venerdì 17 febbraio 2006



L'Onu, gli Stati Uniti, Guantanamo
Forza del diritto o diritto della forza?




Le accuse dell'Onu nei riguardi degli Stati Uniti a proposito di Guantanamo meritano un'attenta riflessione sul rapporto tra democrazia, diritto e uso delle forza.
Dal punto di vista della teoria democratica, delle carte dei diritti e dei trattati che regolano la materia, la condizione dei prigionieri di Guantanamo e illegale e gravemente lesiva delle dignità umana.
Tuttavia, ci si può giustamente chiedere: perché l'Onu ha permesso questo fino a oggi? E ora che ha assunto una posizione così decisa, che accadrà? Certo, gli americani non libereranno i prigionieri, ma almeno verranno processati subito come chiede l'Onu?
Purtroppo non avverrà nulla. Almeno nell'immediato, o comunque fin quando gli Stati Uniti non si sentiranno "sicuri", come dichiara quotidianamente Bush.
Ora, qualche spiegazione.
Nell' Occidente moderno il diritto è inteso come uno strumento basato sul consenso, volto alla tutela dei diritti dei singoli e allo sviluppo di una ordinata vita civile. Questo in teoria. Ma in pratica come sono tutelati i diritti nelle società moderne? Attraverso l'uso legale e legittimo delle forza da parte dello stato: "legale", perché si tratta di un uso rispettoso delle procedure; "legittimo", perché sussiste un fondamento costituzionale ma in realtà morale, sociale, politico, economico, che sancisce l'uso delle forza da parte dello Stato per garantire, appunto, i diritti dei cittadini e una regolare vita sociale.
Ora gli Usa, pur accettando, o fingendo di accettare, le critiche a proposito delle illegalità commesse a Guantanamo (ad esempio la violazione dello status giuridico del prigioniero di guerra), non transigeranno sulla legittimità di quello che stanno facendo. Perché?
Perché si ritengono dalla parte della ragione: si definiscono portatori di un principio forte di legittimità, dal momento che stanno difendendo, così dicono, la democrazia e i diritti di tutti: un modello di vita, insomma, come dichiara lo stesso Bush. E hanno la forza militare necessaria non solo per difenderlo ma anche per imporlo agli altri... Quindi potranno transigere, ma non subito, sui processi, ma non sul "principio di legittimità": in futuro, sorgeranno sicuramente altre Guantanamo in "difesa della democrazia". Non è il caso di farsi troppe illusioni.
Il punto tragico della questione è che per imporre un principio di legittimità differente, o comunque la sua interpretazione "autentica", sono necessarie forze morali, sociali politiche, economiche, e in definitiva militari, superiori o almeno uguali a quelle detenute da chi difende il principio di legittimità che si vuole contrastare. L'Onu perciò, al massimo, potrà occuparsi di "legalità", ma non di legittimità...
Stalin, credo nei suoi colloqui di Yalta con Churchill e Roosevelt, ironizzò sulla forza militare di papa Pio XII, chiedendo quante divisioni avesse a disposizione...

E probabilmente, in questo momento, anche Bush sta chiedendo, ironicamente, ai suoi collaboratori, quante ne abbia oggi l'Onu. 

