lunedì 7 luglio 2025

“Io so’ io”, versione Trump

 


Il paragone tracciato oggi da Giuliano Ferrara sul “Foglio” — Donald Trump come “supermarchese del Grillo” — è meno bizzarro di quanto appaia. Sotto la maschera del guascone romano, del nobile cinico che irride i suoi inferiori col celebre “io so’ io, e voi nun siete un…”, si cela in effetti un archetipo che trova in Trump la sua versione iperbolica, tardo-moderna e pericolosamente populista.

Sviluppiamo il concetto. Se il Marchese del Grillo era l’emblema di un’aristocrazia in declino, che usava l’ironia per mascherare il vuoto di potere, Trump incarna invece una nuova aristocrazia del risentimento. Un populismo dorato, dove il miliardario si traveste da tribuno e la derisione delle élite serve solo a celare l’ambizione di fondarne una nuova: più volgare, più autoritaria.

Il “supermarchese” Trump non si limita alla battuta sferzante o alla provocazione da bar sport. Agisce — o promette di agire — in modo sistemico: smonta le istituzioni, manipola i media, incendia le piazze. È l’araldo del capriccio elevato a metodo politico, il fautore dell’indisciplina morale come fondamento di un nuovo ordine. Un ordine dove, per l’appunto, “lui è lui”, e gli altri non contano nulla.

Il problema, però, non è solo Trump. È l’adesione crescente a questo modello da parte di un’opinione pubblica che, all’interno delle democrazie liberali, mostra crescente insofferenza verso l’autorità razionale e il principio di responsabilità.

In questa insofferenza, Trump si erge come un buffone sovrano, un despota grottesco: attacca i “poteri forti” mentre si avvale con la stessa spregiudicatezza del potere politico, economico e mediatico.

Ferrara invita a disobbedire. Anzi, come dice con brutale ironia, a non “sbaciucchiargli il c…”. Ed è vero: serve una disobbedienza culturale, ancor prima che politica. Contro l’egemonia trumpiana del grottesco, va riscoperto il primato della ragione, della misura, della responsabilità.

L’antidoto al Marchese del Grillo di Washington non è un altro buffone. È il ritorno a Montesquieu, a Tocqueville, persino al Weber di Politica come professione: la politica come esercizio della maturità, non del narcisismo. Una politica che sappia, però, opporsi con fermezza allo sbruffone.

Ferrara cita Machiavelli, con la celebre frase su “Sparta e Atene, armatissime e liberissime”. Giustissimo. Il punto merita un approfondimento: quella frase — al netto della forzatura ferrariana (*) — siamo dinanzi a un monito politico. La libertà richiede forza. E questa forza deve risiedere nei cittadini, non nei mercenari. È il classico realismo politico di Machiavelli: la virtù politica come capacità di difendere la libertà con le proprie mani. Tradotto: l’Europa deve unirsi ancora (essere liberissima), riarmarsi (armatissima), per liberarsi finalmente dal mercenario ombrello americano, che il lunatico Trump apre e chiude a suo piacimento.

In sintesi, il “supermarchese” Trump non è più solo un uomo. È diventato un simbolo. Di ciò che la politica non dovrebbe mai essere. Per questo, disobbedire — e riarmarsi — è oggi un dovere.

E parafrasando il Marchese stesso: lui sarà pure lui. Ma noi, se vogliamo, possiamo essere cittadini. Liberissimi e armatissimi.

Carlo Gambescia

(*) A dire il vero il testo recita così: “ Lo dimostra l’esempio di Sparta e di Atene: le quali essendo due repubbliche armatissime, ed ordinate di ottime leggi, nondimeno non si condussono alla grandezza dello Imperio Romano” (N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, in, Id., Tutte le opere, a cura di M. Martelli, Sansoni, Firenze 1971, Libro II, 3, p. 151). Il che però non inficia l’uso del concetto dell’autodifesa come opera dei cittadini e non di inaffidabili mercenari.

domenica 6 luglio 2025

La destra italiana e la cultura: un’incompatibilità storica

 


Perché la destra italiana non ha grandi scrittori, filosofi, artisti dalla sua parte? Perché non può contare su figure di rilievo, ma solo su mezze o infime presenze? Le polemiche recenti sul Premio Strega, attaccato in modo diretto da un Ministro della Cultura – Alessandro Giuli, romanziere mai sbocciato – aiutano a spiegare molto. Così come l’ostilità sistematica verso il cosiddetto “cinema di sinistra”, accusato di nutrirsi di soldi pubblici.

