mercoledì 7 febbraio 2024

Giorgia Meloni e lo shintoismo

 


Che l’Italia si sia spostata a destra, o meglio verso l’estrema destra, si può rilevare da tante cose. Ad esempio dai silenzi mediatici sulle vergognose condizioni in cui vivono i migranti nei vari centri di accoglienza, di identificazione,di espulsione. Oppure dalle autentiche campagne di odio razziale che scattano appena si presenta l’occasione.

Però il diavolo spesso è nel dettaglio, nel particolare. Pensiamo infatti a qualcosa di più sottile che sfugge ai più. Anche perché in realtà la cultura neofascista, o se si preferisce dei fascisti dopo Mussolini,  non è molto conosciuta.

Di che parliamo? A differenza della maggioranza degli osservatori, siamo rimasti colpiti, in occasione del viaggio meloniano a Tokio , della  visita al Santuario Meiji, punto di riferimento formale dello shintoismo.

Un passo indietro. Si legga come è presentata la visita da una delle principali agenzie stampa italiane. Il testo ha valore esemplare. Perché riflette un atteggiamento che ritroviamo in quasi tutta stampa italiana. Per non parlare di Rai e  Mediaset. A dire vero, in questa occasione, anche La7  ha perso più di un colpo. Leggiamo.

«La premier Giorgia Meloni, nell’ambito della sua missione in Giappone dove tra l’altro è previsto il passaggio di consegne alla guida del G7 con il premeir Kishida, ha fatto tappa al santuario Meiji dove ha seguito un percorso aperto in via straordinaria in occasione della sua visita a Tokyo.
Il santuario con il suo grande parco intorno è una delle attrazioni maggiori della capitale e di tutto il Giappone, visitato da milioni di persone ogni anno. Il cuore del sito, costruito all’inizio del XX secolo, è il tempio shintoista dedicato al 122esimo imperatore giapponese, Meiji, e alla sua consorte, l’imperatrice Shoken, considerati i modernizzatori del Giappone.
L’Imperatore morì a 59 anni e poco dopo la moglie Shoken decise di togliersi la vita. Il tempio, opera dell’architetto Ito Chuta, venne terminato e consacrato nel 1920. Durante il secondo conflitto mondiale, come gran parte di Tokyo e del Giappone, venne quasi completamente raso al suolo e nel 1958 fu avviata una sua radicale ristrutturazione»
(*).

Materiale per guide turistiche. In realtà, lo shintoismo, che ha origini antichissime, fu utilizzato dai “modernizzatori”, come supporto ideologico, attraverso il culto dell’imperatore quale essere divino, a quel nazionalismo giapponese, secondo alcuni a sfondo fascista, che si alleò con Hitler e Mussolini.

Ovviamente nel dopoguerra, il Giappone fu costretto a fare marcia indietro, l’Imperatore Hiroito, pur di restare a galla, rinunciò alla divinizzazione, l’esercito giapponese venne demilitarizzato dagli americani, eccetera, eccetera.

Però, ecco il punto, in Giappone lo shintoismo imperiale (semplificando), soprattutto come religione civile dell’onore militare giapponese, è tuttora difeso da tutti quei gruppi di estrema destra, non pochi a sfondo fascista, che vagheggiano il ritorno al disumano militarismo degli anni Trenta del Novecento.

Va detto, per onestà intellettuale, che gli estremisti giapponesi privilegiano la frequentazione, del santuario Yasukuni, la “Mecca dell’Onore” per il nazionalismo nipponico: quello che tuttora a ogni manifestazione sventola la bandiera con il sole nascente. Si tratta di un santuario scintoista, vicino al Palazzo imperiale, che onora i due milioni di giapponesi caduti in guerra, tra i quali non pochi criminali di guerra.

Ora qual è il problema? A quanto ci risulta, finora nessun Presidente del consiglio repubblicano, diciamo politicamente normale, si era recato, nel corso di una visita ufficiale, al santuario Meiji. E, comunque sia, se le nostre informazioni fossero errate, rimarrebbe, come vedremo, una questione di  radici  culturali e  sensibilità politica. Ad esempio, andiamo braccio, Della Vedova e Renzi, in visita nel 2015-2016, si occuparono di altro.

Giorgia Meloni invece non ha perso l’occasione. Perché? Qui viene il bello: nell’estrema destra italiana – per una verifica basta studiarne la produzione editoriale – vi è sempre stata grande ammirazione per lo shintoismo a sfondo militare e nazionalista. Non ci riferiamo solo al patriottismo tradizionalista di Yukio Mishima, grande scrittore, tradotto in tutto il mondo, che, animato dall’etica bushido, fece seppuku, suicidio rituale, dopo un tentativo di golpe fallito. Pensiamo infatti   alle numerose pubblicazioni dedicate all’etica samurai, in particolare al bushido, che all'inizio del XX secolo,  converge verso lo shintoismo militarizzato ( o comunque si sostengono a vicenda). E di riflesso ai famigerati kamikaze, al sogno  politico dell’Asia giapponese, eccetera, eccetera. Si pensi, in sintesi, all'ufficiale giapponese, un post-samurai, fanatizzato dal culto dell'Imperatore divinizzato. 