Carlo Gambescia

giovedì 16 febbraio 2006

Profili /13
Giuseppe Palomba






Giuseppe Palomba (1908-1986) purtroppo non gode di quella fama che invece meriterebbe pienamente. Dal momento che va sicuramente posto tra gli economisti italiani più originali del Novecento. Dopo ovviamente figure come Pareto e Pantaleoni, veri e propri giganti, che del resto appartengono alla generazione precedente alla sua.
Giuseppe Palomba, nasce in provincia di Caserta, si laurea in economia a Napoli nel 1929. Studia con Corbino Niceforo, Barbagallo e Amoroso, economista allievo di Pareto. Nel 1932 frequenta la London School of Economics. Nel 1935 consegue la libera docenza in economia politica e si dedica in particolare agli studi di economia matematica. Nel 1939 è in cattedra a Catania. Nel dopoguerra insegna a Napoli (Facoltà di Economia) e negli anni Settanta a Roma (Facoltà di Scienze Politiche). Socio dell'Accademia dei Lincei e di numerose altre istituzioni internazionali, tra le quali l'Ismea, fondata da François Perroux, al quale era legato da profonda amicizia.
Tre sono i filoni principali della sua ricerca.
Il primo è quello dei rapporti tra sociologia ed economia. Attento lettore di Pareto, Leone, Michels, ma anche di Perroux, Palomba ritiene assolutamente impossibile l'esistenza di una economia astratta, e soprattutto separata dalle istituzioni sociali. Di qui l'interesse per lo studio dei rapporti tra classi sociali, strutture di potere e teoria economica. Per Palomba è sempre necessario distinguere tra economia politica e politica economica. La prima ha valenza teorica, la seconda politica. La prima implica l'impiego della spiegazione scientifica, la seconda spesso l' uso della forza. E il ruolo dell'economista è di mediare tra i due aspetti, in termini di economia applicata ai problemi concreti. Di qui anche la sua visione integrale o "ecumenica" dell'uomo e dell'economia".
Il secondo filone è quello dell'economia matematica. Secondo Palomba, per lo studio dell'economia teorica, va conservata l'analogia tra scienze fisiche ed economiche, estendendola però ai principi einsteiniani di relatività speciale e generale, usando il linguaggio dell'algebra tensorial e la teoria dei gruppi di trasformazione.
Quest'ultimo filone di ricerca rinvia al terzo. Palomba, partendo dal concetto di relatività, giunge a sostenere che i sistemi economici, sono sistemi chiusi, e dunque soggetti a entropia: a una crescente "disorganizzazione" che può assumere l'aspetto del degrado ecologico, economico, ma anche politico e sociale. Qui il suo pensiero tocca le stesse vette scalate da studiosi come Georgescu Roegen.
Va ricordata anche la sua ricchezza di interessi filosofici, religiosi e politici. Lettore onnivoro, Palomba si è confrontato, seguendo modalità veramente inconsuete per un economista, con autori come Evola, Guénon, Spengler, i classici del pensiero islamico, Donoso Cortés, ma anche Lenin, Marx e altri classici del marxismo e del socialismo, che spesso usava citare insieme ai padri della chiesa. Chiunque abbia assistito negli anni Settanta alle sue scoppiettanti lezioni universitarie romane , non può non conservarne un ricordo indelebile. Di se stesso diceva:" Sono l'ultimo dei grandi conservatori e il primo degli autentici rivoluzionari".
Autore di circa una ventina di libri. Restano però di maggiore interesse per la comprensione della sua originalissima opera tre volumi in particolare: Fisica economica (1970); Morfologia economica (1970); L'espansione capitalistica (1973), tutti pubblicati dalla Utet, e purtroppo esauriti da anni. Per una rapida ricognizione si veda pure Giuseppe Palomba, Il pensiero economico italiano (1848-1948), Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 (www.libreriaeuropa.it), in particolare l'introduzione. 

mercoledì 15 febbraio 2006

Il libro della settimana: Marco Belpoliti, Crolli, Einaudi, Torino 2005, pp. 146, Euro 7,00.