La spiegazione principale risiede nell’isolamento culturale in cui la destra è precipitata dopo la sconfitta del 1945: un isolamento profondo, frutto di una precisa scelta storica e ideologica: quella di schierarsi, per usare le parole di Croce, De Ruggiero, Ferrero, Adorno, Horkheimer e Lukács, con i distruttori della ragione. Va notato che si tratta di pensatori di diversa formazione politica, ma accomunati dalla difesa della modernità liberale.

Come si potesse aderire a regimi guidati da due assassini come Hitler e Mussolini rimane, per molti uomini di lettere, un enigma morale prima ancora che politico.

Si pensi a Ezra Pound, intellettuale di genio, ma caduto in una spirale delirante, tanto che fu considerato malato di mente dalle autorità americane. Diagnosi che gli risparmiò una sorte peggiore.

Oppure a Marinetti: l’iniziatore del futurismo, nato come avanguardia iconoclasta, finì per diventare trombettiere del regime, affondando nella retorica più accademica e servile. Due parabole esemplari dell’incompatibilità profonda tra modernità culturale e autoritarismo politico.

Questa scellerata rottura con l’umanesimo e l’illuminismo è il vero peccato originale della destra italiana, che l’ha resa storicamente incapace di attrarre grandi menti. La cultura antifascista – al netto delle strumentalizzazioni sovietiche – si fondava e si fonda ancora sul rifiuto del razzismo, dell’intolleranza e dell’antiegualitarismo. Da questa base è nato lo sviluppo di quella che una destra marginalizzata ha liquidato, per consolarsi, come “cultura di sinistra”. Che però rappresenta, a tutti gli effetti, la cultura tout court, proprio in quanto erede dell’umanesimo moderno.

Va però fatta una distinzione: non tutta la destra si è posta fuori dalla cultura. Una destra liberale – seppur sconfitta, minoritaria – ha condiviso le stesse radici moderne della sinistra riformista: il liberalismo, la tolleranza, la libertà individuale. Che all’interno della cultura, nel suo complesso umanitarista, questa sinistra abbia prevalso sulla destra liberale, non cancella la comune appartenenza a un orizzonte moderno.

Il problema nasce quando si pretende di fare cultura restando fuori da quell’orizzonte, rivendicando un’identità che affonda le sue radici nel pensiero controrivoluzionario, reazionario, razzista. Una cultura che parla un linguaggio populista per veicolare un messaggio profondamente antilluminista.

Esageriamo? Si legga qui.

Fonti ministeriali (e ovviamente non si muove foglia che il Ministro Giuli non voglia) hanno comunicato che: “per l’anno prossimo il ministero della Cultura si riserva di offrire alla Fondazione Bellonci la sede di Cinecittà in via Tuscolana 1055. Tutto ciò – viene fatto notare – in piena coerenza con i princìpi del Piano Olivetti volti alla valorizzazione delle periferie metropolitane attraverso la presenza di rassegne culturali di eccellenza indirizzate principalmente alle giovani generazioni lontane dai centri storici.” (*)

Due cose saltano agli occhi:1) il linguaggio ridicolmente populista sulle “giovani generazioni”; 2) l’ appropriazione indebita del nome di Adriano Olivetti, intellettuale antifascista, da parte di un’area politica che non solo non può vantare figure di pari statura, ma nemmeno riesce a citarne una senza imbarazzo.

E a questo punto, già li sentiamo i soliti “fascistoni” pronti a dire ( sulla scia di “E allora le Foibe?”): “E allora il futurismo?” Alt! I manuali di storia spiegano bene che nel fascismo confluirono i filoni più sterili e declinanti delle avanguardie. Marinetti, come detto, ne è la prova: da ribelle a funzionario del potere.

La destra italiana si ostina a inseguire una legittimazione culturale che le è preclusa, per ragioni storiche e ideologiche. Vorrebbe riscrivere il passato mentre rifiuta il presente, e ogni suo tentativo di “fare cultura” finisce in caricatura: eventi sradicati, retorica reazionaria mascherata da rinnovamento, appropriazione indebita di simboli altrui.

