sabato 7 luglio 2018

Lo scontro Salvini-Boeri sulle pensioni?
Bolle d'aria in brutto stile





C’erano una volta i patti agrari…
Come è cambiata la società italiana. E in meglio. Nessuno sembra però ricordarsene. In sintesi: dai contadini scalzi e  affamati ai pensionati ben pettinati che santificano le grigliate.
Se una volta,  ancora negli anni Cinquanta,  i governi  cadevano sui “patti agrari”,   oggi  rischiano   di cadere sulle pensioni. Però,  il bello (o il brutto)  è che tutto il dibattito italiano sulle pensioni è viziato da alcuni sofismi,  da ragionamenti cavillosi e falsi (anche se apparentemente coerenti),  che non viziavano la vicenda della  regolamentazione dei rapporti  tra impresa agricola e manodopera, in particolare di quelle  forme antichissime di relazione economica come  la colonia parziaria.
Sostanzialmente si ragionava, e in modo razionale,  di margini  da rosicchiare. La torta era quel che era.  Dopo di che la riforma agraria, lo sviluppo economico, l’apertura dei mercati mondiali, il cambiamento dei costumi,  insomma il progresso sociale, resero le campagne socialmente innocue. E fu meglio così.  

Polemiche inutili
Sulle pensioni invece siamo dinanzi  all’ inarrestabile portato di quelle stesse  trasformazioni  sociali ed economiche che modificarono  radicalmente la struttura lavorativa della società italiana,  svuotando giustamente  le campagne e riempiendo fabbriche e uffici. Qualcosa, che però, nel senso delle conseguenze delle conseguenze, è ancora in corso. Qualcosa  da affrontare subito con mezzi adeguati e argomentazioni coerenti.
Invece,  si pensi solo  alla polemica tra Salvini e Boeri,   si discute, praticamente,  del  nulla: bolle d'aria in brutto stile...  Perché, in nome dello stesso giustizialismo sociale che ormai attraversa tutti gli schieramenti  politici, si continua a dare erroneamente  per scontato che l’unica base possibile di un sistema pensionistico  sia quella a ripartizione (ci riferiamo al sistema generale, non per così dire  al calcolo individuale delle pensioni, che può essere contributivo  e retributivo, punto sul quale torneremo più avanti). 

Lo schema a ripartizione
Lo schema a ripartizione, che è quello, a grandissime linee,  ancora in funzione (soprattutto come mentalità),  implica  che  le pensioni erogate siano  pagate con i contributi di chi è in servizio.  In buona sostanza l’onere pensionistico è ripartito sui lavoratori correnti. Il tutto si regge, su un patto esplicito o meno di solidarietà  tra generazioni. Insomma, il meccanismo  impone un elevato altruismo e un senso comunitario, a dir poco eroico.  E spieghiamo perché.
Sociologicamente parlando,  si regge  su  un contratto esplicito o implicito tra generazioni diverse di lavoratori (quindi assai differenti per  mentalità, atteggiamenti, comportamenti),  per mezzo del quale, le  pensioni, per dirla in sociologhese,  degli attuali  attivi (che in tal modo nulla devono accantonare per il loro ciclo vitale inattivo) saranno pagate da chi lavorerà in futuro.
Insomma, si investe  sulla solidarietà intergenerazionale, verso gli altri.

Lo schema a capitalizzazione
Ma esiste anche un altro schema, assai diffuso nel mondo anglo-americano, quello a capitalizzazione (ripetiamo, non si parla per ora del calcolo individuale),  che consiste nella modalità per cui  le risorse per il pagamento delle pensioni provengono dalla capitalizzazione, operata da un gestore, dei contributi versati   dai lavoratori e dalle imprese.  Nel sistema a capitalizzazione, i contributi versati sono investiti dal gestore in un fondo a rischio più o meno calcolato, secondo lo schema della capitalizzazione composta. Al momento del pensionamento, il lavoratore ritira il proprio montante contributivo, cioè quanto versato sino alla quiescenza, maggiorato degli interessi maturati usufruendone in un’unica soluzione o sotto forma di rendita vitalizia.  Resta  più che evidente, sociologicamente parlando, che il sistema a capitalizzazione, esclude qualsiasi  patto esplicito o  meno tra generazioni. Non rinvia ad alcun altruismo coattivo,  né comandamento  comunitario,  come del resto, cosa fondamentale,   all'  accrescimento, via  deficit spending, della base lavorativa.  Siamo, insomma, agli antipodi, del mito sindacale della piena occupazione.
Insomma, si investe, sulla solidarietà generazionale, verso se stessi.


Chi di ripartizione ferisce…
In qualche misura, se il sistema a ripartizione,  è costretto a pagare il prezzo degli alti e bassi del ciclo economico (nei prezzi, materie prime, costo e quantità del lavoro, eccetera, eccetera), quello a capitalizzazione li asseconda,  traendone il meglio nei termini di investimenti   del  portafoglio titoli.
Sembra la scoperta dell’acqua calda…  Eppure in Italia, dove si è tentato con le riforme, soprattutto  tra il 1995 e il 2007, di affiancare nel privato (parliamo sempre delle modalità generali), alla modalità a ripartizione quella a capitalizzazione, i cosiddetti fondi pensione, tutto si è risolto in una bolla di sapone: i  vettori del meccanismo a capitalizzazione  non sono mai partiti.  Si è sparato a salve. 
Ecco perché, come dicevamo all’inizio, Salvini e Boeri discutono del  nulla:  il sistema a ripartizione  - e Boeri da tecnico dovrebbe conoscere gli enormi  vantaggi  di quello a capitalizzazione, e invece tace - impone   quote crescenti   di lavoratori  attivi e correnti, che poi siano  bianchi, neri, gialli, eccetera,  è questione politica non economica. O comunque del tasso di razzismo condiviso o meno. Inoltre, quel che è più grave,  è che il  "cargo cult  ripartizione"   si nutre della  credenza mitica  in  un ciclo economico, cosa praticamente impossibile, in perenne rialzo (insomma, contraddistinto solo dagli  alti..). Per contro,  l’economia, tecnicamente parlando (come scienza),  imporrebbe  - e di corsa -  il passaggio integrale al metodo a capitalizzazione,  il solo in grado  di assecondare,  tramite i  fondi di investimento,  gli alti e bassi del ciclo economico e di "spalmarli" sul portafoglio titoli dei futuri percettori di pensioni.
E se qualche fondo dovesse comportarsi in modo disonesto? Esistono le leggi penali.  Il sacrificio di alcuni, favorisce molti altri. Il rischio vale la candela: per ora, piaccia o meno, il bilancio della libertà economica  risulta  positivo.       

