Quanti articoli, come questo, sono apparsi sul nostro blog? Abbiamo perso il conto. E forse rischiamo perfino di apparire patetici, perché il solo avvicinare Donald Trump ad Adolf Hitler viene ormai considerato, dalla quasi totalità degli opinionisti, non solo di cattivo gusto, ma anche storicamente improprio. Come se ogni analogia storica fosse, per definizione, un abuso della storia. Non è così. Dipende da che cosa si paragona: gli uomini o i meccanismi.
Ieri sera, come spesso accade, seguivamo il video di Tony Quattrone, acuto interprete dell’incubo Trump (*). Anche lui, ci è sembrato, oscillava, in termini di previsioni, davanti a un personaggio politico che continua a conservare un consenso impressionante. Se è vero che circa un terzo degli americani appare favorevole alla “guerra di Trump” contro l’Iran, non siamo davanti a una semplice polarizzazione politica, ma a una frattura verticale nella società americana, con una delega eccezionale al capo anche in materia di guerra.
Ed è qui che il problema si fa drammatico. Sopratutto per la grande attesa, che alcuni commentatori, con il pur bravo Tony Quattrone, nutrono nelle elezioni di Midterm (ma la questione potrebbe rigurdare tutti i processi elettorali “sotto” Trump).
Non solo per ciò che Trump può fare da vincitore, ma per ciò che potrebbe fare da sconfitto. La domanda politica è semplice: accetterebbe senza riserve il verdetto delle urne o rilancerebbe la retorica del voto truccato? Il precedente del 2020 esiste. E se si ripetesse in un contesto più radicalizzato, il rischio di una crisi istituzionale profonda non sarebbe più una fantasia. Il vuoto di potere globale prodotto dalla paralisi della principale potenza occidentale sarebbe enorme.
Per questo Trump andrebbe fermato politicamente, prima che il problema diventi sistemico. Come avrebbe detto Raymond Aron, la democrazia non è neutrale rispetto a chi ne mina le condizioni di funzionamento: deve difendere i propri limiti. Ma il Paese è diviso.
Ed è qui che veniamo al punto. C’è qualcosa di rivelatore nella disinvoltura con cui Trump ha liquidato la War Powers Resolution: i sessanta giorni entro cui il presidente, senza autorizzazione parlamentare, dovrebbe interrompere le ostilità o ottenere il via libera del Congresso.
La risposta è stata semplice: la guerra con l’Iran sarebbe già finita. Formalmente elegante, politicamente inquietante.
Non siamo davanti alla violazione diretta della legge, che almeno ha la chiarezza della rottura. Siamo davanti a qualcosa di più sottile: la torsione opportunistica della norma. La legalità non viene spezzata, ma reinterpretata fino a coincidere con la volontà del potere, diciamo pure del “Capo”. È in questa zona grigia che le democrazie si indeboliscono: non quando la legge viene abolita, ma quando viene piegata.
Ed è qui che la questione Trump smette di essere soltanto americana.
La storia europea conosce bene questa dinamica. Negli anni Trenta Hitler non distrusse subito lo stato di diritto dall’esterno. Lo svuotò dall’interno, usando procedure e linguaggi del sistema. Non si tratta di sovrapporre epoche incomparabili né di cadere nella scorciatoia del “Trump uguale Hitler”. Il punto è un altro: la via al totalitarismo non nasce quasi mai contro la legge, ma dentro la legge, reinterpretata come strumento di concentrazione del potere.
Naturalmente Trump non è Hitler. I contesti sono radicalmente diversi. Ma fermarsi a questa ovvietà significa perdere il punto decisivo. Nella comparazione delle forme politiche conta l’analogia dei meccanismi, non l’identità delle figure.
Uno di questi è la normalizzazione dell’eccezione.
Anche Hitler, all’inizio, fu considerato da molti un attore gestibile. Conservatori, industriali e classi dirigenti pensarono di poterlo utilizzare come fattore di stabilizzazione. Fu l’errore decisivo: scambiare l’eccezione per una risorsa tattica. Non perché ogni conservatore sia un protofascista, ma perché ogni sistema liberale può produrre la tentazione di usare forze antiliberali che finiscono per svuotarlo.