Cosa non secondaria, va anche detto che per le ultime ( e giovani) generazioni missine – anni Ottanta – cartoni animati e fumetti giapponesi furono letti e reinterpretati alla luce del tradizionalismo shintoista. Semplificando: in salsa fascista salto attraverso cerchio di fuoco. Come dimenticare il Ro-Ber-To del Tognazzi fascista (“buca con acqua”)? Cioè l’asse Roma-Berlino-Tokio. Uno stolido fascista salvato dal linciaggio finale da un professore liberale. Bah… Non impareranno mai…

Concludendo, risulta evidente, che una Giorgia Meloni, cresciuta in questo brodo culturale, non poteva non rinunciare a una visita al Santuario Meiji. Però furba, come suo solito, in questo forse aiutata da ragioni protocollari,  ha potuto  glissare  il santuario più compromesso politicamente, lo Yasukuni.

Probabilmente quest’ultima nostra notazione è fin troppo sottile. Anche perché per la stampa italiana, abituata a pubblicare notizie un tanto al chilo, si è trattato quasi di una visita turistica. 

E questo è un brutto segno. Peggiore, come dicevamo, di tanti altri.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/meloni-giappone-santuario-meiji-video_67n9vba8o1Ft28N5KW5HmB .

martedì 6 febbraio 2024

Le “guerre pacioccone” degli agricoltori

 


Oggi torniamo sulla protesta degli agricoltori. Perché va oltre gli agricoltori. Perché oltre? Per la semplice ragione che dietro la protesta degli agricoltori, diciamo come motivazione, si nasconde una visione dell’economia di tipo corporativo e assistenzialista. Che in fondo tutti i protagonisti politici e sociali accettano e alimentano.

Corporativo, nel senso di una categoria professionale che difende in modo intransigente i propri particolari interessi e privilegi.

Assistenzialista, nel senso che gli agricoltori fruiscono di sovvenzioni pubbliche a fondo perduto sul piano italiano ed europeo.

Due fenomeni tipici della modernità economica sono la crescita dell’estensione delle aziende agricole e la cospicua riduzione degli addetti. Per capirsi, rispetto a un secolo fa, oggi bastano poche imprese e pochi addetti per perseguire una produttività soddisfacente.

Un fenomeno che si è verificato anche in Italia. Tuttavia il vero problema dell’agricoltura italiana è la scarsa competitività estera. Il sistema vive praticamente di autoconsumo nazionale. Il chilometro zero, di cui si blatera tanto, è una triste realtà.

Evitiamo di indicare cifre, per non confondere le idee dei lettori. Lavoriamo invece sui concetti: sulla struttura logica della questione. Sarà poi il lettore, se vorrà, a documentarsi e verificare le basi statistiche della nostra tesi (*).

In realtà si tratta di un quadro economico autarchico, in cui i prezzi dei prodotti agricoli sono tenuti artificialmente bassi grazie a un sistema di sovvenzioni e incentivi. Però, si faccia attenzione, i prezzi non sono così bassi rispetto ai prezzi che si potrebbero contrattare sul mercato mondiale. E qui – sulla difesa del protezionismo – si inserisce la protesta degli agricoltori. I quali temono di perdere il trattamento privilegiato che li mette al riparo dalla concorrenza estera.

Pertanto non si tratta di una battaglia per i profitti, ma per le rendite. Il conflitto segreto è tra rischio aziendale e protezionismo aziendale; tra un’entrata insicura, dettata dal calcolo costi-ricavi, e un’ entrata sicura, dettata da un flusso continuativo di denaro pubblico.

Ciò significa che i tagli temuti, al di là delle problematiche congiunturali legate alla cosiddetta transizione ecologica, rinviano a un fatto strutturale: la crisi fiscale dello stato, perché le uscite (le spese pubbliche) superano le entrate (in imposte, tasse e tributi vari). Ecco il lato nascosto ma pericoloso della versione agricola, per così dire, di quel baraccone che si chiama welfare state.

Va ripetuto che la politica dei sussidi è europea. Perciò, in qualche misura, pur con varianti nazionali, le ragioni delle proteste sono le stesse: più corporativismo, più assistenzialismo. Il tutto, ripetiamo, in un quadro autarchico. Dal momento che l’agricoltura europea è nelle mani di pochi addetti, che non permettono intrusioni dall’estero  e temono come la nuova peste  il progresso scientifico e tecnologico in campo alimentare.