 Danno su danno
Inoltre, alla rigidità dello schema a ripartizione, va ad  aggiungersi  il mutamento del sistema di calcolo individuale delle pensioni, passato dal 1995 a oggi, dal metodo retributivo a quello contributivo. In modo pasticciato però.   Innanzitutto qual è la differenza?
Nel sistema retributivo la pensione corrisponde a una percentuale dello stipendio del lavoratore: è collegata all’anzianità contributiva e alle retribuzioni, in particolare quelle percepite nell’ultimo periodo della vita lavorativa, che di regola sono le più favorevoli; nel sistema contributivo, per contro, l’importo della pensione dipende dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco del ciclo lavorativo.
Dal momento però che  la modalità generale del nostro sistema  è quella a  ripartizione,  i lavoratori correnti, continuano, e continueranno,  a pagare la  differenza:  oggi,  a chi è andato in pensione  con il metodo retributivo,  e  domani, per garantire i minimi (come impone il sistema a ripartizione fondato sul patto di solidarietà)  tra coloro  che fruiscono, con il metodo contributivo, di pensioni  più basse derivanti da lavori  differenti,  come del resto impone la divisione del lavoro sociale e le differenti competenze a  capacità umane.   Non tutti,  pur partendo pari ai blocchi,   hanno la  stoffa per divenire dirigenti, tanto  per dirla brutalmente.                       

Il prezzo dell’anticapitalismo
Di qui, per ritornare sul punto, dal momento che  ci si propone invece di  conservare un sistema  integrale (più o meno) a ripartizione,  sorge  la necessità di un’espansione della base lavorativa, che però non può non essere frutto di un’espansione economica, alla quale tuttavia  1) non si  può comandare, perché legata agli alti e bassi del ciclo economico, e che 2), almeno nel mondo post-industriale,  si fonda  su un mercato del lavoro che  muta  nella  composizione,  nelle quantità di addetti, nelle competenze, nelle retribuzioni. Come si può intuire,  il sistema a ripartizione è un circolo vizioso.  
Quel che purtroppo  manca all’Italia, per così dire, delle ricorrenti, ma sempre uguali,  riforme  pensionistiche,  è quella vivace cultura capitalistica del merito, della responsabilità, del profitto,  valori che sono  alla base del sistema a capitalizzazione.

Conclusioni o quasi
Il lettore può perciò capire le ragioni per le quali  sorvoliamo  sulle batracomiomachie  interne al sistema a ripartizione:  tra coloro - leggendo, magari ad alta voce, quel  che segue,  si usi un tono fantozziano -  che sono andati in pensione con il metodo retributivo, più favorevole (“ I parassiti dei vitalizi e pensioni d’oro”), e coloro che si apprestano o sono andati  in pensione con il metodo contributivo, meno favorevole ("L'Italia degli invisibili in cerca di dignità").
La cosiddetta battaglia  “anticasta” ( a parte il numero ridottissimo ed economicamente ininfluente dei soggetti “ a rischio”,  circa trentamila) è il  frutto velenoso di una cultura antimeritocratica, alla radice anticapitalista. Siamo davanti a un vero e proprio gap culturale e operativo che  di rimbalzo  intossica il discorso pubblico.  Che finisce per svolgersi intorno al nulla  e tramutarsi quasi sempre in  scontro tra tifosi, per giunta della stessa squadra (quella della modalità a ripartizione), come  tra Salvini e Boeri.
Servirebbe invece quella  fredda  lungimiranza, che  accompagnò, ad esempio, il dibattito sulla riforma agraria del 1950. Ma i protagonisti erano democristiani, liberali, riformisti, capivano l' importanza di sciogliere i  nodi sociali.  Che Dio li benedica.    

Carlo Gambescia           


venerdì 6 luglio 2018

Italia allo sbando,   senza opposizioni politiche, culturali, economiche
E intanto gli italiani fanno il bagno a Cesenatico...




