domenica 23 agosto 2026

Extraprofitti. Quando il profitto diventa una colpa

 

La notizia sembra quasi costruita per suscitare un riflesso pavloviano: sei Paesi dell’Unione europea, Italia compresa, chiedono un quadro europeo per tassare gli “extraprofitti” delle compagnie petrolifere, i cui guadagni sarebbero aumentati vertiginosamente a causa della guerra in Medio Oriente (*).

La proposta arriva da Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna. Dunque non da un fronte politico omogeneo. Ci sono governi di centrodestra, governi di coalizione e governi di centrosinistra.Ma il dato politicamente interessante è che il centrodestra europeo, Italia compresa, non appare affatto estraneo alla cultura dell’extraprofittismo fiscale. Anzi.

Del resto, la cosiddetta “destra liberista” contiene una contraddizione storica che meriterebbe di essere presa sul serio: la tradizione conservatrice della destra nasce dalla difesa dell’ordine, dell’autorità, della comunità e della tradizione; il liberalismo economico, invece, dalla valorizzazione dell’individuo, del mercato e della libera concorrenza. Possono certamente incontrarsi, e nella storia si sono incontrati. E si stanno incontrando, magari a fatica, come nel caso di Milei in Argentina, ma non sono la stessa cosa. E quando le destre arrivano al governo tendono spesso a privilegiare protezione, interesse nazionale, intervento pubblico e redistribuzione rispetto alla libertà economica. La “retorica” del mercato, insomma, può sopravvivere; la “cultura” del mercato, molto meno.

Il “liberismo selvaggio” è, prima ancora che una categoria economica, una formula polemica della pubblicistica antiliberale, largamente utilizzata da “Le Monde diplomatique”. Senza pretendere di risalire alle battaglie ottocentesche di Robert Peel e Richard Cobden contro le Corn Laws e per il libero commercio, basta ricordare che il mercato, già allora, si affermava contro la protezione degli interessi costituiti. È una lezione che, a quanto pare, la destra contemporanea tende spesso a dimenticare.

Del resto Reagan e Thatcher furono certamente conservatori sul piano politico e culturale, ma introdussero nella destra una forte discontinuità sul terreno economico. La cultura del mercato che sostenevano era, infatti, in tensione con molte delle tradizionali diffidenze conservatrici verso l’individualismo economico, il grande capitale e la mobilità sociale prodotta dalla concorrenza. Il mercato, per sua natura, non conserva: seleziona, trasforma, mette in discussione gerarchie e rendite. In questo senso è “progressivo”, non perché sia progressista in senso politico, ma perché è una forza di cambiamento. E a riconsocerlo furono proprio Marx-Engels nel Manifesto.

Qui sta il problema. La destra può certamente governare un’economia di mercato. Ma quando pretende di essere liberista, dovrebbe prima fare i conti con questa contraddizione: il mercato non è conservatore. E, soprattutto, non è uno strumento al servizio della conservazione.

In sintesi, prima che liberisti, si deve essere liberali, nel senso di scorgere nel mercato una forza oggettiva di cambiamento.

Insomma, un extraprofitto non è necessariamente un profitto illecito. È, innanzitutto, un profitto che supera un determinato livello considerato “normale” o “equo”. Ma chi stabilisce quale sia il profitto normale? E soprattutto: sulla base di quale criterio economico?

Se il prezzo internazionale del petrolio aumenta per effetto di una guerra, le imprese che possiedono o commerciano petrolio possono evidentemente guadagnare di più. Ma questo, di per sé, non dimostra alcuna speculazione. Il prezzo è anche il risultato della scarsità, del rischio, delle aspettative e delle condizioni internazionali del mercato. È, in fondo, il meccanismo elementare del capitalismo.

Quando aumenta la domanda o diminuisce l’offerta, i prezzi salgono. E quando salgono i prezzi, qualcuno guadagna. Naturalmente qualcuno perde. È proprio questa la funzione del sistema dei prezzi: trasmettere informazioni sulla scarsità delle risorse e orientare investimenti e consumi.