La logica di Monaco fu quella dell’appeasement: cedere sul principio per guadagnare tempo e contenere una minaccia percepita come ancora gestibile. Un precedente ancora più significativo fu la rimilitarizzazione della Renania nel 1936, quando la risposta franco-britannica si limitò alla protesta diplomatica, rafforzando di fatto la strategia hitleriana. In tempi più recenti, una dinamica non dissimile si è intravista nell’approccio occidentale alla Russia di Putin: la convinzione che l’aggressività revisionista potesse essere assorbita entro un quadro negoziale e di interdipendenza. Anche in questo caso, l’illusione del contenimento progressivo ha mostrato i suoi limiti.
Il punto non è che la storia si ripeta identica — la storia non
fotocopia, semmai fa rima — ma riconoscere regolarità metapolitiche.
Perché il trumpismo, anche senza Trump, ha già mostrato qualcosa: che la democrazia può essere usata contro se stessa, non abolendo le regole ma svuotandone i limiti.
In termini metapolitici, emerge una regolarità: la razionalizzazione ex post della concentrazione del potere. Ciò che appare deviazione viene reinterpretato come corretta applicazione della norma. È qui che si osserva una dinamica tipica: le forme del potere producono anche le categorie con cui si legittimano.
Non è solo un fenomeno americano né una variante del capitalismo contemporaneo, come ritengono alcuni approcci fin troppo semplificatori.
Il trumpismo è una forma politica. Una forma esportabile. Attorno a esso si è costruita un’internazionale sovranista: leadership personalizzata, sospetto verso i contrappesi, insofferenza per il pluralismo, uso plebiscitario del consenso. La democrazia ridotta a investitura.
Ed è qui che il problema diventa occidentale. Perché il trumpismo insegna che la democrazia può essere usata contro se stessa non abolendo le regole, ma reinterpretandole fino a svuotarne la funzione.
L’Europa osserva, divide, rinvia. Come negli anni Trenta, il problema non è l’assenza di valori liberali, ma l’assenza di volontà politica. Troppo frammentata per agire, troppo dipendente dagli Stati Uniti, troppo prudente per nominare il problema.
Paradossalmente, Trump realizza da destra ciò che per decenni una parte della sinistra antiamericana ha auspicato: il disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa. Ma oggi il punto non è lo slogan “Yankee go home”, bensì che cosa resta dell’Occidente se gli Stati Uniti si ritirano dalla funzione di garanzia dell’ordine liberale. Anche questo è un effetto metapolitico, con ironia storica incorporata. Senso dell’ironia, sia detto per inciso, di cui l’elettore medio sembra totalmente privo. Ieri come oggi.
E così l’Europa si rifugia nell’appeasement dell’attesa, come se l’instabilità americana fosse un affare interno. Ma non lo è: la principale democrazia occidentale che normalizza l’espansione discrezionale del potere esecutivo produce un’onda d’urto sistemica.
Il vero problema di Trump non è Trump. È il trumpismo. Per inciso, si noti la foto sopra: in realtà un nixonismo non è mai esistito, il che dovrebbe far riflettere sulla gravità dell'attuale crisi americana...
Qui si tratta invece di una cultura politica che trasforma la democrazia da sistema di limiti a macchina di ratifica del capo. Negli anni Trenta il pericolo non fu solo Hitler, ma anche chi pensò di poter convivere con Hitler.
E qui la lezione resta: la società aperta non muore soltanto per i suoi nemici; a volte si spegne nella prudenza dei suoi amici.
Infine una domanda provocatoria, che rinvia direttamente al senso dell’ironia della storia e dunque alla prospettiva metapolitica: se Biden — o un altro democratico — fosse oggi alla Casa Bianca, saremmo allo stesso punto?
Carlo Gambescia






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