Probabilmente la ragione più grave della crisi determinata dall’arrivo al governo dell'Italia di due forze antisistemiche,   è rappresentata dalla colpevole  assenza di un' opposizione politica, culturale, economica, in grado di riassorbire quel sordo risentimento "anti-casta" che ha condotto a Palazzo Chigi due pericolosi  falliti di successo come Di Maio e Salvini.
Il lettore, ora,  può riprendere fiato.  Cominciamo dalla  politica.
Il Partito Democratico ( e "avanzi" esterni) ribatte al populismo giallo-verde, con un populismo altrettanto agguerrito. Praticamente, si assume lo stesso atteggiamento razzista, indirizzandolo però contro  Cinque Stelle e Lega.
Forza Italia non esprime né una politica sinceramente liberale, né una politica  riformista. Di fatto (e di diritto),  resta  a rimorchio delle decisioni di Salvini, chiosando. In attesa, non si sa bene di che cosa.
Fratelli d’Italia, ciò che resta del mondo post-missino e post-aennino, sembra essere  tornato alle origini: praticamente,  ha riscoperto le sue radici e rivendica un populismo d'antan  ancora più acceso di quello salviniano.
Degli altri oppositori politici, i singoli diciamo,  si sono perdute le tracce.
Sul piano culturale, in Italia, l’unico mondo, seppure minoritario, che potrebbe opporsi al governo giallo-verde, resta quello liberale. Che però è molto diviso. Semplificando:   tra individualisti apolitici, individualisti politici, individualisti prepolitici. Gli apolitici, non prendono partito e disdegnano la battaglia giornalistica. Ad esempio, le loro firme sono sparite dal “Foglio”. Gli individualisti politici, si guardano intorno, aspettano (cosa è facile intuirlo...), nascondendosi dietro un “lasciamo lavorare il governo giallo-verde”. I prepolitici, invece,  ritengono che, come altri servizi di mercato, anche il governo  abbia  un suo cartellino con il prezzo. Se rimarrà competitivo, non avranno dubbi da che parte stare.
Quanto al mondo economico,  grandi imprese (poche), medie (tante), piccole (troppe),  tutto sembra risolversi, anche questa volta,  nel trattare al ribasso,  mettendosi nelle mani di Confindustria,  per ottenere o vedere confermato qualche privilegio, magari a cascata, anche per l'indotto. Nessuna battaglia di principio, come prova il suo  scialbo bollettino giornaliero, "Il Sole 24ore".  Perciò, se il governo giallo-verde  dovesse cadere il mondo economico, senza battere ciglio,  tratterebbe subito con i successori.  La sua regola aurea, piaccia o meno,  è  the show must go on. Come per i teatranti.
E gli italiani? Il “Popolo Sovrano” che fa?   Diciamo che,  secondo i sondaggi d’opinione, i due terzi stanno, ovviamente,  dalla parte di un governo che odia gli immigrati,  promette di mandare tutti in pensione a sessant’anni,  celebra il posto fisso sotto casa,  vuole elargire il reddito di cittadinanza. 
L’altro terzo è confuso, tranne pochi individui di educazione superiore,    vaga   alla ricerca di un’isola che per ora non sembra esserci.  Alcuni però,  tra gli anziani, tra coloro che hanno vissuto a dieci, dodici anni  la tragedia delle due guerre ( guerra mondiale e civile),  avvertono  un grande disagio. 
Per carità, si tratta di sociologia impressionistica. Ad esempio, secondo  una nostra cara vecchia amica  ebrea, che per un pelo, riuscì a schivare  il rastrellamento romano  dell’ottobre del 1943, le parole  d’ordine  del governo giallo-verde,  ricordano  certa lugubre e allucinata euforia fascista, presente negli sguardi obliqui di Di Maio, Salvini e di numerosi  ministri e viceminstri. Come se -  ha aggiunto -  avessero  un retropensiero, innominabile, qualcosa da nascondere...  
Parole forti, indubbiamente, che provengono da una  ottuagenaria. Che però fiuta, in modo quasi animalesco,  il pericolo.  Perché c'era. 
Cosa dire? Che intanto gli italiani, come recitava  una vecchia canzone, fanno il bagno a Cesenatico... 


Carlo Gambescia

giovedì 5 luglio 2018

Decidere (politicamente) non è tutto
Immigrazione ed effetti perversi



Ieri discutevo con un amico  sulla relazione tra decisioni politiche e vita quotidiana, cioè la domanda che ci si poneva riguardava e riguarda  il ruolo della decisione  politica nella vita di ognuno di noi. Insomma,  quanto può incidere nell'agire quotidiano ciò che rappresenta il punto più alto, se si vuole "decisivo",  del processo "politico" ? 
Diciamo subito che è un quesito moderno. La questione nasce con le carte costituzionali, i parlamenti, le elezioni, eccetera. Quindi la domanda, che per primi si posero gli illuministi,  in particolare quelli vicini ai monarchi, a loro volta, illuminati, rinvia a un aspetto costruttivistico: di come sia possibile, cambiare la realtà politica,  sociale, economica a colpi di decisioni politiche.  Si chiama anche decisionismo. Però non è detto, che la decisione sia un valore in sé, come vedremo.
Ma, al di là di questa precisazione  - della natura moderna del quesito -  esiste un nesso  consequenziale tra decisione politica e trasformazione della vita quotidiana? E soprattutto come valutare  la tempistica della decisione?  Quanto tempo trascorre tra la decisione politica, l’implementazione e la socializzazione?
Si prenda ad esempio, la questione (caldissima)  dell’immigrazione: il  primo provvedimento  in materia risale alla cosiddetta  legge  Martelli (1990),  il  secondo   rinvia alla  Turco-Napolitano (1998),  il terzo  alla cosiddetta Bossi-Fini (2002).  Non va dimenticato infine il cosiddetto “pacchetto di sicurezza” che nel 2009 introduce  il reato di immigrazione clandestina, poi però depenalizzato (2015)
Diciamo che, a grandi linee,  sulla carta, formalmente,  la legislazione italiana in materia si è fatta via  via  più  restrittiva. 
Ha funzionato? Qual è stato l’impatto sulla vita quotidiana di 28 anni di provvedimenti? Nel 1990 gli stranieri residenti  erano 780.000. Nel 2018 sono 5 milioni. Grosso modo si è passati in quasi trent’anni dall’1,4 all’8 per cento circa della popolazione residente (*) 
Pertanto le varie misure  non hanno  funzionato, perché se il compito delle leggi era quello di  tenere i flussi  sotto controllo le cose sono andate in modo molto diverso, considerando anche la stasi demografica italiana, alla luce dello stesso apporto di natalità da parte dei residenti stranieri, che, altro dato interessante, una volta stabilitisi in Italia, sembrano  adeguarsi ai tassi di natalità italiani. Resta fuori dalla  nostra analisi l’apporto quantitativo dei clandestini, poiché non  esistono cifre sicure.
Una precisazione necessaria: non esiste, sotto alcun sistema o regime politico, l’implementazione perfetta.  La decisione politica, può anche essere di uno solo, ma l'implementazione rinvia alla struttura esecutiva, che rimanda, a sua volta, a processi di tipo burocratico. Di conseguenza,  il margine di errore resta  sempre elevato.  E di riflesso,  sul piano della socializzazione,  più  le decisioni politiche non giungono ad effetto ( o se vi giungono, ma in modo parziale),  più  le aspettative dei cittadini, che ne sono oggetto, prendono altre direzioni, quello  della protesta e della defezione  (voice ed exit, per dirla nell’elegante inglese delle scienze sociali), trasformandosi , come nel caso dell’immigrazione,  in terreno fertile  per le teorie complottiste, il  populismo  e  il  razzismo.  Il costruttivismo ha le sue controindicazioni. Purtroppo.
Insomma,  le decisioni politiche  incidono sulla vita quotidiana non solo  in chiave  positiva, ma anche  in chiave negativa,  quando, ripetiamo non giungono a segno.  La decisione  implica effetti  perversi di cui i politici dovrebbero tenere conto.  Di regola però, la risposta del politico, piuttosto rudimentale,  rinvia al meccanismo del rinforzo, come ad esempio nel caso dei provvedimenti sull’immigrazione in Italia.  Tradotto: si punta su misure sempre più restrittive. Si fa la voce grossa.  Uno sgolarsi, come abbiamo visto, che però  ha condotto a un nulla di fatto o quasi.    
Pertanto, bisogna fare  attenzione alle sirene dall’autoritarismo:  a quei soggetti politici che  in tema di immigrazione  invocano provvedimenti sempre più duri.   Il rischio, urlando urlando,  è quello, di alimentare le aspettative "etnocentrate" dei cittadini  e di spostare, a causa di più che  probabili fallimenti, il quadro politico  ancora più a destra .  Si chiama anche stato di polizia. Un mix di uniformi e inefficienza.
Cosa fare allora?   Difficile dire. Se ci chiudiamo, si rischia di perdere preziosa forza lavoro, se non ci chiudiamo, rischiamo voragini sociali e di bilancio.  Se proviamo a controllare i flussi, stante il margine di errore delle decisioni sociali, anche fisiologico, si rischia di far  crescere lo  scontento e il risentimento, nonché di spalancare le porte a un' occhiuta e sfaticata burocrazia.
Infine, si potrebbe decidere di non decidere, controllando al minimo le frontiere, diciamo laicamente,   sperando che i flussi si riducano da soli…   Laissez faire, laissez passer…
Una sola cosa è certa:  la decisione politica, di per sé,  non decide niente, o quasi. E anche decidere di non decidere è una decisione… Che dire amici lettori?   È la sociologia bellezza…       

