Il decreto è oggi esaltato dai giornali di destra, presunti liberali.
Di cosa parliamo? Del nuovo Piano Casa varato dal governo, presentato
come una risposta strutturale all’emergenza abitativa: centomila nuovi
alloggi in dieci anni, recupero del patrimonio inutilizzato, procedure
accelerate, commissari straordinari, incentivi e semplificazioni (*).
Il “Secolo d’Italia” oggi sfiora il comico. Vende solide realtà…
“Cameriere! Comandi Signore”. Che triste guadagnarsi la vita così… Ma
lasciamolo, per oggi, bollire nel suo brodo.
Sulla carta sembra un piano pragmatico. Nella sostanza ripropone
un’antica tentazione italiana: affrontare un problema sociale non
liberando la società, ma aumentando la regia dello stato. È qui che i
liberali d’Italia, se esistessero, dovrebbero puntare i piedi.
E invece silenzio. Anche da parte della sinistra, che, se prende la parola, è per chiedere un surplus di investimenti pubblici.
Così vanno le cose: nell’Italia del 2026 è lo stato che pianifica,
incentiva e orienta la produzione abitativa (semplifichiamo il
concetto); neppure si fosse usciti da una nuova seconda guerra mondiale,
con un patrimonio immobiliare parzialmente distrutto dalle bombe.
Diciamo: stato d’eccezione edilizia. Piacerebbe a Carl Schmitt…
È una vecchia idea, quasi medievale (il buon re che rende giustizia
sotto il fico), nel suo impianto politico: quando c’è scarsità, il
potere interviene; quando qualcosa è fermo, il potere lo mobilita;
quando il sistema non funziona, il potere commissaria.
Ma la domanda vera è un’altra: perché il mercato della casa produce così poca offerta accessibile?
Possiamo dire la nostra? Da liberali, più liberali dell’Istituto
Bruno Leoni? Che prende il nome dal giurista e filosofo Bruno Leoni,
che, stando alle cronache del tempo, fu fatto fuori da un locatario
impazzito… Quando si dice il caso…
Più che una vera emergenza abitativa generale, quella italiana appare
come una crisi di accessibilità territorialmente concentrata, per
parlare difficile: non mancano le case in assoluto, manca la
coincidenza tra disponibilità immobiliare, localizzazione della domanda e
sostenibilità economica. Ma in una società di mercato questa
“distorsione” non è necessariamente una patologia: è spesso il prodotto
fisiologico di un sistema che vive di polarizzazioni, concentrazioni e
riallocazioni continue.
Il mercato è un animale nervoso: si muove, anticipa, si sposta. Il
pianificatore pubblico, invece, è un pachiderma: arriva sempre dopo,
quando la domanda ha già cambiato forma o luogo. Così il rischio è
evidente: costruire, recuperare o forzare oggi disponibilità immobiliari
per rispondere a una geografia sociale che domani potrebbe essere già
diversa. E allora, nel tentativo di correggere asimmetrie contingenti,
si finisce per buttare via il bambino del mercato con l’acqua sporca
delle sue inevitabili “distorsioni” (ammesso e non concesso che sia il
termine giusto).
Si faccia attenzione: davanti a un’emergenza abitativa, il primo
punto non dovrebbe essere quanti alloggi costruirà o recupererà lo
stato, ma quali ostacoli impediscono ai privati di costruire, vendere,
affittare. Vincoli urbanistici, tempi amministrativi infiniti, fiscalità
pesante, costi burocratici, incertezza normativa, rigidità
contrattuali: è qui che si forma la strozzatura.
In una società liberale, il primo compito della politica dovrebbe
essere togliere vincoli, non sostituirsi agli attori economici. E invece
il riflesso italiano è sempre lo stesso: più stato.
Il punto più interessante, però, è la contraddizione interna del provvedimento.
Da un lato, il governo accelera gli sgomberi degli immobili occupati,
invocando il diritto di proprietà e la necessità di ristabilire la
legalità. Ed è un principio giuridicamente fondato: occupare una casa
altrui non crea alcun diritto.
Ma qui si apre il paradosso.
