma più semplicemente perché ne vuole prendere il posto a tavola. La prova provata di quanto si afferma è nella sua condivisione dell’idea di transizione ecologica. Che invece, il conservatorismo liberale rifugge da sempre come il diavolo, scorgendo nell’ecologismo il nemico principale dell’economia di mercato.

L’aspetto più grave dell’intera questione è che progressisti di sinistra e conservatori populisti, puntando insieme, e decisamente, sul capitalismo protetto, depotenziato, addomesticato, recidono le radici produttive del sistema di mercato e favoriscono la crisi fiscale dello stato.

Ammesso e non concesso, che siano in buona fede, siamo davanti a un classico effetto perverso. Semplificando: sinistra welfarista e destra populista aspirano al bene, come dicono, ma rischiano di fare e farsi male.

Sicché al de profundis del conservatorismo liberale, rischia di seguire il suicidio del conservatorismo populista. Che, presupponendo quello di una sinistra illiberale, può causare il crollo  catastrofico  dell’intero sistema economico.

Concludendo, Liz Truss è caduta ma non è proprio il caso di sorridere.

Carlo Gambescia

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