E qui si pensi alle crociate antidiluviane  contro OGM e carne sintetica. “Lo cavalcone è saldo”, nel senso dell’agricoltura, così com’è oggi. Questo il mantra degli agricoltori assistiti. Uguale  a quello  del  monaco Zenone dell’ “Armata Brancaleone”, interpretato da Enrico Maria Salerno, che precipita nel burrone, dove aver saltellato su un ponte sospeso – “lo cavalcone” – ritenuto saldo.

In realtà, siamo davanti a un sistema di agricolture nazionali, pronte a entrare in conflitto le une con le altre, però finora tenute a bada da un sistema di sovvenzioni e sussidi, contrattato. Quindi frutto di compromessi tra l’Unione Europea e i suoi membri, e all’interno di ogni paese membro: “lo calvalcone” degli interessi particolari può però crollare in qualsiasi momento…

Certo, si dirà che tutto sommato al consumatore europeo non manca nulla, quindi il sistema autarchico funziona. Quindi “lo cavalcone è saldo”.

Non è così. Perché con una reale apertura ai mercati mondiali i prezzi dei prodotti agricoli italiane ed europei potrebbero essere molto più bassi. E a  trarne vantaggio sarebbe invece proprio il consumatore. L’apertura però metterebbe fuori gioco gli agricoltori europei e italiani. Di qui, il “quieta non movere” (“non muovere le cose tranquille”): vero e proprio ordine di scuderia a livello istituzionale, economico e sociale.

Una passività che nutre i programmi governativi, specie a destra, per la sovranità alimentare: una sovranità costosa. Cosa sulla quale si tace, a cominciare ovviamente dagli agricoltori. I quali invece alimentano le leggende metropolitane sugli avvelenatori stranieri, eccetera, eccetera. E  naturalmente sui miracolosi vantaggi per la salute del chilometro zero...  Che cari.

In fondo, si dice, che problema c’è? Il consumatore si accontenta, l’agricoltore è contento, e tutti insieme portano voti ai governi, di destra o sinistra che siano.

Pertanto i blocchi e le marce del cosiddetto “esercito dei trattori”, ricordano le “guerre pacioccone” di Attalo, al secolo Gioacchino Colizzi, un brillante disegnatore di vignette , oggi dimenticato. “Guerre” che per dirla alla buona finivano a tarallucci e vino.

Non per nulla i “soldati” dei trattori sono stati invitati da un Amadeus benedicente al Festival di Sanremo.

Officerà padre Fiorello.

Carlo Gambescia

(*) Qui i dati per l’economia italiana: https://italiaindati.com/settori-economia-italiana/ ; https://www.infomercatiesteri.it/osservatorio-economico-interscambio-commerciale-italiano-mondo.php# . Qui  i dati europei: https://agriculture.ec.europa.eu/data-and-analysis/markets/production-data_it .

lunedì 5 febbraio 2024

Il Mar Rosso e la libertà dei mari

 


In Italia ci sono rivistine e gruppetti politici che addirittura inneggiano agli Houthi. Li si può rivenire, addirittura fuori dai cassonetti della storia, gettati in terra alla rinfusa, tra neofascisti, neocomunisti, eccetera, eccetera.

Purtroppo, antiamericanismo e antioccidentalismo, che a dire il vero costituiscono il normale bagaglio culturale di non pochi studiosi di geopolitica (“scienza”, rifondata dai nazisti, mai dimenticarlo), fanno velo. A che cosa? All’ esatta comprensione di ciò che è in gioco nel Mar Rosso.

Ovviamente, non si tratta della pace mondiale, come sostengono i pacifisti. Né di Gaza, “aggredita” dai “nazisti” israeliani, come sostengono i filopalestinesi di tutti i colori.

In realtà è in gioco un’altra cosa, di cui l’Occidente si vergogna di parlare, perché culturalmente vittima della teoria postcoloniale, che divide la storia moderna in due fasi, prima e dopo il colonialismo occidentale. Per inciso, ideologia postcoloniale e ideologia woke (ultimo ritrovato  della farmacopea ugualitarista e antistorica) sono pressoché la stessa cosa.

Parliamo di una ideologia, quella postcoloniale, che dipinge l’espansione marittima, prima europea, poi euro-americana, come portato di un disastroso imperialismo e colonialismo. Per intendersi, gli ideologi  postcoloniali sono quelli che raffigurano Cristoforo Colombo come un bieco mercante di schiavi.

In realtà, Cristoforo Colombo, seguito da altri grandi navigatori, fu il primo propugnatore, sicuramente di fatto, della libertà dei mari, poi reinventata e valorizzata, anche sul piano dottrinario e giuridico, da olandesi, britannici e statunitensi, ovviamente con il contributo di portoghesi, spagnoli, italiani.