Chi rigetta l’eredità dell’illuminismo, del liberalismo, dell’umanesimo moderno, si pone volontariamente fuori dalla cultura europea. E da lì continua a parlare, con la voce stridula dei giustamente sconfitti, degli emarginati dalla storia.

Non si tratta di censura. Si tratta di incompatibilità profonda.

Chi distrugge la ragione, non può pretendere di essere accolto nei luoghi della ragione. Anche se li trasloca in periferia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/25_luglio_03/roma-il-premio-strega-trasloca-in-periferia-dal-ninfeo-di-villa-giulia-a-cinecitta-cf582dbb-9114-44d9-bd2c-0c71cf5dcxlk.shtml .

sabato 5 luglio 2025

Roma. Esplode un distributore. Ma a esplodere è la solita retorica di sinistra

 


L’esplosione del distributore di GPL in via dei Gordiani, a Roma, ha provocato oltre quaranta feriti ma – fortunatamente – nessuna vittima. I soccorsi hanno funzionato, le istituzioni si sono mosse con prontezza, e la cittadinanza ha reagito con compostezza. Un incidente grave, certamente, ma affrontato con lucidità.

Eppure, come spesso accade, la sinistra non ha perso l’occasione per trasformare un evento circoscritto in una sorta di simbolo dell’abbandono urbano. Strano, considerando che Roma è governata da una giunta di sinistra. Ma certi automatismi ideologici sono difficili da evitare.

Nello Trocchia, su “Domani”, parla di marginalità sociale, speculazione edilizia e periferie dimenticate. Si evoca Pasolini, si allude forse a film oggi folcloristici come Accattone o Mamma Roma, e si tira fuori la nostalgica documentaristica in bianco e nero del Pci anni Settanta. Insomma, si piange sulla mancata disgrazia dei bambini nei centri estivi vicino all’impianto. Peccato che quei “centri estivi” abbiano piscina, parco giochi e tanti servizi. E che siano stati evacuati in tempo record. Il Prenestino del 2025 non è quello degli anni Cinquanta o Sessanta.

Oggi il quartiere è perfettamente integrato nel tessuto urbano: bar, lavoro in condivisione (coworking), famiglie con mutuo, ristoranti, palestre. La domanda di abitazioni è in crescita, come dimostrano i prezzi immobiliari in aumento. Giovani professionisti si trasferiscono qui non perché costretti, ma perché attratti. È gentrificazione, sì — un termine sociologico spesso usato per criticare — ma in questo caso ha portato servizi, decoro, sicurezza e una convivenza sociale che non ha escluso i residenti storici.

Si notino, ad esempio, le interviste ai “sopravvissuti” degli edifici vicino alla pompa: ambienti dignitosi, ben arredati, nessuna traccia del degrado che la narrazione critica vorrebbe imporre. Non si tratta di rovine o di un sottoproletariato da salvare, ma di normali abitazioni di cittadini normali, che lavorano, pagano un mutuo o un affitto, mandano i figli a scuola e, quando serve, sanno rispondere con razionalità a un’emergenza.

Anche le accuse alla “pianificazione dissennata” — il GPL vicino a scuole e abitazioni — hanno poco fondamento. L’impianto era regolarmente autorizzato e rispettava le norme vigenti. In città complesse, come il grande Simmel aveva preannunciato più di un secolo fa, le distanze ideali non esistono; ciò che conta è la sorveglianza, la manutenzione e l’efficienza dei soccorsi. E in questo caso, tutto ha funzionato.

Quel che manca, semmai, è la capacità di leggere la realtà senza ricorrere al solito armamentario ideologico. Per certa sinistra, se c’è disagio allora è colpa dello Stato, se c’è benessere allora è colpa del mercato. E se un quartiere si trasforma, invece di studiarne le dinamiche, si preferisce rimpiangere il tempo dei sottoproletari e delle baracche, idealizzati come simboli di purezza perduta. Quando Ferrarotti, con la sua macchina sportiva, andava a intervistare i baraccati, simbolo – in parte vero – della corrotta Roma democristiana.

Ma dopo sessant’anni le cose sono cambiate.

Roma, con tutte le sue contraddizioni, va avanti. La città risponde con ambulanze in corsa, non con piagnistei. E il Prenestino — molto più moderno, vissuto e civile di quanto si voglia raccontare — ha voltato pagina da tempo.