http://www.einaudi.it/libri/libro/marco-belpoliti/crolli/978880617345



Decadenza. Ecco un termine che da almeno tre secoli è stato espunto dal vocabolario ufficiale della cultura occidentale. Perché?
Perché i moderni, o comunque certa modernità, hanno ragionato e continuano a ragionare in termini di progresso. E in tutti i campi: si parla di progresso economico, progresso storico, progresso scientifico, progresso morale, eccetera. L'uomo, pur tra mille incertezze e difficoltà, avanzerebbe verso la realizzazione, come ha ben scritto Christopher Lasch, del "paradiso in terra".
Si tratta essenzialmente, sul piano ideologico, di una eredità illuministica. Che il "secolo breve", il XX, con i suoi orrori, non è riuscito a mettere in discussione. Sembra invece esserci riuscito, purtroppo, il nuovo secolo, il XXI, che appena iniziato, ha subito visto la distruzione delle Torri gemelle del World Trade Center di New York.
Sotto questo aspetto il libro di Marco Belpoliti, Crolli è un tentativo interessante, perché prendendo spunto dai fatti dell'11 Settembre, si confronta col tema della decadenza del mondo occidentale, facendola finita con le scomuniche. I n modo chiaro, con stile terso, avvincente e dotto al tempo stesso, ricco di richiami e indicazioni di lettura (Belpoliti è sociologo della letteratura). Ma con taglio post-postmoderno. E non è un gioco di parole.
Il libro si dipana intorno al tema dei crolli, due in particolare, quello del Muro di Berlino e quello delle Torri gemelle. Crolli che condensano, secondo l'autore, i due temi principali del nostro tempo: da un lato il terrore, improvviso e tagliente come quelle sciabolate di luce, che ti colgono all'uscita di un cinema negli assolati pomeriggi estivi; dall'altro la banalità di un' età postmoderna, priva di idee e perciò vittima del sentimentalismo: del kitsch. Con una citazione da Mao II di Don DeLillo, Belpoliti chiarisce bene la nostra condizione di postmoderni. E' un fotografa che parla: "Qualunque cosa io fotografassi, realtà miseria, corpi distrutti, facce insanguinate, per grande che fosse l'orrore, alla fine mi ritrovavo con delle stronzissime immagini carine. Capisce?"(p. 72). Ogni decadenza, insomma, implica la cognizione del dolore: la consapevolezza che si nasce, si vive e si muore, tutti, gli uomini come le civiltà. Ed è quel che manca alla nostra epoca: dove tutto è "carino" E che è assente anche nel libro di Belpoliti, nonostante le buone intenzioni e il suo interesse oggettivo. L'autore intuisce, ma non sviluppa.
Al postmoderno, un pensiero in fondo crudele ( come ogni persona che si finge debole) e sentimentale, perché privo di vere idee e dunque di autentiche passioni, Belpoliti sostituisce una filosofia post-postmoderna della trasformazione. Un pensiero che "trasforma", sulla scia delle intuizioni di Thom e Prigogine, la catastrofe o il crollo, in un elemento di un processo dinamico, dove la "fine", anche se resta una possibilità, può essere spostata sempre in avanti. O che comunque finisce per far parte di un processo, pressoché infinito. Che noi possiano osservare dall'esterno... Una visione che ricorda tanto, riveduta e corretta alla luce di un post-post scientismo, la teoria della "ruota del carro avanzante" di Toynbee, che pur girando su stessa, o rompendosi qualche volta, non impedisce al carro (della storia umana) di avanzare sempre più avanti. E comunque perché provare dolore e per chi, se la storia "rischia" di non finire mai? Rendendoci di conseguenza eterni, almeno come "specie"?
Ovviamente, per ragioni di brevità, qui si semplifica il pensiero piuttosto articolato e complesso di Belpoliti. Il suo è un libro che comunque chiede rispetto e attenzione.
Certo, per il pensiero postmoderno la catastrofe può essere "carina", mentre per quello post-postmoderno di Belpoliti la catastrofe può condurre a nuovi inizi . Ma per entrambi è in qualche modo possibile pensare la fine (da post-postmoderni) o sorriderne ( da postmoderni) , senza esserne veramente parte. Ma chi non è parte o carne di qualcosa non può capire né provare cosa sia il vero dolore.
Il problema è tutto qui. 

