Non perché Meloni si sia improvvisamente scoperta fascista. Il problema è più sottile e, proprio per questo, più interessante: la Meloni di governo appare assai più moderata della Meloni militante, della Meloni “di lotta”, per usare una distinzione che richiama l’antica formula comunista del “partito di lotta e di governo”. Ma questo non significa che sia altrettanto lontana dalla cultura politica, dalla memoria e, soprattutto, dal temperamento che hanno formato la giovane dirigente della destra post-missina.
È lei stessa, del resto, a rivendicare questa continuità. Dice di essere diventata la persona che è grazie agli anni della militanza giovanile e racconta di avere imparato a difendere le proprie idee proprio a Colle Oppio, nell’ambiente della destra post-missina. Non presenta quella stagione come un errore giovanile da archiviare, ma come una parte costitutiva della propria biografia. E qui cominciano le ambiguità.
Alla domanda sul fascismo, Meloni non sceglie la strada più semplice e più netta. Non dice che fu una dittatura da condannare senza appello. Parla di un periodo “particolarmente complesso” e aggiunge che, se ci fossimo trovati dentro quella storia, probabilmente l’avremmo vista diversamente.
È una risposta che dice molto. La storia può certamente essere contestualizzata. Ma contestualizzare non significa sospendere il giudizio. E soprattutto un capo di governo della Repubblica italiana potrebbe tranquillamente distinguere fra la comprensione storica di un fenomeno e il suo giudizio politico. Meloni, invece, rimane ancora una volta in mezzo al guado.
Per capirsi: un conto è lo studio storico del fascismo, che Renzo De Felice contribuì a sottrarre alla caricatura ideologica; altro conto è l’uso politico di De Felice come se la complessità storica dovesse tradursi in una sorta di assoluzione, quasi con formula piena.
Lo stesso accade quando Cohen le ricorda Giorgio Almirante. Meloni non prende le distanze dalla figura del fondatore del Movimento Sociale Italiano e autore, in gioventù, di scritti razzisti e antisemiti. Preferisce ricordarne la capacità di combattere “con dignità” una battaglia partendo da una posizione marginale. Nulla di tutto questo basta per trasformare Meloni in una fascista. Ma basta per porre una domanda: quanto è davvero compiuta la rottura della destra meloniana con la propria genealogia politica?
Il punto, però, è che la genealogia non spiega tutto. C’è anche qualcosa, come accennavamo, di più personale, nel senso politico del termine: un temperamento autoritario che sembra accompagnare Meloni da molto prima che arrivasse a Palazzo Chigi.
Non usiamo il termine “autoritario” come diagnosi psicologica, né come sinonimo di fascista. Mi riferisco a una disposizione politica che emerge dal carattere, dalla formazione e dall’educazione militante: una forte inclinazione alla verticalità, alla disciplina, alla contrapposizione fra chi appartiene e chi sta fuori, fra chi difende la comunità e chi la minaccia, fra chi combatte e chi, implicitamente, non combatte abbastanza.
È un tratto che non scompare semplicemente perché si indossa il tailleur istituzionale. Può essere disciplinato, moderato, persino messo al servizio delle istituzioni. Ma resta riconoscibile. E in Meloni lo si ritrova nella tendenza a personalizzare lo scontro politico, nell’insistenza sulla forza dell’autorità, nella rappresentazione della politica come campo di battaglia e nella frequente contrapposizione fra una “gente” autentica e gli avversari, gli apparati, i poteri che quella gente pretenderebbe di rappresentare o condizionare. La sinistra è delegittimata in modo sistematico. Non è un avversario: è il nemico, anzi un mucchio di rovine fumanti sulle quali spargere il sale del sarcasmo.
Qui sta forse la parte meno rassicurante della sua trasformazione. Meloni ha imparato a governare meglio di quanto abbia imparato a liberarsi completamente di una certa idea della politica. Ha certamente cambiato molte cose. La giovane che nel 2014 parlava di uscita dall’euro oggi difende la disciplina fiscale europea. La leader che guardava con diffidenza alle istituzioni europee ha utilizzato i fondi europei e si è mossa dentro l’architettura comunitaria. La presidente del Consiglio sostiene l’Ucraina e ribadisce l’importanza dell’unità dell’Occidente.
Ma c’è anche l’altra Meloni. Quella dell’“orgoglio” nazionale, dell’Italia che non deve essere “sottomessa”, che deve smettere di essere la “ruota di scorta” di Francia e Germania e tornare a sedersi al tavolo di quelli che decidono. Quella che preferisce parlare di “nazione” anziché di Repubblica. Anche qui, nulla di scandaloso in sé. L’orgoglio nazionale non è fascismo. Il patriottismo non è fascismo. La difesa dei confini non è fascismo. Persino il conservatorismo nazionale, in una democrazia liberale, è perfettamente legittimo.