Carlo Gambescia            
          
     
       
   

    

mercoledì 4 luglio 2018

Vecchio e nuovo nazionalismo
Salvini e Di Maio: 
il fascismo dei pannolini

È tragicomico come  certe microscopiche cerchie intellettuali prospettino chissà quali missioni dell’Italia nel mondo.  Ma di che compiti si tratta? Ritorno del nazionalismo?Mah... 
Il Paese, per ora, è ricco, ma le nostre esportazioni, per semplificare, strutturalmente sono  poca roba (nel senso delle "economie dominanti"  studiate da Perroux più di cinquant’anni fa), ruotano  intorno ad acciai speciali, qualche macchina utensile,  alcune componenti  elettroniche,  armi,   costruzioni e la cosiddetta industria del lusso. Infine, nel sottobosco, si muovono  mafia,  droghe, riciclo di capitali sporchi e qualche spia.  Tutto qui. 
Siamo ricchi, ma non contiamo niente sotto il profilo del potenziale economico. E' un problema di risorse, di quel che possiamo offrire al mondo. Poco, magari incartato bene. E  siamo stati anche fortunati.  In qualche misura siamo andati oltre la fosca previsione del  grande Luigi Barzini junior. Quale?  Che,  al massimo,  avremmo potuto insegnare agli americani a che temperatura bere il vino rosso.
Del resto, all’Italia manca proprio la logica, se si vuole la mentalità,   anche per ragioni dimensionali (è la terra della piccola e media impresa), del colosso multinazionale privato. Si chiama,  mentalità capitalistica.  E qui si pensi  alle reazioni da età della pietra all’internazionalizzazione della Fiat. Il capolavoro di Marchionne. L'eccezione, non la regola. Quindi, sintetizzando, poche risorse e mentalità latifondistica ("Perché  produrre di più se vivo bene così..."). E nonostante ciò:  negli ultimi settant'anni abbiamo venduto miracoli.  Ma  - ecco il paradosso di un' Italia nel midollo anticapitalista  - quasi proviamo vergogna della nostra ricchezza. Del cammino percorso.  Nessuno più ricorda che molti nonni andavano in giro scalzi, senza  zapatos...      
Pertanto, per  venire al punto,  questo sovranismo, o nazionalismo riverniciato,  che vuole "sfasciare tutto",  di cui si nutrono le due principali forze di governo e che tanto affascina alcuni micro-intellettuali,  in che cosa consiste?   
Prima un poco di storia. Diciamo subito che se il nazionalismo  storico (quello di Corradini, eccetera) e il nazionalfascismo (quello per semplificare  federzoniano-mussoliniano) furono offensivi, nel senso, per semplificare, del “Prima l’Italia”, alimentando un sogno autodistruttivo di grandezza, il sovranismo, o nazionalismo riverniciato di Salvini e Di Maio  è  un fenomeno difensivo, perché rinvia al "Prima gli italiani".  Ci spieghiamo meglio.
Se il soldato che difende il solco con la spada sta a Mussolini,  il soldato  che sta a Salvini e Di Maio   è un soldato sociale, magari con la celtica sul camice,  che   cambia  i pannolini agli anziani.
Per fare un altro esempio: Mussolini voleva eliminare la povertà conquistando le colonie. Invece impoverì l’Italia, attraverso una catastrofica guerra mondiale.  Salvini e Di Maio si pongono lo stesso problema, ma vogliono azzerarla  con l’assistenzialismo puro.  Che costa.  E che  è  cosa macchinosa da implementare. Il che ci porterà, anche questa volta,  a una catastrofica guerra - attenzione - economica, contro tutti e tutto. Un altro modo per distruggere l' Italia. E abbiamo tralasciato il fatto che si tratta di una povertà reinventata, per crearsi  una base di consenso.  In qualche misura, Salvini e Di Maio hanno  bisogno di  "masse" (per dirla all'antica),  vittime del risentimento, alle quali additare il capro espiatorio:  "l'euro-burocrate"  "il negro", il  "ricco", "il pensionato d'oro", eccetera.    
Insomma, la logica, non è più quella militare di Mussolini, ma quella sociale del fornire posto fisso, reddito di cittadinanza, eccetera,  nonché,  sintetizzando,  pannolini,  gratis per tutti,  dai neonati ai nonni incontinenti (che di numero già superano i nati vivi): " Popolo d'Italia,  corri ai pannolini!", per parafrasare e aggiornare il Duce del catastrofico 10 giugno 1940.
Si dirà,  che  dal punto di vista dei principi  egualitari e pacifisti siamo agli antipodi del fascismo. Questo è un nazionalismo buono, quello, invece, cattivo.  Dunque, meglio così. No. Le cose stanno in modo diverso.
In qualche misura,  il nazionalismo sovranista (tanto per dare un etichetta)  è profondamente  razzista. Quel “Prima gli italiani” implica l’esclusione  dalla  guerra economica contro la cosiddetta povertà, in primo luogo,   di  tutti coloro  che hanno altre nazionalità, di qui l'anti-europeismo.  E, in secondo luogo,  dal momento che sono rappresentati  come il nemico  principale, della gente di colore che tenta di raggungere l'Italia, via Mediterraneo.
Il nazionalismo del  fascismo fu antisemita, con venature razziste, comuni però ad altri paesi conquistatori dell’ epoca,  all’interno di un quadro, benché cartonato, imperiale. Dove esistevano gerarchie, accettate,  tra i diversi popoli assoggettati. Quindi il progetto di Salvini e Di Maio  potrebbe addirittura essere peggiore del fascismo.  Il che è tutto dire.  
Il nazionalismo sovranista  sogna   di chiudersi in casa con la pistola,  gettare  via la chiave e a mare i disperati che giungono dall’Africa.  Ovviamente, come si proclama ai quattro venti,  per la sacrosanta missione di  fornire servizi sociali solo agli italiani.  Ma dove prenderanno i soldi Salvini e Di Maio, se il nostro ruolo nel mondo, come abbiamo detto all’inizio,  è poca cosa?  Chiudendosi a doppia mandata?  Al peggio non c'è mai fine.
Non che la politica nazionalistica  del fascismo fosse migliore: per carità, finì in tragedia.  Ma sicuramente era più conseguente, in quella follia c'era del metodo:  non avendo sufficienti risorse interne, Mussolini  se le andò  a prendere con la forza. Salvini e  Di Maio  invece puntano su formidabili divisioni di pannolini.  Ma chi pagherà?     