Chi insiste a evocare una metropoli in rovina cerca spesso più consolazione che analisi. Ma la nostalgia non è una categoria politica: è solo una scusa per non riconoscere che il mondo è cambiato. E non tutto il cambiamento è da respingere a priori.

In Italia, del resto, la nostalgia è merce bipartisan. A sinistra si piangono le periferie “pure” e abbandonate; a destra si rimpiange un ordine perduto, presunto, idealizzato. È sempre il passato ad avere ragione, purché resti vago e retorico. Ma il presente — imperfetto e contraddittorio — è l’unico terreno su cui costruire. E quartieri come il Prenestino lo dimostrano con i fatti.

Carlo Gambescia

venerdì 4 luglio 2025

Ucraina come la Spagna del ’36? L’Europa tra silenzi e rinunce

 


Un po’ di storia. Ai tempi della guerra civile spagnola (1936-1939), scatenata dalla sollevazione militare guidata da Franco contro un governo regolarmente eletto, la Gran Bretagna — con i conservatori al potere — e la Francia — governata dal Fronte popolare — scelsero di non intervenire. Si disse che si voleva evitare un conflitto più ampio.

Sul punto, conservatori e progressisti si mostrarono pienamente concordi. Tuttavia, di fatto, si lasciò campo libero da un lato ai fascisti e ai nazionalsocialisti, e dall’altro all’Unione Sovietica. Quest’ultima, pur intervenendo a sostegno della Repubblica, lo fece in maniera selettiva e interessata. Col passare del tempo, il supporto sovietico si affievolì fino a ridursi a una presenza simbolica, abbandonando così la Spagna repubblicana al proprio destino.

Fu un capitolo oscuro della storia, segnato — per citare solo alcuni nomi — da Baldwin, Chamberlain e Blum.  

A emergere con onore furono unicamente le Brigate Internazionali, composte anche da molti italiani antifascisti, che combatterono con tenacia fino all’ultimo. 

Spesso però queste brigate erano guardate con sospetto persino dai comunisti sovietici, che in parte le avevano inizialmente sostenute,  sospetto esteso  alle  formazioni anarchiche e trotskiste, altrettanto fortemente osteggiate da Mosca. Un odio che queste formazioni pagarono caro.

Certo in Spagna fu una guerra civile, interna. In Ucraina si combatte una guerra tra stati, esterna. Anche se con alcune caratteristiche, stando alla versione russa, tipiche della guerra civile. Tra “fratelli” russi e ucraini…

Comunque sia, questo pensavamo, riflettendo, in chiave simbolica, sulla sorte dell’Ucraina, che appare ormai segnata.

Del resto il disincantato colloquio telefonico tra Trump e Putin ne è la conferma. Un dialogo tra due potenze, privo di un reale coinvolgimento di Kiev o della NATO. Trump ha ammesso che non ci sono stati progressi per un cessate il fuoco; Putin ha ribadito che i suoi obiettivi restano immutati e la pace dipende dalla neutralità ucraina.

Il tutto è avvenuto mentre gli Stati Uniti sospendevano le forniture di missili Patriot e artiglieria di precisione, ufficialmente per carenza di scorte. Una decisione che, al di là delle motivazioni tecniche, indebolisce la capacità difensiva dell’Ucraina.

Nel giro di poche ore, la risposta russa non si è fatta attendere: nuovi raid hanno colpito Kiev e le regioni orientali. Il messaggio è chiaro: senza volontà politica, ogni negoziato è sterile.

Secondo fonti dell’intelligence ucraina (come riportato da “Ukrainska Pravda” e “Kyiv Independent”), la Russia starebbe ammassando circa 50.000 uomini lungo il fronte orientale, in preparazione di una nuova offensiva estiva. E ancora, nella notte successiva al colloquio telefonico, sono piovuti nuovi attacchi aerei su Kiev e Kharkiv.

Si evoca, come nel 1936, la volontà di evitare un conflitto su vasta scala. Per questo motivo, si spinge l’Ucraina ad accettare le condizioni imposte da Putin.

E l’Europa? Apparentemente più cauta, ma nella realtà del tutto inerte. Sembra voler vivere in pace, occuparsi di condizionatori, pensioni, rider. E soprattutto, difendersi — si fa per dire — dalla “pericolosa” invasione dei migranti.