Carlo Gambescia

martedì 14 febbraio 2006



Sociologia dell'acqua




Lo scorso 30 gennaio in Campania l'assemblea dei sindaci di Napoli-Castelvolturno ha deciso, per l'area di propria competenza, il ritiro di una precedente delibera (del 23 novembre 2004) che apriva le porte alla privatizzazione di 136 comuni campani.
Si è trattato di una decisione importante, frutto soprattutto di una pressione dal basso, di quella che Padre Zanotelli, in un articolo sul "Manifesto" (del 31-1-05) ha definito "società civile organizzata" . Ma purtroppo i grandi giornali non ne hanno parlato.
Il problema della proprietà pubblica dell'acqua (ma sarebbe preferibile definirla "collettiva"), come del resto altri grandi questioni "ambientaliste", sta assumendo un'importanza strategica, per un capitale privato, sempre più affamato di profitti. E questo spiega il silenzio del "Corriere della Sera", "Repubblica", "Stampa", per non parlare dei giornali della destra conservatrice e liberale. Tutti dipendono finanziariamente, chi più chi meno, da quelle lobby non solo italiane, che vogliono appropriarsi di un "bene comune", come l'acqua, per trasformarlo, in una ennesima fonte di lucrosi guadagni.
Di qui la necessità di opporsi, ovviamente sempre in modo ragionato.  Di qui, la necessità di una  spiegazione sociologica dell'intera questione.
L'idea economicistica di fondo è che non esistono beni collettivi, ma solo beni privati e acquisibili, sul mercato, pagando un "prezzo". L'assioma sociologico sottostante è che l'individuo è tutto e la collettività nulla. Attenzione, si crede nell' individuo autosufficiente in grado di lavorare e acquistare i beni di cui ha bisogno. Si dà, insomma, per scontato che tutti siano in grado di farcela da soli. E che chi "non riesce" sia colpevole, perché non si è abbastanza impegnato.
Milton Friedman, uno dei padri del neoliberismo anni Ottanta, ama ripetere nei suoi libri, con autentico sadismo, che nel capitalismo "nessun pasto è gratis": ogni bene ha un prezzo. E soprattutto che nessuno può pretendere di vivere alle spalle dell'altro. Tuttavia, affinché si giunga alla mercificazione totale è prima necessario attribuire al bene un carattere di "fruibilità limitata". La scarsità di un bene, determina il suo prezzo, e proprio perché il bene è scarso, e quindi raro, il suo prezzo non deve essere eccessivamente basso. E comunque, sarà il mercato, attraverso la concorrenza a fissare il prezzo "giusto" per produttori e consumatori.
Questa, in breve, la vulgata liberista. Che, una volta compresa nelle sue linee di massima, consente però di distinguere le tre principali fasi di un processo "idealtipico di privatizzazione" : 1) si dichiara l'acqua un "bene scarso";"2) si danno per scontate l'autosufficienza dell'individuo e la bontà dei meccanismi concorrenziali; 3) si dà il via alle privatizzazioni ( su questi aspetti processuali si veda il post del 29-11-2005).
Fortunamente, grazie alla "società civile organizzata", almeno in Campania, il processo è stato, per il momento, fermato. Ma occorre una decisa inversione di rotta.
L'acqua non è un bene scarso. Ma è un risorsa mal distribuita e poco condivisa (soprattutto tra Nord e Sud del mondo). E anche se lo fosse, in quanto risorsa necessaria alla riproduzione della vita, andrebbe messa gratuitamente a disposizione di tutti, evitando sprechi e razionalizzandone, con investimenti pubblici, la rete di produzione e distribuzione.
L' uomo non è un'isola: l' individuo non sempre è autosufficiente, e dunque ha bisogno di un sostegno pubblico e di un rete di solidarietà. E soprattutto di non essere mai privato di quelle risorse, come l'acqua, necessarie alla sua riproduzione fisica.
I mercati, oltre a essere imperfetti, escludono coloro che non possono "accedervi", perché privi di lavoro, e dunque di reddito spendibile.
Privatizzare il settore significa avviare un processo di concentrazione monopolistica e di conseguente assorbimento delle imprese più piccole da parte di imprese più grandi, e probabilmente straniere.
Sono verità "sociologiche" semplici, diremmo quasi luoghi comuni. Eppure..