Parliamo di un valore che è alla base della libertà di mercato e del decollo economico e politico dell’intero Occidente euro-americano. Qualcosa che ha cambiato il mondo e in meglio. Sul punto si vedano gli straordinari volumi dedicati all’età moderna nella eccellente Storia Universale (1948-1959) scritta da Jacques Pirenne.

In un celebre libro, Il Nomos della terra (1950), leccandosi le ferite provocate dai suoi stessi errori (anche i grandi pensatori sbagliano), Carl Schmitt, oppose le civiltà di terra alle civiltà di mare (lui, da buon ex nazista per caso, era dalla parte delle prime). Schmitt raffigurò la libertà dei mari, come un’ideologia che serviva a coprire gli interessi britannici e americani, e in parte lo era, per carità.

Oggi i seguaci della teoria postcoloniale, sebbene evitino di sottolinearlo, “proseguono” le idee di Schmitt con “altri mezzi”, di volta in volta differenti: dal terzomondismo al pacifismo , dal fondamentalismo religioso al fascismo islamico. Tutte idee forti, piacciano o meno.

Ora, qual è il punto? Che l’Occidente euro-americano, pur intervenendo nel Mar Rosso, puntando sull’ operazione “Prosperity Guardian”, frutto di una coalizione internazionale (di cui fanno parte, tra gli altri, anche Regno Unito, Francia, Italia, Spagna, Olanda, Norvegia, Australia e Seychelles), si comporta sul piano della difesa dei valori in modo dilettantistico, prestando così il fianco alle accuse di neocolonialismo. Altro che idee forti.

Invece di ribadire, chiaro e tondo, che nel Mar Rosso è in gioco la libertà dei mari, un pilastro culturale e giuridico per una civiltà dalle salde radici marinare come l’Occidente, si giustifica l’intervento evocando il solito “gnè-gnè”. Pensiamo alle lamentazioni sulla pace nel mondo, sulla necessità di favorire la soluzione della questione medio-orientale, sull’importanza di impedire “catastrofi ecologiche”, o comunque di favorire la “prosperity” di quel bambino fin troppo viziato che è il consumatore occidentale.

Insomma, ci si vergogna di ribadire un principio – la libertà dei mari – che ha fatto grande l’Occidente. Sul piano culturale, si è accettata, volontariamente o meno, la vulgata geopolitica schmittiano-terzomondista-fondamentalista, in sintesi post-coloniale, che riduce l’Occidente a un grumo di sporchi interessi. Sicché i missili Houthi sono dalla parte dei buoni, quelli dell’Occidente dalla parte dei cattivi.

E, si badi bene, quanto più l’Occidente accetta di parlare solo di interessi o di valori “gnè-gnè” (se ci si  perdona la sbrigativa sintesi), rinnegando il principio fondamentale della libertà dei mari, tanto più fa il gioco del nemico, che continua a dipingere l’Occidente come un puzzolente bottegaio geopolitico.

E qui si ricordino le pagine di Taine, grande storico della Rivoluzione francese, sulla necessità, non solo di credere nei valori fondanti di una civiltà, ma di praticarli senza paura. Anche usando la spada. La cattiva pratica perse la rammollita aristocrazia francese. E fu un bene, perché il comando passò a una vigorosa borghesia conquistatrice. Fu un grande passo in avanti.

Per contro, oggi, in caso di cedimento dell’Occidente, si rischia di fare non un passo ma dieci indietro. Perciò nel Mar Rosso la posta in gioco è altissima. Che cosa si aspetta a capirlo?

Carlo Gambescia

domenica 4 febbraio 2024

Mario Sechi e il sillogismo aristotelico

 


Miracoli dell’immaginazione. Quindi innocui. Sarebbe bello immaginare, come guardando un film, magari in bianco e nero, il collaborazionista Mario Sechi, direttore di “Libero”, già capo ufficio stampa della Meloni a palazzo Chigi, in fuga, sudaticcio, con i vestiti sporchi e laceri, una valigia legata con lo spago, nel tentativo di sfuggire a un immaginario plotone di esecuzione dell’esercito di liberazione da Fratelli d’Italia. Ovviamente armato di fucili a tappi. Niente di serio, ci mancherebbe altro.

Si dirà fantasie, magari anche politicamente morbose. Giusto, chiediamo scusa. Però nessuno è perfetto. E diciamo pure che Sechi, un versipelle (per dirla con il dimenticato Rovani), passato da Monti alla Meloni, per limitarsi agli ultimi quattordici anni, riesce veramente a tirare fuori il peggio dall’immaginazione di chiunque lo legga con una certa continuità. Inoltre, cosa più grave, Sechi distrugge la logica aristotelica. Il lettore abbia pazienza e capirà.