Quanto agli Stati Uniti, Trump disprezza l’Europa e considera legittimo abbandonarla al suo destino, magari dentro un’orbita d’influenza russa.

Sì, forse si eviterà una guerra globale… almeno per ora. Ma a quale prezzo?

Si rifletta. L’Europa si crogiola nei suoi affanni quotidiani — clima, previdenza, migranti — senza riconoscere che la pace si difende con coraggio, non con la rinuncia.

Gli Stati Uniti parlano con Putin, ma lasciano l’Ucraina priva di una difesa reale.

Quale risultato? Un continente alla deriva che, come nel 1936, consente a potenze autoritarie di ridisegnare l’equilibrio di un’intera regione.

Allora non servì a nulla. Poco dopo, scoppiò la Seconda guerra mondiale.

E oggi?

Carlo Gambescia

giovedì 3 luglio 2025

Giudici o sociologi? L’ISA, Israele e il rischio dell’ideologia

 


L’ISA (International Sociological Association), sorta nel 1949 sotto gli auspici dell’Onu, ha deciso di sospendere la membership della società dei sociologi israeliani per non aver preso posizione sul “genocidio dei palestinesi a Gaza” (*). Una misura pesante, giustificata ufficialmente da una mancata “condanna esplicita”, ma che solleva più di un dubbio.

Sarebbe interessante sottoporre la questione a Vilfredo Pareto, maestro nel riconoscere le derive ideologiche dietro certe nobili intenzioni.

Si faccia attenzione. Qui il punto non è la politicizzazione in sé… Del resto l’ISA è da sempre orientata verso il centro-sinistra, se non addirittura la sinistra (ma se le simpatie andassero alla destra sarebbe lo stesso), come mostra la lista dei suoi presidenti, tra i quali l’italiano Alberto Martinelli (1998-2002), ottimo studioso. Il problema è più profondo: riguarda il ruolo stesso della sociologia. Può e deve giudicare il bene e il male del mondo, con il metro di una moralità militante?

Ecco ciò che  è in gioco.  Si rifletta.  Dopo il 1945, dire “mai più” fu un imperativo morale e intellettuale. Allora il male era chiaramente individuabile: Auschwitz, le leggi razziali, la guerra totale. Ma oggi? Ottant’anni dopo, siamo certi che il male sia ancora così nitidamente riconoscibile da permettere condanne morali inappellabili?

L’ISA, nel suo documento, accusa la società israeliana di silenzio complice davanti a “atrocità di massa” perpetrate a Gaza, lamentando l’assenza di solidarietà verso il popolo palestinese. Tuttavia, nel documento pubblicato nel 2022 sulla guerra in Ucraina (**), l’ISA esprime “grave preoccupazione”, condanna la guerra, ma non sospende alcuna società sociologica russa. Anzi, si dice “solidale con i sociologi russi che difendono la pace”, quasi a riconoscere la complessità delle responsabilità individuali.

Due pesi e due misure? Putin e la Russia non meritavano la stessa sanzione? Netanyahu è il nuovo Hitler, ma il Cremlino resta discutibile ma dialogabile? La sproporzione nel trattamento solleva interrogativi sulla coerenza etica dell’ISA. E forse, senza volerlo, sfiora un terreno minato: quello dell’antisemitismo mascherato da antisionismo.

Attenzione. Qui non si nega la gravità della situazione a Gaza, né si difende ogni scelta del governo israeliano. Su Netanyahu abbiamo scritti articoli molto critici (***). Ma si mette in discussione l’uso del termine “genocidio”, termine che ha un peso storico preciso. Equiparare Israele al Terzo Reich è una semplificazione ideologica non solo storicamente infondata, ma pericolosa. Significa, di fatto, riscrivere la storia. Ad esempio significa dimenticare che l’antisemitismo moderno, prima ancora che nazista, fu rilanciato dall’Impero zarista, con la creazione del falso dei Protocolli dei Savi di Sion, poi adottato dai nazisti come giustificazione per lo sterminio. E Putin  sembra oggi rivendicare l'eredita zarista, e non solo sul piano geopolitico.

Un sociologo dovrebbe sapere queste cose. E soprattutto dovrebbe sapere quanto sia pericoloso legittimare, anche indirettamente, pregiudizi antichi sotto le nuove etichette dell’umanitarismo indignato. Il cosiddetto antisionismo, oggi, è spesso solo la forma “accettabile” dell’antisemitismo post-moderno.

