venerdì 1 maggio 2026

Fasciocomunismo immobiliare: mano dura e mano lunga

 


Il decreto è oggi esaltato dai giornali di destra, presunti liberali. Di cosa parliamo? Del nuovo Piano Casa varato dal governo, presentato come una risposta strutturale all’emergenza abitativa: centomila nuovi alloggi in dieci anni, recupero del patrimonio inutilizzato, procedure accelerate, commissari straordinari, incentivi e semplificazioni (*).

Il “Secolo d’Italia” oggi sfiora il comico. Vende solide realtà… “Cameriere! Comandi Signore”. Che triste guadagnarsi la vita così… Ma lasciamolo, per oggi, bollire nel suo brodo.

Sulla carta sembra un piano pragmatico. Nella sostanza ripropone un’antica tentazione italiana: affrontare un problema sociale non liberando la società, ma aumentando la regia dello stato. È qui che i liberali d’Italia, se esistessero, dovrebbero puntare i piedi.

E invece silenzio. Anche da parte della sinistra, che, se prende la parola, è per chiedere un surplus di investimenti pubblici.

 


Così vanno le cose: nell’Italia del 2026 è lo stato che pianifica, incentiva e orienta la produzione abitativa (semplifichiamo il concetto); neppure si fosse usciti da una nuova seconda guerra mondiale, con un patrimonio immobiliare parzialmente distrutto dalle bombe. Diciamo: stato d’eccezione edilizia. Piacerebbe a Carl Schmitt…

È una vecchia idea, quasi medievale (il buon re che rende giustizia sotto il fico), nel suo impianto politico: quando c’è scarsità, il potere interviene; quando qualcosa è fermo, il potere lo mobilita; quando il sistema non funziona, il potere commissaria.

Ma la domanda vera è un’altra: perché il mercato della casa produce così poca offerta accessibile?

Possiamo dire la nostra? Da liberali, più liberali dell’Istituto Bruno Leoni? Che prende il nome dal giurista e filosofo Bruno Leoni, che, stando alle cronache del tempo, fu fatto fuori da un locatario impazzito… Quando si dice il caso…



Più che una vera emergenza abitativa generale, quella italiana appare come una crisi di accessibilità territorialmente concentrata, per parlare difficile: non mancano le case in assoluto, manca la coincidenza tra disponibilità immobiliare, localizzazione della domanda e sostenibilità economica. Ma in una società di mercato questa “distorsione” non è necessariamente una patologia: è spesso il prodotto fisiologico di un sistema che vive di polarizzazioni, concentrazioni e riallocazioni continue.

Il mercato è un animale nervoso: si muove, anticipa, si sposta. Il pianificatore pubblico, invece, è un pachiderma: arriva sempre dopo, quando la domanda ha già cambiato forma o luogo. Così il rischio è evidente: costruire, recuperare o forzare oggi disponibilità immobiliari per rispondere a una geografia sociale che domani potrebbe essere già diversa. E allora, nel tentativo di correggere asimmetrie contingenti, si finisce per buttare via il bambino del mercato con l’acqua sporca delle sue inevitabili “distorsioni” (ammesso e non concesso che sia il termine giusto).

Si faccia attenzione: davanti a un’emergenza abitativa, il primo punto non dovrebbe essere quanti alloggi costruirà o recupererà lo stato, ma quali ostacoli impediscono ai privati di costruire, vendere, affittare. Vincoli urbanistici, tempi amministrativi infiniti, fiscalità pesante, costi burocratici, incertezza normativa, rigidità contrattuali: è qui che si forma la strozzatura.

 


In una società liberale, il primo compito della politica dovrebbe essere togliere vincoli, non sostituirsi agli attori economici. E invece il riflesso italiano è sempre lo stesso: più stato.

Il punto più interessante, però, è la contraddizione interna del provvedimento.

Da un lato, il governo accelera gli sgomberi degli immobili occupati, invocando il diritto di proprietà e la necessità di ristabilire la legalità. Ed è un principio giuridicamente fondato: occupare una casa altrui non crea alcun diritto.

Ma qui si apre il paradosso.