Carlo Gambescia   
                

martedì 3 luglio 2018

Il titolo razzista di "Libero"
La mamma dei cretini è sempre incinta



Quanti danni sociali  e culturali possono provocare titoli del genere?  Ammesso e non concesso che i mass media mainstream tendano a  privilegiare  il  multiculturalismo,  che senso ha presentare una “buona notizia”,  perché si tratta di un caso di felice integrazione con ottimi risultati sportivi, come una “cattiva notizia”?   Per quale ragione,  come si legge,  gli italiani  sarebbero defraudati di una par condicio mediatica? 
Ora,  se vogliamo metterla così,  va detto che  in Italia  lo sport   ha visto sempre  primeggiare i “bianchi”,  per ovvie   ragioni  di composizione razziale  della popolazione.  Perciò, il fatto che questa volta, probabilmente  la prima, il successo sportivo abbia arriso a  un team, per così dire,   di “neri”, anzi "nere",  è notizia,  buona, due volte:  uno, in sé, per la novità;  due perché rivela che la nostra è una società aperta, dove tutti hanno le stesse opportunità.  Quindi, ripetiamo, si parla di una doppia buona notizia.
Andare a cercare il pelo nell’uovo, tirando in ballo il politicamente corretto,  come madre e padre di tutti i mali del mondo, significa due cose:
1) Ignorare, che ogni società storica, se vogliamo usare una parola alla moda,  esprime forme di politicamente  corretto (dai riti per gli antenati al sabato fascista fino al gay pride). Per dirla in sociologhese sono fenomeni, di istituzionalizzazione (nel senso di comportamenti, non gassosi ma solidificatisi, perché vincolati alle regole dell’appartenenza a un gruppo).  Il vero punto  è la direzione in cui vanno i processi,  se garantiscano o meno una pacifica convivenza.  Il conformismo sociale  è un’arma a doppio taglio, può far vivere o morire le  società. Dipende dal suo  tasso e dal ciclo sociale, come poi vedremo.   
2) Giocare, evocando rabbia e paura, attraverso narrazioni razziste, letteralmente inventate a tavolino (perché come detto si tratta di una duplice bella notizia),  la carta del conflitto sociale,  invece di favorire l’integrazione e una cultura  repubblicana, capace di andare oltre il colore della pelle.  Quindi, la lotta al politicamente corretto, altro cavallo di battaglia di “Libero” va a vellicare, mescolando integrazione felicemente riuscita e razzismo di strada,  i peggiori istinti etnocentrici degli italiani.
Ripetiamo, non sono mai esistite, né mai esisteranno,  società libere dal politicamente corretto. Il punto è la direzione del fenomeno.  “Libero”, semplificando, non può  riequilibrare nulla,  perché, per ora, non c’è nulla da riequilibrare in Italia fra “bianchi” e “neri”.
Da studiosi della società, non neghiamo però  che, secondo gli andamenti ciclici, tipici dei fenomeni sociali,  passato il punto di equilibrio, o meglio di stabilità, una specie di picco  (che può durare anche alcuni secoli),  il  politicamente corretto -  o istituzionalizzazione comportamentale  delle credenze - che anima  una certa forma sociale,  entra in una fase di declino, alla quale segue l’ascesa di una nuova forma di politicamente corretto.  Si pensi ad esempio al differente  pre-giudizio sociale e culturale, prima positivo, poi negativo,  su  nobiltà e clero, prima e dopo la Rivoluzione francese. Quanto al razzismo, ad esempio  recenti report, mostrano come in Sud Africa, soprattutto nelle  università, prevalga una tendenza a valorizzare una visione culturale, semplificando, etnocentrica, ma con riferimento, questa volta alla popolazione nera. 
Però, in Italia -  ecco il punto - siamo ben lontani, anche per ragioni storiche e demografiche,  da una situazione del genere:  siamo ancora ben al di sotto del picco di stabilità.  Siamo invece davanti ad atteggiamenti difensivi, in puro stile razzista, che rinviano agli Stati Uniti degli anni Cinquanta-Sessanta, quando gli stati del Sud, non volevano sentir parlare di integrazione. Probabilmente, oggi, negli Usa,  una volta raggiunto il picco, negli anni Ottanta, anche in presenza di una forte immigrazione ispanica, si sta verificando  un movimento in controtendenza. 
In qualche misura, in Italia, “Libero” e quei gruppi politici e sociali  che la pensano  come Vittorio Feltri, vogliono agganciarsi al movimento in controtendenza di cui sopra. Ma in America, come abbiamo detto,  si tratta di una risposta,   sociologicamente motivata all'integrazione (il che non significa che sia moralmente giustificata o giustificabile).  Che da noi, non è neppure iniziata.  Di conseguenza,  la prima pagina di “Libero” può  produrre  danni incalcolabili. Anche perché sociologicamente priva di qualsiasi fondamento sociale:  anticipa,  non segue il fenomeno.  Insomma, veleno razzista allo stato puro. Per farla breve: stupidamente,  si intossicano le persone, senza alcuna ragione sociologica plausibile.   
Come concludere?  Per dirla fuori dai denti:  la mamma dei cretini è sempre incinta.  