lunedì 13 febbraio 2006


Mario Monti e la contraddizione di fondo del liberalismo puramente economico



L' editoriale di Mario Monti apparso ieri sul "Corriere della Sera" rappresenta una buona occasione per chiarire una fondamentale contraddizione del liberalismo puramente economico, altrimenti noto come liberismo. Al quale di solito alcuni aggiungono l'aggettivo selvaggio.   Di qui la necessità di un commento. 
Mario Monti parla di "primato del consumatore", vecchio luogo comune liberista. Tesi che risale alla teoria della "mano invisibile" di Adam Smith. Il succo dell'editoriale è il seguente: il consumatore, trae vantaggio, dalla concorrenza fra il maggior numero di operatori economici. Più imprese sono presenti sul mercato, più il consumatore si avvantaggia, perché la concorrenza abbassa costi e prezzi. Pertanto, il nuovo governo, queste le sue conclusioni, dovrà favorire al massimo la libera concorrenza. Monti però non specifica come.
Non parla di leggi antimonopolistiche. Che implicherebbero, almeno in linea teorica, lo "smembramento" di quelle numerose grandi imprese italiane, presenti in campo automobilistico, bancario, finanziario, eccetera. Monti invoca misure di liberalizzazione solo nel campo della distribuzione dei farmaci e di servizi pubblici, come i taxi. Il che potrebbe essere oggetto di facile ironia. Anche perché, curiosamente, reputa "non essenziale" e controproducente, addirittura l'eliminazione degli ordini professionali, che come invece è noto servono solo per far crescere i costi dei servizi forniti al consumatore.
Pertanto il liberismo di Monti, come ogni altra forma di liberismo, è di pura facciata. Perché? Perché il mercato, come ogni altra istituzione sociale, tende naturalmente alla concentrazione del potere, e in particolare quello capitalistico. Un processo che può essere limitato(e mai eliminato completamente) solo attraverso un controllo non formale, come quello ex post dell'antitrust, ma sostanziale, come quello di leggi antimonopolistiche e di effettivi "smembramenti" delle grandi imprese egemoni. Il che richiederebbe, tra l'altro, quell'interventismo statale, nemico di ogni libertà economica, e così temuto dai liberisti.
Di riflesso le liberalizzazioni in difesa del consumatore proposte da Monti, sono puramente superficiali. E inutili. Anche perché, e questo Monti, come "pratico" lo sa benissimo, la riduzione delle dimensioni delle imprese, piaccia o meno, attualmente sarebbe nociva sul piano delle concorrenza internazionale, dove più le imprese sono grandi, più di fatto sono "competitive" (spesso all'Italia, in sede europea, si rimprovera un certo "nanismo" imprenditoriale). In realtà, l'economia internazionale, si regge non tanto sugli interessi, quanto sulla volontà di potenza economica delle grandi imprese transnazionali. Di qui il necessario liberismo di facciata di Monti, a uso interno.
E più in generale, la ragione della presenza all'interno del liberismo economico di una contraddizione tra teoria e pratica: tra proclamazioni di teorico liberismo e pratiche di fatto monopolistiche. Pratiche necessarie per competere sul piano internazionale. Il capitalismo liberale è un cane che si morde la coda: predica quella libertà, che è costretto a negare nella pratica, se vuole svilupparsi e crescere... Il capitalismo è sostanzialmente una teoria della crescita. Lo stesso Smith, a dire il vero, paventò il pericolo di un "associazionismo" tra produttori ai danni dei consumatore. Ma come Monti, non si spinse più in là nelle critiche, e soprattutto nella descrizione analitica di rimedi concreti, al di là dei generici e blandi divieti associativi. Anche per lui l'imperativo era quello della crescita a ogni costo.
Che poi i grandi monopoli sul piano dei prezzi non facciano l'interesse del consumatore è verissimo, ma è altrettanto vero che il capitalismo, come insegna Adam Smith, si regge sull'interesse dei singoli. Ma perché il capitalismo, storicamente ha sviluppato pratiche monopolistiche? Gli individui non sono tutti economicamente uguali, come invece ritengono per convenzione gli economisti liberali. E i più forti se ne approfittano. E una volta al potere è difficilissimo scalzarli. E a dirla tutta, non sempre, le classi dominanti, purtroppo, come dimostra la storia, lo hanno ceduto con le buone maniere. Da questo punto di vista il teorema della concorrenza perfetta, può essere giustificato sul piano teorico-economico delle formule astratte, ma non su quello sociologico dei concreti rapporti di forza.
In definitiva, piuttosto che sull'interesse ( o comunque non solo), il capitalismo si regge sulla volontà di potenza. Di pochi.

