martedì 4 ottobre 2022

Adieu mon ami… L’inflazione andrà alle stelle

 



Riflettevamo ieri sull’impossibilità di attuare riforme liberali: taglio della spesa pubblica, bilanci dello stato in ordine e in attivo e soprattutto tanta libertà di intraprendere, che significa tagli fiscali, privatizzazioni, liberalizzazioni e conseguente crescita del Pil.

Perché cosa succede? Che Liz Truss, in Gran Bretagna, ha dovuto fare marcia indietro. Che la Confindustria italiana rifiuta i tagli fiscali. Che la Germania vara un piano di aiuti di 200 miliardi di euro. Che amarezza, altro che riforme… Adieu mon ami… L’inflazione andrà alle stelle.

L’epidemia, pardon la pandemia, ha dato di nuovo fiato allo statalismo e al suo pericoloso pendant: spesa pubblica gogò. Il che ha generato – teoria quantitativa della moneta, primo anno di economia – un’inflazione galoppante, siamo già intorno al dieci. Sulla quale si  è abbattuta la crisi energetica, scatenata dalla sconsiderata aggressione russa all’Ucraina.

Pertanto se i prezzi energetici crescono la colpa non è dei “grandi player” che speculano, come asseriscono i complottisti che sanno l’inglese, ma dei “piccoli player”, dei clienti dei grandi fondi – legge dei grandi numeri, primo anno di statistica – che cercano di tutelarsi anticipando il rialzo o ribasso dei prezzi, dando ordine di vendere o comprare a termine.

Speculare, come insegnava Luigi Einaudi (*), significa una cosa molto semplice e neppure cattiva. Vuol dire prevedere che certi prezzi cresceranno o diminuiranno, regolandosi perciò di conseguenza. Fa parte del comportamento economico. Punto.

Pertanto – cosa che si omette di dire – l’investitore rischia, perché le previsioni possono essere sbagliate. Naturalmente, lo spostamento di grandi masse di capitali, da un bene all’altro, influisce sulle leggi della domanda e dell’offerta. Ma, cosa fondamentale, se la scarsità di un certo bene non è reale, i capitali si spostano subito su altri beni. Il mercato si autoregola, insomma.

La “speculazione”, ossia l’azione conseguente alla previsione che un determinato prezzo varierà verso l’alto o verso il basso, può perciò tramutarsi in cattivo investimento quando di un certo bene non c’è scarsità reale. Il che però significa, che nel caso della crisi energetica, gli investitori si muovono in base a previsioni di scarsità reale. Di qui l’autodifesa, più che giustificata, dei propri redditi.

Si dirà: ma tutto questo che c’entra con le riforme liberali? C’entra. Perché la speculazione, come mezzo di autodifesa, rimanda all’inflazione da costi di energia generata da un sistema economico welfarista che ha inevitabilmente deciso di combattere l’inflazione a colpi di spesa pubblica.

Cosa succede però? Che iniettando denaro nel sistema si alza l’asticella dei valori nominali, che crescono, lasciando però invariati i valori reali. I quali rinviano automaticamente a un potere d’acquisto decrescente: con più soldi (nominali) si compreranno sempre meno beni (reali). Di qui la “speculazione” come fisiologica difesa del potere d’acquisto reale.

Invece, di tagliare spesa pubblica e tasse – il pericoloso mix così amato dai governi liberalsocialisti – si accrescono l’una e le altre, puntando su una specie di illusorio galleggiamento economico che però, nel nostro caso, deve poi vedersela con una crescente scarsità reale di energia, che va a influire sulla crescita del Pil.

Si chiama stag-flazione: una fase in cui l’Occidente sta entrando a vele spiegate. Una dinamica che i giochetti bancari sui tassi rendono ancora più rapida.

Ora, se sono gli stessi interessati, in primis le imprese, ad accettare un galleggiamento che in realtà è una deriva – come mostrano ad esempio le dichiarazioni di Bonomi – non c’è più nulla da fare… Di qui le nostre amare riflessioni sull’impossibilità di attuare riforme liberali. Non è neppure più una questione di costi energetici crescenti, di Russia aggressiva e sconsiderata, di guerre più o meno lunghe, ma di men-ta-li-tà. . La parola va scandita bene. Perché parliamo di qualcosa che non cambia facilmente. Come insegnano gli storici non bastano i secoli.

Al riguardo leggevamo ieri sul “Foglio” una lezione del professor Draghi sul debito pubblico buono e sul debito  pubblico cattivo. Detto altrimenti: sulla spesa pubblica buona e sulla spesa pubblica cattiva.  Favole welfariste di settant’anni fa.

Come si diceva nel Far West a proposito degli indiani: l’unica spesa pubblica buona è una spesa pubblica morta.

Carlo Gambescia

(*) L. Einaudi, Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954),a cura di Ernesto Rossi, Editori Laterza; Roma-Bari 1973, vol. I, p. 347 (“Vocabolario”).

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