Oggi, il direttore di “Libero”, dopo aver scoperto che anche in Francia esiste il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare (Ministere de l’Agriculture et de la Souveraineté alimentaire ), attacca le “teste lucide” (di sinistra e altro) che hanno gridato al lupo al lupo a proposito della denominazione in stile fascista del Ministero assegnato  da Gorgia Meloni al cognato, Francesco Lollobrigida: il raffinato intellettuale,  sincero seguace della teoria della sostituzione dei neri con i bianchi e della guerra a OGM e carne sintetica. Un vero benemerito delle scienze sociali e della scienza moderna.

Sechi, quotidianamente, scrive per giustificare gente come “Lollo”. Come prima difendeva Monti. Anzi, addirittura, lasciò la direzione del “Tempo” per candidarsi con il professore liberale.

Ora invece chi difende? Oltre alla banda Meloni il corporativismo di una agricoltura vergognosamente sovvenzionata che vuole continuare a vivere a spese dello stato italiano e se possibile anche di Bruxelles. Insomma, tutti benemeriti del libero mercato.

La nota interessante, dal punto di vista dell’antropologia del collaborazionista, è che Sechi, oltre a una citazione decontestualizzata di Draghi (peccato veniale), non dice quando in Francia è cambiata la denominazione del Ministero dell’Agricoltura (peccato capitale). Quando? Nel maggio del 2022, allorché entrò in carica il primo ministro macroniano Élisabeth Borne. Pochi mesi dopo mutò anche in Italia, quando Giorgia Meloni promosse Lollobrigida a Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare.

Intanto, se di precedenza si tratta, è roba di alcuni mesi. Sul filo di lana. Inoltre, come sanno coloro che si guardano allo specchio ogni mattina, il cambio francese di denominazione è frutto di un escamotage di Macron, per cattivarsi le simpatie protezioniste degli agricoltori francesi e così rubarli a una destra arrogante e pericolosa. Un cedimento, frutto di un calcolo politico, in fondo a fin di bene.

Un cambio di denominazione che però, Sechi, da buon collaborazionista, anzi collabo (per restare in tema Francia, ma di Vichy), a caccia di argomenti da piazza televisiva, ha subito usato per ripulire la facciata di Fratelli d’Italia, partito che invece a differenza dello schieramento che appoggia Macron, ha radici missine e neofasciste. Cioè, per intendersi, la Meloni, se dovesse scegliere -  si badi, ideologicamente -  chi gettare dalla torre tra Macron e la Le Pen, butterebbe giù il primo.

Detto altrimenti: il nome del ministero è lo stesso, ma tra la cultura liberale di Macron, un politico che in questo caso può essere al massimo colpevole di un calcolo elettorale, e i fascisti per tutta la vita di Fratelli d’Italia, che ancora benedicono la battaglia del grano e l’autarchia agricola, esiste un abisso culturale.

Però, ecco il punto, dove i non collaborazionisti, quindi anche “le teste lucide”, irrise da Sechi, vedono giustamente l’eredità del fascismo, il collaborazionista scorge l’occasione per il solito gioco retorico delle tre carte. “Che ne sa la gente comune della biografia di Macron, come pure dei suoi ministri? Della storia di Francia? Della storia del liberalismo francese? Io ci provo…”

Segue così il  sillogismo scorretto del collaborazionista Sechi: “Macron ha cambiato nome al Ministero dell’Agricoltura (premessa maggiore), Macron è liberale e democratico (premessa minore) , perciò anche Giorgia Meloni, che a sua volta ha cambiato nome,eccetera, è liberale e democratica (conclusione)”.

Per capirsi, sarebbe come dire: “Ogni animale vola (premessa maggiore), anche l’elefante è un animale (premessa minore), quindi anche l’elefante vola (conclusione)”.

Questo è il livello politico-culturale del collaborazionista tipo, come Sechi, che, per dirla alla buona, attacca l’asino dove vuole il padrone, distruggendo quel capolavoro di ragionamento concatenato, inventato da un gigante del pensiero di nome Aristotele.

Che malinconia. Buona domenica a tutti. Pure a Mario Sechi.

Carlo Gambescia

sabato 3 febbraio 2024

I pericoli dell’assistenzialismo

 


Vi sono eventi, apparentemente poco significativi, che però rappresentano una specie di segnale di pericolo. A un occhio attento indicano l’approssimarsi di rovinosi cambiamenti ideologici e di comportamento. Mutamenti che tuttavia confermano o possono confermare, anche la continuità storica di un certo fenomeno negativo o meno.