In questo senso, l’ISA si comporta non come comunità scientifica, ma come un tribunale morale che giudica sulla base di una visione manichea del mondo: da una parte i buoni oppressi, dall’altra i cattivi oppressori, selezionati secondo mode geopolitiche più che principi universali. Così facendo, la sociologia rischia di trasformarsi in militanza ideologica. E la sua legittimità culturale – faticosamente conquistata – si sgretola.

Alla fine, resta l’impressione amara di una scienza sociale che predica universalismo, ma lo applica a senso unico. E questo, francamente, non è solo ingiusto. È profondamente pericoloso.

Carlo Gambescia


(*) Qui: https://www.isa-sociology.org/en/about-isa/isa-human-rights-committee/ec-decision-israeli-sociological-society .

(**) qui: https://www.isa-sociology.org/en/about-isa/isa-human-rights-committee/isa-statement-on-the-russian-military-offensive-happening-in-ukraine .

(***) Qui ad esempio: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/05/israele-churchill-netanyahu-e-il.html .

mercoledì 2 luglio 2025

Trump è ideologia. E la scienza politica abdica al suo compito

 


La scienza politica sta perdendo colpi. Abdica al suo ruolo. Per dirla senza troppi giri di parole, si sta perdendo in chiacchiere.

Leggiamo spesso, a proposito di Trump, della sua capacità di “capitalizzare il risentimento”: cioè di trasformare i voti la rabbia, giustificata o meno, della gente comune.

Eppure i classici – Platone, Aristotele – parlavano già di demagogia: quando la politica, soprattutto democratica, si riduce a lusingare i bassi istinti dell’elettorato. Il risentimento è uno di questi.

Uno stato d’animo che, come ricordano gli psicologi, consiste nel ritorno ossessivo sul proprio dolore morale, sull’offesa o sul torto subito, reale o presunto, senza possibilità di superamento, perdono o mediazione. Solo volontà di vendetta in servizio permanente effettivo.

Storicamente, due ideologie moderne sono nate proprio dal risentimento e dall’odio per la propria condizione: il marxismo (la classe) e il nazifascismo ( razza e nazione).

Non è un caso che queste ideologie abbiano sempre manifestato un odio profondo per il liberalismo – fondato sull’ammirazione per la ricchezza e lo spirito di tolleranza – e per il cristianesimo, centrato sull’idea di perdono. Su quest’ultimo punto, si ricordino le critiche di Nietzsche al cristianesimo e il pessimo uso che ne fece il nazismo paganeggiante.

Sia chiaro, anche liberalismo e cristianesimo, quando piegati all’autoconservazione, possono sviluppare tratti ideologici chiusi e intolleranti. Ma un conto è un’ideologia strutturalmente fondata sul risentimento; un altro è una visione del mondo che può momentaneamente caderci, senza farne il proprio nucleo.

Ecco perché non basta, sul piano analitico, dire che Trump “capitalizza il risentimento”. Trump è un demagogo che si colloca fuori dall’orizzonte liberale e cristiano.

La sua forma mentis, la sua ideologia, lo avvicinano molto di più – con le dovute proporzioni storiche – al fascismo, al nazismo e al comunismo, che al pensiero liberal-democratico. Questo va detto chiaramente, soprattutto da chi fa scienza politica.

Altrimenti si rischia di legittimare Trump come un politico “normale”, liberale o cristiano, che strumentalizza il malcontento per calcolo elettorale. Ma Trump non si limita a sfruttare il risentimento: vi crede. Ne fa il cuore ideologico del suo progetto politico.

Ed è qui che il discorso si fa più profondo: il trumpismo – come ideologia – nasce dal risentimento verso tutto ciò che, secondo la sua visione, ha impedito all’America di essere “grande”.

È una forma esasperata di nazionalismo identitario, che si nutre di rancore contro la sinistra, contro le minoranze etniche e politiche, contro il pluralismo in sé.

Il trumpismo è, a tutti gli effetti, un’ideologia della vendetta, proprio come lo furono – con modalità diverse – il fascismo e il nazismo in particolare.

Si rifletta.  Se è vero che Trump capitalizza il risentimento, è ancor più vero che quel risentimento non è solo uno strumento: è il cuore vivo di una visione del mondo regressiva, illiberale e autoritaria.Ridurre il fenomeno Trump a una semplice strategia di consenso significa ignorarne la natura ideologica e sistemica.