Carlo Gambescia


                                                          

lunedì 2 luglio 2018

 A  mo' di conclusione  
Caro Luigi Iannone, solo il coraggio è al di là della destra e della sinistra...


Caro Luigi  Iannone, 

con questa mia, se Lei è d’accordo, chiuderei il nostro piccolo duello senza morti né feriti. Ho letto tutti i commenti, sia su Fb sia sul blog del “Giornale”.  Tranne uno,  su Fb (mi pare), dove si accenna giustamente a Nolte, tutti gli altri eludono totalmente il nocciolo della questione che sottende il mio articolo, che, come Lei ha ben  capito,  non riguardava  e riguarda le nostre persone,  bensì il nodo della democrazia liberale e più in generale della civiltà liberale, che i postfascisti  italiani (semplifico, per riunire le varie correnti politiche  e culturali dal 1945 in poi),  non hanno mai sciolto. Sotto questo aspetto - di qui la centralità della questione da me posta -  il Ventennio berlusconiano (come opportunità di rinnovamento culturale)  e quello in camicia nera (come seria riflessione sulla parabola fascista), sembrano essere trascorsi invano.  Il che, come scrivevo,  mi addolora,  inquieta,  sconcerta.
Quando parlo di “tentazione fascista”, riferendomi all’ottimo libro di Kunnas (in particolare, la prima edizione), rinvio agli stilemi, da lui ottimamente studiati (irrazionalismo,  negazione del progresso,   né destra né sinistra, antiegualitarismo,  disprezzo delle ideologie, nazionalismo e così via), purtroppo, ancora  largamente diffusi  in ambito culturale postfascista. Anzi, addirittura esibiti come fiore all'occhiello.
Un atteggiamento di chiusura  - ermetica -  che non aiuta alla comprensione e giusta valutazione della civiltà liberale,  della democrazia rappresentativa,  della libertà di pensiero, dell’economia di mercato e in particolare dell'idea di Europa unita, liberale e riformista,  come risposta alle terribili divisioni della guerra civile europea  tratteggiate, - per ritornare sul punto -  con grande lucidità,  da Ernst Nolte. Lucidità liberale, argomentante, che va al di là di una pura difesa-offesa dei partiti e fazioni che animarono la crisi di Weimar.
Parlo di un universo di valori e pratiche  che ha garantito - obiettivamente -  per più di settant'anni pace, benessere, libertà.  Chiunque  rifiuti di prenderne atto,  si legga Una storia della Repubblica di Giano Accame, grandissimo intellettuale postfascista, indipendente, studioso, serio  (e magari il mio libro  in uscita  a lui dedicato...).   
Noti invece,  caro Iannone,   come  si siano negati a un  dibattito esteso -   perché questo in fondo era il mio scopo, non quello di prendermela con Lei, un intellettuale,  tra i pochi di quell’ambiente, che ancora legge, studia, si confronta … -    figure per così dire rappresentative.   E -   riconosco -  neppure di parte liberale.  Per così dire,  siamo stati abbandonati al nostro destino di  intellettuali non conformisti: nemici di dio e dei nemici di dio, per parafrasare  un nostro Maggiore.
Ovviamente,  evitare un proficuo dibattito culturale è stupido, perché lo scambio di idee tra diversi è sempre ricco e qualificante (tra eguali è fin troppo facile, e neppure risulta utile quello  tra "fratelli coltelli",  nel senso del nemico del mio nemico è mio amico... ).  Senza per questo  - attenzione -   dover  per forza  giungere al ritornello delle sintesi, nuove o vecchie che siano...
Che dire? Continuano a farsi del male.  Chi? Coloro che sono rimasti a guardare, dietro le quinte dei Social, leggendo tutto, ma al calduccio delle proprie certezze,   perdendo così  un'occasione  preziosa di ragionamento.  E invece, mai esporsi...  I vili (e secondo qualcuno anche gli invidiosi)  non hanno bandiera politica. Sono ovunque: tra fascisti, postfascisti, liberali, marxisti, socialisti, cattolici eccetera.
Del resto, quel  coraggio che,  al di là degli schieramenti,  unisce i forti,  "se uno non ce l’ha", come fa dire Manzoni a Don Abbondio, "mica  se lo può dare".  Ecco, caro Iannone,  per riprendere uno stilema caro al mondo della  “tentazione fascista”, solo il coraggio è -  veramente -  al di là della destra e della sinistra.    
Mi permetta di ringraziarLa, con un abbraccio ideale, da lontano, eppure vicino, perché sento che Lei, benché più giovane, mi somiglia. 
Buona fortuna. Mi creda, di cuore.
Carlo Gambescia 




domenica 1 luglio 2018

Postfascismo, Nolte,  Rom e sinistra al caviale
Botta e risposta tra  Carlo  Gambescia  e Luigi Iannone 




Riproduco  il duello - lettori tranquilli... -   di parole  tra  me e  Luigi Iannone,  sviluppatosi ieri  su Fb. Buona lettura (C.G.)  