Però una cosa è il patriottismo civile di una Repubblica di cittadini; altra cosa è l’idea della nazione come comunità identitaria, costruita attorno a una tradizione, a un’appartenenza e a una memoria selezionata. E una cosa è l’autorità dello Stato liberale, sottoposta alla legge e ai contrappesi istituzionali; altra cosa è una concezione della politica nella quale l’autorità tende a diventare un valore in sé, perché chi governa si presenta come interprete diretto della volontà di una comunità nazionale.
È qui che la Meloni istituzionale, o di governo, e la Meloni di lotta entrano maggiormente in tensione. La prima deve rispettare regole, procedure, alleanze e contrappesi. La seconda è cresciuta in una cultura politica nella quale il conflitto, la militanza, la fedeltà, l’identità e la gerarchia hanno avuto un peso non secondario. La distanza dal fascismo storico è netta. La distanza da una certa concezione autoritaria della politica, alimentata anche da una precisa formazione caratteriale e militante, appare invece meno netta.
Lo si vede anche sull’immigrazione. Da una parte la retorica dei confini, dell’emergenza e della difesa dell’identità; dall’altra la necessità concreta di programmare ogni anno l’ingresso di decine e decine di migliaia di lavoratori stranieri, perché l’economia italiana ne ha bisogno. Meloni sa perfettamente che l’Italia non può fare a meno dell’immigrazione. Ma continua a presentarla soprattutto come una questione identitaria e politica. È la sua capacità di tenere insieme cose diverse: pragmatismo amministrativo e nazionalismo identitario, europeismo e sovranismo, atlantismo e simpatia per Trump, modernizzazione istituzionale e memoria post-missina.
Il problema, dunque, non è il fascismo nascosto dietro l’angolo. Pericolo che comunque non va ignorato. È qualcosa di più contemporaneo e, per certi aspetti, più difficile da riconoscere: la possibilità che una cultura politica fortemente identitaria e un temperamento incline all’autorità riescano a convivere perfettamente con il linguaggio, le procedure e le alleanze della democrazia liberale.
Qui, però, c’è un problema che riguarda non soltanto Meloni, ma gli italiani. Gli italiani vogliono stabilità. Nella lunga storia italiana, soprattutto nei momenti di crisi e di disordine, il bisogno di sicurezza e di stabilità ha spesso prevalso sull’aspirazione alla libertà politica. Ovviamente, tra la sottomissione al Longobardo, per quieto vivere, e il rifiuto dell’Italia liberale, che faticosamente stava cambiando gli italiani, c’è un abisso. Mussolini non fu certo un nuovo Rotari. Ma, per una parte degli italiani, rappresentò ciò che Rotari può simboleggiare nella memoria semplificata della storia: l’ordine dopo il disordine.
Meloni è al governo da quasi quattro anni e può rivendicare una stabilità che, nella storia repubblicana, non è affatto ordinaria. E forse proprio per questo una parte consistente dell’opinione pubblica non vuole più sentir parlare di fascismo e antifascismo. Pure questioni di storia longobarda…
Ma è giusto che sia così?
È comprensibile che l’elettore comune sia più interessato allo stipendio, alle bollette, alla sicurezza, agli ospedali e alla stabilità del governo che alle genealogie ideologiche della destra italiana. La politica deve occuparsi della vita presente, non soltanto dei fantasmi del passato. Rotari e Mussolini pari sono… Ma una democrazia non vive soltanto di crescita economica e stabilità governativa. Vive anche di memoria, istituzioni e limiti al potere.
Ecco perché il problema è capire se la destra italiana abbia davvero compiuto quella maturazione culturale che la trasformazione istituzionale sembra suggerire. E qui, francamente, l’intervista al “New York Times” lascia più dubbi di quanti ne risolva. Al massimo, contando anche gli anni del MSI in Parlamento, si può parlare di una lunga cultura politica dell’integrazione passiva: la democrazia liberale accettata come mezzo, più che come fine.
La Meloni governante è cambiata. La Meloni di lotta non è scomparsa. E non è neppure necessario che scompaia: nessuno può pretendere che un politico rinunci alla propria biografia. Ma una cosa è conservare la memoria di ciò che si è stati; altra cosa è conservare, insieme a quella memoria, una certa idea della politica, dell’autorità e della comunità nazionale.
È su questo terreno che Meloni deve ancora dimostrare fino in fondo di essere diventata una liberale di governo. Non perché debba rinnegare il proprio passato.
La vera rottura con il passato, insomma, non si misura soltanto nelle alleanze internazionali, nei rapporti con Bruxelles o nella prudenza dei conti pubblici. Si misura soprattutto nel rapporto con il potere.
Ed è proprio lì che la Meloni di oggi, nonostante tutto il cammino percorso, lascia numerosi e gravi interrogativi aperti.
Carlo Gambescia
(*) Qui:
https://www.facebook.com/scioperodelledonne/photos/-meloni-lintervista-integrale-sul-new-york-times-di-roger-cohennew-york-times-21/1502364381930488/(tradotta);
https://www.nytimes.com/2026/08/21/world/europe/italy-giorgia-meloni-interview-profile.html?eafs_enabled=false (in lingua originale)








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