Diciamo cose complicate? Allora spieghiamo il concetto, con un esempio che ci tocca da vicino. Prima si legga qui:

“AGI – Una cerimonia per ricordare Modesta Valenti, la 71enne donna senza dimora che il 31 gennaio 1983 morì davanti alla stazione Termini, dopo ore di agonia, perché essendo sporca e aveva i pidocchi, il personale a bordo di una ambulanza si rifiutò di portarla in ospedale. La targa c’era già sulla parete per una commemorazione di anno in anno, ma ora quella targa ha una sua dignità anche luminosa, così da essere ancor più un monito e un invito alla solidarietà. La cerimonia si è svolta al binario 1 di Termini (ingresso da via Marsala), promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dalle Ferrovie dello Stato e a cui hanno preso parte diverse persone che hanno portato omaggi floreali in ricordo di Modesta. In particolare steli di gerbere (…). Ed è stata depositata anche una corona ricca di questo fiore” (*).

Secondo gli storici (ad esempio Raffaele  De Cesare, Roma e lo Stato del Papa dal ritorno di Pio IX al 20 settembre, Newton Compton Editori, 1975, p. 100), nell’Ottocento (grosso modo fino alle risolutive giornate di Porta Pia),  Roma,  su una popolazione di circa 200 mila unità,  contava 70mila disoccupati, quindi, potenzialmente,  poveri e senzatetto .

All’ epoca, nelle cronache di scrittori, intellettuali, artisti, non solo stranieri (si pensi al soggiorno romano del giovane Leopardi) si sottolineava proprio il fatto di una città piena zeppa di mendicanti, storpi e senza lavoro. Si viveva  in strada, di elemosine, e la notte in qualche provvisoria casupola o ricovero allestito dalle parrocchie. La papalina "economia della beneficenza" (De Cesare)  attirava  a Roma i  mendicanti come le mosche. Tirando le fila quantitative del nostro discorso, e per dirla in termini welfaristi, ai tempi del Belli vivevano in Roma, potenzialmente, 70mila homeless.

Invece quanti sono oggi nella Capitale i senzatetto ? Secondo l’Istat (2021): 22mila (circa 100mila in tutta Italia). Su un popolazione, grosso modo di 3 milioni (per la cronaca, in Italia siamo circa sessanta milioni).

Due osservazioni. La prima, che rispetto ai dati ottocenteschi il problema degli homeless romani e praticamente insignificante. Il moderno sistema economico e sociale funziona. Dal momento che ha quasi azzerato il problema.

La seconda, che Roma, pur in termini molto relativi, conferma la sua vocazione a città del senzatetto. Ovviamente, ogni senzatetto non è un mendicante in senso tecnico, ma spesso le due figure collimano.

Comunque sia, ripetiamo, sono cifre irrisorie. Certo, superiori a quelle di altre città: a Milano, ad esempio i senzatetto sono circa 2000 (2023, Fondazione Debenedetti). Sul punto torneremo più avanti.

Dicevamo all’inizio del dettaglio esplicatore come segnale di un pericoloso mutamento di mentalità.

Quest’anno la cerimonia commemorativa al binario 1 di Termini  ha goduto di una particolare enfasi. Si è pensato a una fonte luminosa, per richiamare maggiormente l’attenzione delle persone di passaggio.  Ma su che cosa? Su un problema sociale che statisticamente quasi non esiste. Per dirla sociologicamente, il senzatetto è stato captato all’interno di una cultura welfarista, che per ragioni funzionali (la famigerata funzione che sviluppa l’organo, per dirla in parole povere), deve ingigantire un problema sociale in realtà marginale, di poco peso statistico. E comunque sia,  non di allarme sociale. Bastano interventi minini, come si dice,  mirati,  senza  tanti  strombazzamenti. Sia  detto questo con grande  rispetto per  Modesta Valenti, risucchiata, dopo la morte, povera rotellina,  in  un ingranaggio retorico  più grande di lei.

Che cosa è accaduto allora? Per dirla brutalmente:  ridendo e scherzando,  il senzatetto  va a tramutarsi  in  risorsa sociologica e politica per la sopravvivenza delle burocrazie welfariste. Per parlare difficile, in mitema: in mito politico. Se si vuole nell'idea-forza teorizzata da Sorel: materiale da psicologia delle masse.  

Che poi la Comunità di Sant’Egidio sia un’organizzazione privata, magari dai tratti molto burocratici, non incide sulla percezione statalista del fenomeno. Diciamo pure che, in termini culturali, il Sant’Egidio è un affluente del grande fiume welfarista italiano.

Si può perciò parlare di un’antica tradizione pauperista, già forte nella città di Roma, per la presenza della chiesa: il povero come benedizione di dio; il che spiega il “primato” di Roma. Un’antica tradizione oggi ricondotta, più modernamente, nell’alveo, come dicevamo, della cultura dello stato sociale, quale struttura organizzativa, basata sui diritti sociali e sull’idea fissa “che lo stato non deve lasciare fuori nessuno”, costi quel che costi. Si è passati dalla benedizione di dio a quella dello stato. Però sempre di assistenzialismo si tratta.