Caro  Carlo Gambescia,
La ringrazio per le lodi che tesse nei confronti dei miei lavori, ma sa bene che il mio grado di narcisismo e di auto-celebrazione è ridotto al minimo sindacale. Quindi le accetto ma vado subito oltre e tento di risponderle, in maniera franca, punto per punto.
Nel suo post di ieri ( *) Lei scrive: «Il tono dell’articolo è sarcastico, schernisce e umilia. Non solo la cosiddetta sinistra al caviale».
Ha ragione! Il tono è sarcastico e l’articolo irride, però non umilia nessuno. Il paradosso tale resta; una coloritura che va oltre ogni recinto realistico e lessicale, e magari attraverso questa prospettiva distorta capace di mettere a fuoco un problema reale. Non ritengo e nemmeno auspico che i centri storici delle città debbano diventare dei Suk a cielo aperto (anche se già se ne contano a decine) ma sono stufo di asserzioni apodittiche sulle «migrazioni epocali ingovernabili», su «fenomeni che non si possono gestire», e su tutto quanto il resto.
Reputo complessa la questione e ancora più complesse le soluzioni. Ma se da una parte c’è la tendenza acclarata a perdersi in slogan oscillanti tra il demagogico e il retorico, dall’altra ci sono le solite tirate moralistiche dei finti buonisti che avverso… a prescindere.
Lei sa che sono lettore di Machiavelli, oltre che di Prezzolini e dei pensatori del realismo politico, e quindi non credo nella bontà naturale degli esseri umani. Non credo a coloro i quali gridano alla fratellanza e alla solidarietà globale. Chi, dall’alto della sua posizione sociale, dice di voler salvare il mondo, i poveri, i diseredati, gli ultimi, mi provoca una insofferenza smisurata a cui rispondo, quasi sempre, con tesi argomentate, altre volte con frasi sintetiche che possono apparire intrise di faciloneria e irritante leggerezza. Ma li detesto.
Lei scrive:« so benissimo, scrivevo per Il Secolo d’Italia, che i giornalisti tendono sempre ad attagliare la penna al contesto (e sede) di pubblicazione, per ragioni di cortesia, convenienza, eccetera. Chiamala se vuoi, autocensura. Non faccio la morale a nessuno. C’è però un limite a tutto. Io non gradivo suonare il piffero per Gianfranco Fini, così me ne andai».
Beh, qui si sbaglia di brutto. Io non faccio parte di nessuna casta e nemmeno di quella giornalistica. Pago sulla mia pelle queste scelte di solitudine, o come le chiamo io, di ‘eremitaggio’. Come ho ribadito in qualche altra occasione (ma ai lettori questa ‘cosa’ credo importi davvero poco) non voto alle Politiche da una ventina d’anni e non ho votato nemmeno il 4 marzo. Non sono iscritto e non simpatizzo per alcun partito. Scrivo per le pagine culturali de Il Giornale e ho un Blog (sempre sul Giornale) dopo aver inviato una mail alla direzione e aver mandato qualche mio recente volume. Hanno deciso di accogliere la mia collaborazione e li ringrazio.
Non ho santi in paradiso… e adesso che Lei mi tira in ballo, Le confesso… mi sarebbe tanto piaciuto averne. Magari ora avrei una cattedra universitaria, anche perché dopo tutti questi libri e saggi pubblicati credo che, in un altro paese europeo, sarebbe stato pure possibile. Ma è andata così.
E poi di quale autocensura parla? Io sui venti anni della destra di governo ci ho scritto addirittura un libro dal titolo chiarissimo, SULLA INUTILITA’ DELLA DESTRA… e mica posso tutti i giorni rodermi l’anima parlando di loro.
Non ho particolari simpatie per i Cinque Stelle e l’ho scritto. Così come giudicherò Salvini e la Lega dall’azione di governo e non dal profluvio talvolta irritante di tweet e post su Facebook. E anche questo l’ho scritto e lo ripeto.
Non parteggio! Però, mi lasci la libertà di ‘prendere parte’ sui singoli temi. Sulla immigrazione ho una idea severa, rigida. Che l’abbia anche la Lega, mi fa piacere. Se cambiano idea loro, io non lo farò. Su altre questioni dissento.
E poi dove troverebbe queste ragioni di convenienza da parte mia? Nessuno mi ha dato nulla in passato e credo nessuno me ne darà in futuro. Non ho cattedre, non dirigo giornali, non fanno la gara a reclutarmi in qualche piccolo o grande giornale, e per pubblicare i miei libri (che pure, come lei stesso ammette, qualcuno legge), mi arrabatto tra case editrici senza l’apporto di nessuna segnalazione e così via.
Financo recentemente, quando una televisione nazionale, mi ha invitato, per ben due volte in un mese, ad intervenire in un talk show politico, ho declinato cortesemente perché non mi sento a mio agio nella classica divisione manichea. In fin dei conti, troverei da ridire su Forza Italia come su Liberi e Uguali, su Fratelli d’Italia come sul PD.
Lei scrive. «Ora, si possono scrivere libri, non sempre condivisibili, ma comunque densi (dietro i quali ci sono molti altri libri letti e studiati) come per l’appunto fa Iannone, e poi uscirsene con tirate del genere? Per me è un mistero. Qualcosa però che mi addolora, sconcerta, inquieta. Perché – penso – se uno come Iannone, che studia, se ne esce con pericolose scempiaggini di tal fatta, gli altri intellettuali post-fascisti (per così dire), che non sono degni neppure di attraversagli la strada, non potranno non andare a ruota libera. E in effetti basta farsi un giro tra i Social per mettersi le mani nei capelli: sono “ricicciati” (pardon) tutti, ma proprio tutti, al canto delle sirene salvinian-stellate. E quel che infastidisce è l’aggressività, per ora verbale, e il tono saccente di quelli che rivendicano il copyright, anche apertamente, della “tentazione fascista”».
Io non posso rispondere per tutto ciò che passa in rete o si legge sui social. Non nego che commentare nella stessa giornata una poesia di Costantino Kavafis e una dichiarazione della ex ministra Fedeli provochi smarrimento al sottoscritto e inviti a qualche caduta di stile. Me ne dolgo. Ma dello stile…. e non della sostanza (prima della scrittura, sono pur sempre un cittadino!).
Per quanto riguarda queste «sirene salvinian-stellate» a me non risultano. Proprio oggi ho criticato il deludente risultato del Consiglio europeo, reputo delle baggianate reddito di cittadinanza e Flat Tax… e mi fermo qui. Tuttavia, se si trovano delle concordanze ideali, programmatiche, politiche, anche parziali, minime, perché non dovrei dirle? E perché sarebbero delle ‘scempiaggini’? Perché le condisco con il sarcasmo?
Lei riporta frasi di Ernst Nolte, a me tanto caro, e poi torna sull’imbarbarimento della politica e del linguaggio da ‘’guerra civile’’: «come è possibile, che un intellettuale, colto e civile, come Iannone, che, tra l’altro, dovrebbe conoscere il libro di Nolte a memoria, sposi una causa del genere?»
Caro Gambescia,
(…e qui chiudo), sui social e sul blog, come le dicevo, utilizzo ironia e sarcasmo, registri comunicativi che oscillano, di per sé, tra il leggero e il greve. Corro il rischio. Sono consapevole che nell’imbarbarimento della politica e della vita civile si deve mantenere un contegno. Ma di tanto in tanto al posto del fioretto va usata anche la sciabola. Altrimenti la ‘’via del bosco’’ è solo diserzione, e non un combattimento da un’altra postazione. Ed io sono un ‘resistente’.