Se dentro quell’immobile ci sono poveri, famiglie marginali, migranti, il diritto di proprietà viene difeso come valore assoluto, senza esitazioni, anche quando vi abitano soggetti socialmente fragili.

Se invece l’immobile è vuoto, inutilizzato, fermo sul mercato per scelta del proprietario, improvvisamente la proprietà privata smette di essere intangibile e diventa una questione pubblica, una risorsa da recuperare, attivare, mobilitare.

Eppure il diritto di proprietà non è il diritto di usare un bene come il potere ritiene opportuno. È il diritto di disporne liberamente: anche di lasciarlo vuoto, anche di aspettare, anche di non vendere, anche di non affittare.

Una casa privata inutilizzata non è, di per sé, un’anomalia sociale: è una scelta legittima del proprietario. Se il mercato non offre un prezzo adeguato, può attendere. Se non vuole esporsi al rischio di morosità, può decidere di non affittare. Se preferisce conservarne la disponibilità per il futuro, può farlo. Questo è il significato concreto della proprietà: non la caricatura del proprietario immobiliare con il sigaro in bocca, ridotto a simbolo dello “speculatore”, spesso immaginato come unico detentore di più immobili.

Ed è qui che emerge quella che, polemicamente ma non impropriamente, si può definire una logica fasciocomunista: fascista nel rapporto con il basso — ordine, sgombero, disciplina, forza — comunista nel rapporto con l’alto — sospetto verso la proprietà inattiva, idea che il bene privato debba rispondere a una finalità sociale definita politicamente.

Mano dura verso l’occupante. Mano lunga verso il proprietario.

In questa logica si inserisce anche un irrigidimento delle procedure di rilascio degli immobili. In sé, la tutela del contratto e della proprietà è legittima. Ma il quadro complessivo è rivelatore: lo stato non liberalizza il mercato della casa, lo disciplina integralmente. Interviene sull’occupante, sul locatario e sul proprietario: non meno stato, ma più stato in ogni passaggio decisivo della vita del bene.

Per farla breve: “Proprietaristi” con chi invade. “Pianificatori” con chi possiede. È una doppia illibertà simmetrica: si usa il diritto di proprietà contro il debole e lo si relativizza contro il titolare del diritto stesso.



E tutto questo dentro un impianto quantitativamente modestissimo. Centomila alloggi in dieci anni significano diecimila all’anno. In un paese con tensioni abitative strutturali, come si dice, è una cifra marginale: troppo piccola per incidere davvero sul mercato, abbastanza grande però per rafforzare l’apparato pubblico, moltiplicare procedure, fondi, commissari, certificazioni.

È il modello italiano perfetto: risultati limitati, struttura amministrativa espansa.

L’edilizia privata meriterebbe una risposta meno ideologica: più mercato, meno regia politica; più libertà di costruire, meno pianificazione; più certezza giuridica, meno interventismo selettivo.

In verità, agli stessi costruttori non dispiace dirottare materiali e risorse mediocri su un’edilizia “convenzionata”. In quella zona grigia, marchiata dal parassitismo privato e dal lassismo pubblico, può annidarsi di tutto.



In realtà, una società libera si riconosce da una cosa semplice: il diritto di proprietà vale sempre, non solo quando fa comodo al potere. Altrimenti non siamo di fronte a una politica della casa, ma all’ennesima pedagogia statale della proprietà: tua finché serve a te, pubblicamente rilevante quando serve a me, allo stato.

Infine qualcuno tirerà fuori la Costituzione e la sua “funzione sociale” della proprietà. Ma quella formula appartiene più alla tradizione socialdemocratica che a quella liberale: riconosce il proprietario, ma lo subordina a un fine collettivo deciso dal potere.

È già, in sostanza, la filosofia del pianificatore.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui alcune informazioni generali sul Piano Casa, articolo dal quale abbiamo preso spunto: https://www.adnkronos.com/politica/meloni-oggi-via-libera-piano-casa-taglio-accise-carburanti-sconto_7cPo1VPxR2ntBdFBvi5f08 . Immagine di copertina elaborata con AI.

Nessun commento:

Posta un commento