Ovviamente, i moderni propugnatori dei diritti sociali (ma sarebbe più semplice definirli diritti “socialisti”), sostengono una tesi comune a tutti i nemici dell’economia di mercato: quella, semplificando, che è tutta colpa del capitalismo. In realtà, il capitalismo, in primo luogo in Occidente, in secondo altrove (guerre fratricide permettendo), ha migliorato le condizioni economiche di tutti i popoli, riducendo il numero dei senzatetto.

Naturalmente,  sul punto specifico,  la tesi dei marxisti e dei cattolici, è che, il problema della casa è stato risolto in Occidente a spese del resto mondo. In realtà, come ha mostrato Hernando de Soto in un magnifico libro (Il mistero del capitale), se in alcuni paesi non si costruiscono case, la colpa è dello stato che penalizza l’iniziativa privata e il diritto di proprietà. 

Ad esempio, secondo Hernardo de Soto, la favela brasiliana, vive come in un limbo giuridico, perché non si vuole riconoscere agli abitanti un regolare diritto di proprietà, che si trasformerebbe in un titolo regolare, per ottenere un prestito in banca, per abbellire, ristrutturare o avviare altre attività. In parole povere, la sanatoria come meccanismo di avvio capitalistico. Cosa che la sinistra,  cattolica o meno, non capirà mai.

Concludendo, se vince l’assistenzialismo, e i segnali ci dicono che il rischio è forte, si rischia di tornare indietro di duecento anni.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/cronaca/news/2024-02-02/ricordo-homeless-modesta-valenti-morta-stazione-termini-25114758/ .

venerdì 2 febbraio 2024

L’Occidente a testa in giù

 


Purtroppo  viviamo in un mondo che sembra andare al contrario.

Cosa vogliono gli agricoltori che protestano in quasi tutta Europa? Più sovvenzioni. E soprattutto tanta autarchia. Il sentir parlare di sovranità alimentare europea è qualcosa che dà i brividi. Un ritorno al passato. Che ci riporta indietro alla tremenda tempesta nazionalista tra le due guerre mondiali. Dal momento che tra il nazionalismo europeo e il nazionalismo nazionale (per così dire) non c’è alcuna differenza di mentalità politica. Sono due fenomeni distruttivi di ogni forma di libertà: politica, economica, culturale.

Attenzione, l’agricoltore non è contrario il linea principio alla balzana idea di transizione ecologica, vuole però che sia sovvenzionata dallo stato o da Bruxelles (che è la stessa cosa)… Tutto qui.

Dicevamo del mondo al contrario: invece di rilanciare il commercio mondiale di beni (anche agricoli) e servizi, si vogliono introdurre vincoli, legati all’idea sbagliata che il capitalismo sia un male che può uccidere il pianeta. L’esatto contrario di quel che si dovrebbe fare. E gli agricoltori, se ben sovvenzionati dallo stato, sono pronti a sostenere questa idea suicida. Diciamo a vendersi al miglior offerente fascista.

Altro esempio: i politici di destra si sbracciano, proclamano di aver riscoperto l’ idea di Occidente. Anzi si ergono a difensori. Però di quale Occidente si parla? Il peggiore: quello dell’intolleranza nazionalista (che si vuole estendere all’Europa), dell’autarchia economica, del gretto dio, patria e famiglia.

Un’idea di Occidente che nega la rivoluzione liberale dei moderni. Cioè, parliamo di un Occidente che respinge la tolleranza verso i diversi, irride alle istituzioni parlamentari, combatte la libertà di commercio. Si propugna il  macronazionalismo nemico del liberalismo e del capitalismo. Una pseudo-idea di Occidente che piaceva e piace ai fascisti. Anche, qui l’esatto contrario di quel che si dovrebbe fare: combattere il fascismo sotto qualsiasi forma si  presenti.

Può l’Occidente essere rappresentato da rivenditori di un usato politico non  sicuro, che strizzano l’occhio al fascismo? Come Giorgia Meloni, Viktor Orbán e Donal Trump? No. Eppure questa è la direzione contraria verso cui si sta andando.

Si pensi a un Occidente, anzi alla Statua della Libertà, a testa in giù.

Che malinconia osservare questo mondo che va al contrario, dove invece di difendere i valori liberali – complice una sinistra statalista, protezionista e illiberale come la destra – si fa il possibile per accelerare la corsa verso il precipizio. Oppure, ancora peggio, per dirla classicamente con i versi di Francesco Berni, un Occidente in cui ci si comporta come “colui del colpo non accorto, andava combattendo ed era già morto”.