Il trumpismo propone una società chiusa, identitaria, polarizzata, ostile al pluralismo e al compromesso. Si vuole "vendicare" dei (presunti) torti subiti.

La scienza politica, se vuole restare all’altezza della sua missione, deve smascherare queste derive, riconoscendole per ciò che sono: non semplici espressioni di malcontento, ma progetti coerenti di demolizione dell’ordine liberale e democratico. Altro che "capitalizzazione del risentimento"…

Non basta contare i voti, e corteggiare lo stato d’animo di eletti ed elettori, come pretende il realismo politico standard, accademico: quello dei fatti compiuti,  sempre pronto a transigere, a inseguire l’equilibrio come fine, non come mezzo.

Occorre invece interrogarsi sulle idee che muovono gli eversori dell’ordine liberale. Idee che, dietro un linguaggio aggiornato, tradiscono parentele inquietanti con quelle che nel Novecento hanno prodotto solo rovine. E che vanno denunciate, con rigore e senza ambiguità.

Carlo Gambescia

martedì 1 luglio 2025

Un passato che non passa. Almerigo Grilz e Fratelli d’Italia

 


In questi giorni torna alla ribalta Almerigo Grilz, giornalista triestino, nato nel 1953, morto nel maggio del 1987 in Mozambico mentre seguiva un conflitto dimenticato, documentando una battaglia fra i miliziani del RENAMO, finanziato dal Sud Africa e dalla Cia, e l’esercito governativo, emanazione del FRELIMO di orientamento socialista.

Un tempo nome di culto nelle retrovie missine, oggi Grilz è stato elevato a simbolo “nobile” da Fratelli d’Italia. Come è avvenuto? Grazie al film di Giulio Base, Albatross, in uscita proprio in concomitanza con le celebrazioni ufficiali. La pellicola si propone di restituire a Grilz lo status di “eroe dimenticato dalla sinistra”, vittima di una “cancel culture” ante litteram.

Sui giornali di destra, “Secolo d’Italia” in testa  (stendiamo un velo pietoso sul refuso addirittura nel titolo) Grilz (non Gritz) viene descritto come un pioniere del giornalismo d’inchiesta in zone di guerra, un uomo coraggioso, perseguitato per la sola colpa d’aver avuto “la tessera sbagliata in tasca”. Il sottinteso è sempre lo stesso: la sinistra odia chiunque osi non pensarla come lei. Ma le cose, come spesso accade nella politica italiana, sono più torbide e più semplici allo stesso tempo.

Almerigo Grilz non era un giornalista qualsiasi. Era un militante. Un ex dirigente del Fronte della Gioventù e del Movimento Sociale Italiano, per anni parte attiva dell’estrema destra neofascista triestina.

Non mancano episodi inquietanti nel suo curriculum. Nel luglio 1972 viene denunciato per aver disturbato una manifestazione antimilitarista con slogan e gesti fascisti. Nel 1976 è identificato come uno degli aggressori di tre militanti di sinistra, picchiati a sprangate. Sempre nel 1976 viene espulso dall’Università di Trieste per aver lanciato bottiglie contro altri studenti durante un volantinaggio missino, ferendone alcuni. Nel 1977 appare armato in una foto scattata a Trieste da Claudio Ernè: fucile in mano, in compagnia di altri uomini, in un contesto tutt’altro che civile.

Nel giugno 1983 partecipa come oratore a una manifestazione del Movimento Sociale Italiano a Basovizza, frazione di Trieste a forte componente slovena. Non un luogo qualunque: Basovizza è oggi sede della “Foiba monumentale”, divenuta nel tempo uno dei principali simboli del patriottismo della destra, spesso sfruttata politicamente per costruire una memoria unilaterale del confine orientale, che omette o minimizza la lunga storia di violenze fasciste nella regione.

Il comizio, inizialmente previsto a Dolina e vietato dal prefetto, si svolse in un clima pesantemente intimidatorio, come rilevato nella relazione del vicequestore Sergio Petrosino, secondo cui i presenti — fra cui “il noto Grilz” — non mostravano “l’atteggiamento di chi si prepari a un pacifico rito elettorale”. Dopo la manifestazione, il gruppo si spostò nel quartiere di Longera (Lonjer), altro centro a maggioranza slovena, dove si registrarono gravi episodi di violenza. Grilz fu visto colpire dei passanti con un altoparlante, gridando: “S’ciavi, veremo ciorve per le case uno per volta”. Tra i feriti vi fu Milka Kjuder, moglie del partigiano Oskar Kjuder, colpita al petto con un bastone. Il quotidiano sloveno “Primorski dnevnik” pubblicò le foto del pestaggio, documentando l’aggressione (*).