Se invece ogni aumento straordinario dei profitti viene considerato una colpa da correggere fiscalmente, si introduce un principio assai curioso: il rischio rimane privato, mentre il profitto straordinario diventa pubblico.

Quando un investimento va male, l’impresa paga. Quando va bene oltre le aspettative, arriva lo Stato a reclamare una parte del risultato perché considerato eccessivo.

Non è esattamente un incentivo irresistibile a investire.Soprattutto in un settore come quello energetico, nel quale gli investimenti richiedono capitali enormi, tempi lunghi e sono esposti a rischi geopolitici, tecnologici e normativi. Se l’imprenditore sa che le perdite saranno integralmente sue, mentre i guadagni giudicati “eccessivi” potranno essere colpiti da una tassazione straordinaria, il calcolo economico cambia. E cambia anche il rapporto con il rischio.

 

Naturalmente, questo non significa che qualsiasi profitto debba essere considerato intoccabile. Il mercato non è una religione e l’impresa non è moralmente innocente per definizione. Come detto, se esistono cartelli, monopoli, abuso di posizione dominante o manipolazioni dei prezzi, lo Stato deve intervenire. Ma deve intervenire contro il comportamento anticoncorrenziale, non contro il profitto in quanto tale.

È una differenza decisiva.


Perché altrimenti si finisce per trasformare una categoria economica in una categoria morale: profitto normale, il bene; profitto troppo alto, il male.

Ma “troppo” rispetto a che cosa? È questo il punto che spesso scompare nel dibattito politico.

E c’è una seconda contraddizione. Gli stessi governi europei chiedono alle imprese energetiche investimenti, sicurezza degli approvvigionamenti, innovazione e capacità di affrontare una transizione energetica costosissima. Poi, quando le condizioni del mercato producono profitti superiori alle attese quei medesimi profitti vengono trattati come una sorta di bottino da recuperare attraverso la fiscalità.

È difficile non vedere una certa schizofrenia.

Ma la questione è ancora più interessante se guardiamo alla politica. Per anni una parte consistente della destra europea ha rimproverato alla sinistra la diffidenza verso il mercato, l’impresa e il profitto. Poi, una volta arrivata al governo, scopre la comodità politica della redistribuzione fiscale. L’extraprofitto diventa così una parola magica: non occorre più spiegare perché si vuole tassare. Basta definirlo “extraprofitto”. E il gioco è fatto. Il termine contiene già il giudizio morale.

E’ un meccanismo tipicamente populista: prima si individua qualcuno che guadagna “troppo”, poi si trasforma quel guadagno in una colpa, infine si propone allo Stato di intervenire per ristabilire una non meglio precisata “giustizia”. E non è un meccanismo ignoto alle ideologie totalitarie del Novecento: fascismo, nazismo e comunismo hanno, in forme profondamente diverse, subordinato l’attività economica e il profitto a un superiore interesse politico, nazionale o collettivo.
Ma il capitalismo non conosce una misura naturale del profitto. Conosce profitti e perdite, rischio e rendimento, domanda e offerta, concorrenza e investimento.

Il resto, come si è detto, è politica.

E forse è proprio questo il punto che una parte della destra europea non ha ancora capito. Si può essere conservatori, nazionalisti, sovranisti, securitari, persino populisti. Ma tutto questo non significa possedere una cultura economica capitalistica. Anzi, talvolta accade esattamente il contrario.

La tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, dunque, non è soltanto una questione fiscale. È un piccolo, significativo test culturale.

Quando il profitto diventa una colpa, il problema non è più quanto tassarlo. È capire quanto sia ancora capitalista la cultura economica di chi lo vuole tassare.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/08/22/sei-paesi-ue-chiedono-tassa-su-extraprofitti-compagnie-petrolifere-anche-litalia_19935ede-e715-4432-8561-90de00e522c3.html .

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