Carlo Gambescia

giovedì 1 febbraio 2024

“La lunga notte” di Campiotti avvince e convince

 


Il rapporto tra cinema, televisione e storia è complicato. Non è mai facile spiegare la storia (come sono andate le cose), quindi convincere, e al tempo stesso avvincere (lusingare lo spettatore, facendo spettacolo). A maggior ragione, quando si affrontano argomenti politicamente controversi sui quali gli storici (quelli incaricati, per professione, di far capire come sono andate le cose) ancora discutono.

Non c’ è forse argomento più controverso della caduta del fascismo. Cioè, tutti conoscono, a parte i nostalgici,  le sue linee generalissime:  dittatura corrotta, guerra persa, si salvi chi può. Meno note sono  la precisa dinamica degli eventi  e le differenti  prese di posizione dei non pochi protagonisti, dai Savoia a Mussolini, dai gerarchi ai tedeschi.

Sotto questo aspetto “La lunga notte - La caduta del Duce” di Giacomo Campiotti, trasmessa dalla Rai in tre puntate, storiograficamente parlando non perde un colpo. Ovviamente, qualche sbavatura si può rilevare. Ad esempio, secondo Renzo De Felice, Mussolini pensava al disimpegno con i tedeschi, ma, indeciso, incupito e sofferente, procrastinava.

Quanto al lato artistico, attaccato dai critici,  va fatta una precisazione: l’enfaticità recitativa, rimproverata agli attori, riproduce, e fedelmente, non gli schemi desueti dei polpettoni televisivi anni Cinquanta e Sessanta, ma la pomposa retorica del tempo, che le iperattive generazioni di critici usciti da scienze della comunicazione, con scarsi studi storici, ignorano totalmente. Di qui i banali paragoni, frutto di un provincialismo al contrario, con le fiction storiche anglofone, giudicate superiori a prescindere.  In realtà, sono prodotti, alcuni anche ben fatti, che avvincono ma non convincono.

Una debordante retorica, quella del tempo,  tenuta invece ben presente da regista e autori. Erano anni   in cui dominava una retorica pomposa e intransigente al tempo stesso. Ai nostri occhi di pacifisti con la lacrimuccia e disincantato conto in banca tutto ciò può apparire artificioso, ma così era: si volava alto, convinti, in buona o cattiva fede, di volare alto.

Si legge che Campiotti, autori e interprete, Duccio Camerini, hanno dipinto un Mussolini sopra le righe. Si guardino i filmati luce dell’epoca. Quanto alla storicamente perfetta Clara Petacci interpretata da Martina Stella, per fugare qualsiasi dubbio sui toni che talvolta possono sembrare eccessivi, si legga la biografia mussoliniana di un bravo storico francese, Max Gallo. Quanto a Grandi, ben interpretato da Alessio Boni, lupo dalla sconfinata ambizione, pari solo al suo istinto di sopravvivenza, si leggano le ottime pagine di De Felice, che evidentemente gli autori hanno tenuto nella giusta considerazione.

L’aspetto della retorica aggressiva ben si coniuga con la cultura delle armi. Tipica del fascismo, fin dalle origini brigantesche: una banda di giovani lupi affamati, usciti dalla guerra, animati dall’odio verso i valori e le istituzioni liberali, divorati da una sconfinata voglia di agguantare il potere. Mussolini per primo.

Emblematiche, sotto questo aspetto, le vivide immagini dello stringersi e del dividersi, nella “lunga notte” dell’ultimo Gran Consiglio, dei due branchi di lupi, intorno a Mussolini e Grandi. Campiotti coglie perfettamente, con un lampo registico, l’uomo è lupo all’uomo del fascismo.

Solo per dirne un’altra:  si può immaginare un uomo politico liberale recarsi  a una riunione politica, come Grandi, già aggressivo squadrista, con due bombe a mano in tasca?   Si tratta di un episodio vero, giustamente evidenziato da regista a autori, perché, anche qui, trasformando il particolare in universale, spiega bene l’animus violento del fascismo.

Si pensi allo spirito aggressivo, militarista e imperialista del fascismo, che avrebbe trascinato Mussolini nelle braccia di Hitler e alla guerra fino a provocare ribellione dei gerarchi e caduta. Il dispotismo, spiegavano Montesquieu e Ferrero, si fonda sulla paura: non solo del popolo verso i despoti, ma dei despoti tra di loro. Il che spiega il ricorso alla violenza, che è una degenerazione della paura. E, ovviamente,  le due bombe a mano nelle tasche di Grandi...

La caduta del fascismo era nel Dna squadristico. Ma non tutti gli italiani erano squadristi. La tragica mascherata fascista sarebbe finita in quella lunga notte del 1943. Nei due anni successivi andrà in scena l’agonia dello squadrismo.

Un regime nato nella violenza, che si regge sulla violenza,  che muore nella violenza.  Ed è questa la fedele immagine del fascismo che “La lunga notte” ci restituisce. Insomma, il film di Campiotti avvince e convince.

Carlo Gambescia