Se dentro quell’immobile ci sono poveri, famiglie marginali,
migranti, il diritto di proprietà viene difeso come valore assoluto,
senza esitazioni, anche quando vi abitano soggetti socialmente fragili.
Se invece l’immobile è vuoto, inutilizzato, fermo sul mercato per
scelta del proprietario, improvvisamente la proprietà privata smette di
essere intangibile e diventa una questione pubblica, una risorsa da
recuperare, attivare, mobilitare.
Eppure il diritto di proprietà non è il diritto di usare un bene come
il potere ritiene opportuno. È il diritto di disporne liberamente:
anche di lasciarlo vuoto, anche di aspettare, anche di non vendere,
anche di non affittare.
Una casa privata inutilizzata non è, di per sé, un’anomalia sociale: è
una scelta legittima del proprietario. Se il mercato non offre un
prezzo adeguato, può attendere. Se non vuole esporsi al rischio di
morosità, può decidere di non affittare. Se preferisce conservarne la
disponibilità per il futuro, può farlo. Questo è il significato concreto
della proprietà: non la caricatura del proprietario immobiliare con il
sigaro in bocca, ridotto a simbolo dello “speculatore”, spesso
immaginato come unico detentore di più immobili.
Ed è qui che emerge quella che, polemicamente ma non impropriamente,
si può definire una logica fasciocomunista: fascista nel rapporto con il
basso — ordine, sgombero, disciplina, forza — comunista nel rapporto
con l’alto — sospetto verso la proprietà inattiva, idea che il bene
privato debba rispondere a una finalità sociale definita politicamente.
Mano dura verso l’occupante. Mano lunga verso il proprietario.
In questa logica si inserisce anche un irrigidimento delle procedure
di rilascio degli immobili. In sé, la tutela del contratto e della
proprietà è legittima. Ma il quadro complessivo è rivelatore: lo stato
non liberalizza il mercato della casa, lo disciplina integralmente.
Interviene sull’occupante, sul locatario e sul proprietario: non meno
stato, ma più stato in ogni passaggio decisivo della vita del bene.
Per farla breve: “Proprietaristi” con chi invade. “Pianificatori” con
chi possiede. È una doppia illibertà simmetrica: si usa il diritto di
proprietà contro il debole e lo si relativizza contro il titolare del
diritto stesso.
E tutto questo dentro un impianto quantitativamente modestissimo.
Centomila alloggi in dieci anni significano diecimila all’anno. In un
paese con tensioni abitative strutturali, come si dice, è una cifra
marginale: troppo piccola per incidere davvero sul mercato, abbastanza
grande però per rafforzare l’apparato pubblico, moltiplicare procedure,
fondi, commissari, certificazioni.
È il modello italiano perfetto: risultati limitati, struttura amministrativa espansa.
L’edilizia privata meriterebbe una risposta meno ideologica: più
mercato, meno regia politica; più libertà di costruire, meno
pianificazione; più certezza giuridica, meno interventismo selettivo.
In verità, agli stessi costruttori non dispiace dirottare materiali e
risorse mediocri su un’edilizia “convenzionata”. In quella zona grigia,
marchiata dal parassitismo privato e dal lassismo pubblico, può
annidarsi di tutto.
In realtà, una società libera si riconosce da una cosa semplice: il
diritto di proprietà vale sempre, non solo quando fa comodo al potere.
Altrimenti non siamo di fronte a una politica della casa, ma
all’ennesima pedagogia statale della proprietà: tua finché serve a te,
pubblicamente rilevante quando serve a me, allo stato.
Infine qualcuno tirerà fuori la Costituzione e la sua “funzione
sociale” della proprietà. Ma quella formula appartiene più alla
tradizione socialdemocratica che a quella liberale: riconosce il
proprietario, ma lo subordina a un fine collettivo deciso dal potere.
È già, in sostanza, la filosofia del pianificatore.
Carlo Gambescia
(*) Qui alcune informazioni generali sul Piano Casa, articolo dal quale abbiamo preso spunto: https://www.adnkronos.com/politica/meloni-oggi-via-libera-piano-casa-taglio-accise-carburanti-sconto_7cPo1VPxR2ntBdFBvi5f08 . Immagine di copertina elaborata con AI.