È una tesi grave. Non perché parli di immigrazione — la politica, per definizione, discute di tutto — ma perché lo fa dentro un contesto retorico che appartiene pienamente alla cultura della postverità: quella in cui il criterio della validità non è la prova, ma l’efficacia emotiva; non la dimostrazione, ma la mobilitazione. Ed è qui che il discorso merita di essere smontato.
Primo punto: non esiste alcuna seria evidenza storica che mostri come le liberal-democrazie cadano per effetto dei flussi migratori. nella storia moderna, sono cadute per altre ragioni: guerre, crisi economiche sistemiche, concentrazione del potere esecutivo, collasso delle élite, polarizzazione estrema, svuotamento progressivo delle garanzie costituzionali.
La Repubblica di Weimar non crollò per i migranti. Le democrazie latinoamericane del Novecento non furono abbattute da flussi umani. Né la crisi delle democrazie contemporanee ha origine nell’immigrazione. Attribuire ai flussi il deterioramento democratico significa compiere un salto causale enorme: trasformare una correlazione percepita in causalità politica. È il vecchio trucco della propaganda: non dimostrare, ma suggerire; non argomentare, ma evocare.
Secondo punto, decisivo: oggi il dibattito pubblico non verte neppure sull’immigrazione reale. Verte sulla sua rappresentazione simbolica. L’oggetto del discorso non è il fenomeno migratorio nella sua consistenza empirica — numeri, processi, integrazione, mobilità globale — ma un’immigrazione immaginata: ingigantita, decontestualizzata, caricata di funzioni ansiogene. Non un fatto, ma un costrutto politico costruito su premesse spesso etnocentriche.
La “minaccia migratoria” funziona come dispositivo ideologico: raccoglie paure diffuse — insicurezza, declino sociale, perdita di identità, impoverimento simbolico — e le condensa in una figura esterna, facilmente politicizzabile: il migrante. Non è sociologia o metapolitica: è pura mitologia politica.
E ogni mitologia politica ha i suoi beneficiari. Chi guadagna politicamente dalla costruzione permanente dell’emergenza migratoria? La risposta è semplice: le cosiddette destre identitarie, quelle che in Italia mantengono una genealogia politica irrisolta rispetto al fascismo.
Per inciso, siamo al punto in cui l’espressione "non aver fatto i conti con il fascismo", quando rivolta a Fratelli d'Italia, viene derisa e ridotta a sindrome nostalgica dell’antifascismo: si veda, da ultimo, Mattia Feltri in uno dei suoi “Buongiorno” di qualche giorno fa. Anche “La Stampa”, su questo terreno, sembra cedere.
Più il fenomeno viene dipinto come un’invasione, più cresce il rendimento elettorale di chi promette protezione, confini, ordine, chiusura. Il paradosso è quasi comico, se non fosse tragico: si dice di difendere la qualità della democrazia attivando proprio quei meccanismi — paura, semplificazione, polarizzazione — che storicamente ne impoveriscono la qualità. Sulla democrazia emotiva abbiamo già dato (**). La paura è una risorsa politica perfetta: costa poco, rende molto, si rigenera da sola.
In questo senso, Meloni sembra apprendere molto in fretta la lezione fondamentale del populismo contemporaneo: la realtà non va descritta, va organizzata simbolicamente. Che — quando si dice il caso — fu una delle tecniche centrali di mobilitazione simbolica del fascismo. E, come pare — Trump o meno — del postfascismo. Il fatto stesso che una tesi così fragile sul piano probatorio possa essere recepita come plausibile segnala qualcosa di più profondo: la distruzione progressiva dell’argomentazione politica liberale e razionale.
Un tempo — non idealizziamo troppo, ma un tempo — affermare che un fenomeno sociale minaccia la democrazia richiedeva prove, nessi causali, comparazioni storiche. Oggi basta che la tesi sia intuitiva, emotivamente potente, mediaticamente replicabile. Ed è precisamente qui che il lavoro metapolitico torna decisivo: ricostruire prove, nessi causali e comparazioni storiche contro la semplificazione post-veritativa. E invece oggi larga parte dei mass media vive all’insegna dell’ipse dixit di Giorgia Meloni.
Questo è il punto drammatico. Non siamo davanti a una crisi migratoria. Siamo davanti a una crisi epistemica della politica. Il linguaggio pubblico si è degradato al punto che la plausibilità emotiva sostituisce la verificabilità razionale.
E poi c’è l’ultimo passaggio — forse il più rivelatore — delle dichiarazioni di ieri: l’attacco all’intelligenza artificiale come strumento di manipolazione democratica. Qui il discorso scivola apertamente in una forma elementare di tecnopessimismo politico. L’intelligenza artificiale non produce dal nulla credenze false. Amplifica, semmai, predisposizioni cognitive, desideri e paure già esistenti. La propaganda precede di secoli gli algoritmi.
La menzogna politica è infinitamente più antica del digitale. Un solo esempio: la propaganda, fatta di opuscoli e fogli volanti — quando la stampa era ancora agli inizi — contribuì ad avvelenare ulteriormente il clima della Guerra dei Trent’anni. Guerra di religione, tra protestanti e cattolici, che infiammò l’Europa (***). Scaricare sulla tecnica la responsabilità di una crisi politica è il modo più rozzo per non affrontarne le cause reali. È una forma aggiornata di superstizione politica: cambiano gli strumenti, i fogli stampati male, resta il bisogno di un capro espiatorio.
Il punto, allora, non è negare che i fenomeni migratori pongano problemi. Il punto è un altro: in una società aperta il principio normativo non è la chiusura, ma l’apertura; non il sospetto antropologico verso il movimento umano, ma la sua regolazione – quando e se necessaria – dentro un orizzonte universalistico. Quando invece il movimento umano viene raccontato come minaccia ontologica, non siamo più nel campo del liberalismo. Siamo già nel repertorio dell’illiberalismo.
Ed è questo il dato più inquietante. Non solo che un capo di governo dica certe cose. I governi, da sempre, usano la paura. Il dato inquietante è che una parte crescente dell’opinione pubblica sia ormai disposta a considerarle argomenti.
Ed è qui che si misura lo stato della nostra liberal-democrazia: non nella presenza dei migranti, ma nella qualità delle categorie con cui li pensiamo.
Perché la democrazia raramente muore attraversata da barconi. Muore quando smette di distinguere tra realtà e finzione.
Carlo Gambescia
(*) Qui, per una sintesi: https://www.agi.it/estero/news/2026-05-04/meloni-comunita-politica-europea-yerevan-36879064/ .
(**) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/12/democrazia-emotiva-in-azione-il-caso.html .
(***) In argomento si veda Asa Briggs e Peter Burke, Storia sociale dei media, il Mulino, Bologna 2010. Di Burke si veda anche Ignoranza. Una storia globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2023.







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