Un episodio che non racconta solo la storia di un singolo fanatico, ma restituisce lo spessore ideologico e violento di una certa militanza neofascista, che oggi viene romanticizzata sotto il velo del “patriottismo” e del “sacrificio per la verità”.

Grilz ha poi intrapreso la carriera di reporter, certo. Ma anche in quella veste ha mantenuto lo stesso strabismo ideologico: ha documentato le guerriglie in Mozambico, Angola, Libano e altre parti del mondo, sempre dalla parte delle milizie anticomuniste. Mai un’inchiesta sul Sudafrica dell’apartheid. Mai una parola sui desaparecidos cileni o argentini. Il nemico, per lui, era sempre e solo il comunismo. Il resto: silenzio o complicità.

Il film su Grilz, firmato da Giulio Base —molto vicino, si dice, al governo Meloni — si inserisce nel filone del “cinema della destra”: un progetto più propagandistico che culturale, volto a riscrivere la storia a colpi di biopic edificanti. Ma la storia di questo tipo di cinema è lastricata di insuccessi.

Pensiamo ai fallimentari tentativi di Renzo Martinelli, con Barbarossa (2009), kolossal leghista finanziato con denaro pubblico e ignorato dal pubblico, o Il mercante di pietre (2006), delirante film anti-islamico dai toni paranoici e reazionari. O ancora, tornando agli anni Sessanta, ai “mondo movie” colonialisti e razzisti di Gualtiero Jacopetti (Africa AddioAddio zio Tom), dove la violenza coloniale veniva spettacolarizzata sotto il pretesto del documentario d’inchiesta per favorire il botteghino.  

Il cinema della destra, in Italia, fallisce non perché boicottato dalla sinistra, ma perché incapace di interrogarsi criticamente sul proprio passato. Sostituisce la complessità con la nostalgia, la riflessione con la glorificazione. E il pubblico, anche quello più conservatore, a lungo andare, se ne accorge.

Grilz, nel bene e nel male, rappresenta quel mondo. Ed è per questo che oggi viene rispolverato. Non perché sia stato un grande giornalista — ce ne furono di più bravi, e più onesti intellettualmente si pensi ad esempio a Ettore Mo – ma perché la sua figura funziona come totem identitario. Serve a costruire un pantheon parallelo, dove la guerra si combatte sempre dalla parte “giusta”, purché sia anticomunista.

In questo senso, Fratelli d’Italia non è un partito di destra conservatrice: è il prodotto evoluto — e mimetizzato — di una lunga storia postfascista mai davvero superata. Un passato che non passa. Che non cambia, né può cambiare. Perché si fonda su una memoria selettiva, su un culto vittimista, su una cultura politica che ha sempre avuto un grosso problema con la democrazia liberale. Ma quale dialogo tra destra e sinistra? “S’ciavi, veremo ciorve per le case uno per volta”… Ecco il vero Almerigo Grilz.

Celebrandolo, non si rende omaggio a un cronista di guerra: si rivendica, senza dirlo, l’eredità di una destra che ha sempre preferito l’ordine alla libertà, la forza al diritto, l’appartenenza all’autonomia. E che, pur camuffandosi da moderna e moderata, resta ideologicamente inchiodata alla nostalgia.

Per questo Fratelli d’Italia non è semplicemente un partito nostalgico. È un partito politicamente pericoloso. E il vero rischio, oggi, è che una parte del Paese continui a credere che il fascismo sia solo un problema di passato, mentre invece è — ancora — una questione profondamente presente.

Carlo Gambescia

(*) Le informazioni su alcuni episodi citati provengono da fonti riportate su Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Almerigo_Grilz ) . Pur consapevoli dei limiti metodologici di tale riferimento, lo riteniamo adeguato in un contesto divulgativo. Mancano, è vero, citazioni dirette e contraddittorio, e proprio per questo invitiamo chi dissente a fornire documentazione e contro-argomentazioni.