***

Caro Luigi   Iannone,
tutti i miei ringraziamenti, anche perché di solito i postfascisti non raccolgono... Soprattutto dopo l'uscita di  A destra per caso, otto anni fa.  Evidentemente, Luigi Iannone, postfascista non è.  O se lo è - Bingo! - sono davanti a persona leale. 
Vengo al punto. 
Capisco tutto, la passione civile, la strada in salita, il doppio registro, le astuzie della ragione, eccetera, eccetera, però il problema che io pongo, e che mi sta particolarmente a cuore, è un altro. E riporta a Nolte e alla questione dell'imbarbarimento politico, da Lei intuita ma non sviluppata nella risposta. Ovviamente, sul piano personale, nessuno può chiederLe di rispondere delle fesserie dei Social, ci mancherebbe altro...  Però dietro l'imbarbarimento della politica - a maggior ragione se lei si ritiene un realista - c'è un giudizio di valore sul ruolo dell'intellettuale. Questione cognitiva. Mi spiego meglio. 

Un mio lettore, Alberto Usuardi, commentandola, ha detto: "Ragionando nello stesso modo, chi dice:"Prima gli Italiani" dovrebbe ospitare a casa sua gli italiani poveri". 
Sa che cosa gli ho risposto? 
"Giusto. Però, Alberto Usuardi, è proprio ciò che si deve evitare, da una parte e dall'altra. Comprendere che mentre per l' intellettuale (serio, ovviamente) le parole sono strumenti di lavoro, per la gente comune sono pietre". 
Il rischio pietre, ecco il punto. 
Nolte ricorda all' intellettuale vero di tenere sempre presente che le parole per la gente comune possono diventare pietre, come accadde a Weimar. E perciò le parole vanno misurate in tutte le sedi. A prescindere, direbbe Totò. 
Quindi, ribadisco - capisco tutto, anche la cordiale antipatia che tutti nutriamo verso la sinistra al caviale, eccetera, eccetera - però quell'articolo va oggettivamente nella direzione della guerra civile. La stessa idea, che lei propone nella chiusa, del bosco, della resistenza, eccetera, gli stessi termini militari che lei usa, appartengono a un universo politico e sociale (semplificando, così ci capiamo) da "tempeste d'acciaio". Altro che liberal-democrazia e metabolizzazione del nemico come avversario... Parlo dell' orizzonte politico, che piaccia o meno, ha garantito benessere, libertà, eccetera, eccetera. E, ricordi bene, non è questione di "contegno", "etichetta" , insomma di "forma", ma di sostanza. 
Perché il nodo di fondo che Lei elude - eludendo in qualche misura la risposta su Nolte - è quello della "tentazione fascista" (Kunnas), ciò che mi inquieta, addolora, eccetera: del perché persone colte e studiose, alcune con tratti di genialità, si schierarono con i movimenti fascisti e nazisti. Non ne sono sicuro al cento per cento (perché nella vita di certezze ne esistono poche), però credo Lei ritenga che fecero bene. Io invece sostengo il contrario. 

Giano Accame, al quale ho dedicato un libro (*), riteneva che il fascismo non si dovesse né giustificare, né celebrare, ma solo studiare per confrontarsi su di esso, scientificamente: De Felice e Parlato, erano, se mi passa l'espressione, i suoi miti. Dunque, il problema, ripeto, è cognitivo.

Ora, - non "perdessimo" la calma direbbe Antonio Di Pietro - ma i Rom, con questo, che c'entrano? P.S. Anzi, che c'azzeccano?

Ricambio i carissimi saluti.