Ma questa è un'altra storia.

venerdì 10 febbraio 2006


Le  tesi di Guido Rossi sul Diritto "interstiziale"
Capitalismo e regole


Il capitalismo può essere "imbrigliato" giuridicamente?
In Italia si è acceso un vivace dibattito in argomento grazie ai libri di Guido Rossi (nella foto),  professore di diritto commerciale (si veda per tutti, Capitalismo opaco, a cura di Federico Rampini, Editori Laterza 2005). Il quale sostiene, per farla breve, che il capitalismo per funzionare correttamente ha soprattutto necessità di "regole". E che uno dei limiti del capitalismo italiano, sarebbe proprio quello di essere insofferente alle "buone leggi". Di qui la necessità di intervenire sul piano legislativo.
Ovviamente, il professor Rossi, non è così ingenuo, da ignorare il fatto che le buoni leggi hanno bisogno di un ambiente morale e culturale, da cui trarre sostentamento psicologico e comportamentale ( e su questo punto si veda anche il suo Conflitto epidemico, Adelphi 2003). Insomma, anche per Rossi, come per il grande barone di Montesquieu, i buoni costumi fanno le buoni leggi.
Due, però, sono i punti discutibili delle sue tesi.
Il primo punto è che per fare i buoni costumi ci vogliono i secoli, mentre per formulare e approvare le leggi bastano pochi giorni o mesi. C'è , come dire, una frattura di tipo conoscitivo e sociologico tra tempo sociale e tempo giuridico. Ciò però non significa che non si debba "tentare" di modificare giuridicamente la realtà. Si deve. Ma da quel che tutto sommato scrive, si ricava l'impressione, che Rossi sopravvaluti "illuministicamente" il ruolo del diritto e del legislatore. Non sempre considera che il diritto, in realtà, opera negli spazi interstiziali, tra i due tempi (quello sociale e quello giuridico). Il diritto perciò è sempre ambiguo, e lo è "costitutivamente". Dal momento che si sviluppa nello spazio minimo del "già e non ancora": stretto tra necessità presenti e comportamenti e sensibilità ereditate . E che spesso per questo motivo si risolve in pura decisione: politica. E mai giuridica
Il secondo punto, che discende dal primo, è che la visione del capitalismo di Rossi è esclusivamente giuridica. Nel senso che giudica il capitalismo dal punto di vista delle regole di un idealizzato diritto commerciale. E' un po' come pretendere di studiare, e soprattutto giudicare, il comportamento umano, esclusivamente in base al rispetto dei Dieci Comandamenti. Il che è nobilissimo sotto il profilo morale, ma fuorviante sotto quello analitico e conoscitivo. Rossi "crede" nel capitalismo eroico, austero, rispettoso delle regole, civile e umanistico, e dunque "giuridicizzabile". Purtroppo per lui, si tratta di un capitalismo che rappresenta, come la storia mostra, piuttosto l'eccezione che la regola. E nonostante ciò, sulle basi di questo capitalismo "idealizzato" da "Dieci Comandamenti", Rossi giudica quello reale, pretendendo, per giunta che il diritto "interstiziale", di cui sopra, sia capace di imbrigliarlo.

Il che, e va riconosciuto, prova una grande fede nei miracoli.

Carlo Gambescia

giovedì 9 febbraio 2006



Profili/12
Reinhart Koselleck 




Il 3 febbraio è morto Reinhart Koselleck . Con lui scompare probabilmente una figura di storico totale. Nel senso di uno studioso non "specialista", ma capace di utilizzare, e al meglio, gli strumenti della sociologia, delle scienze politiche e giuridiche, della filologia e della semantica storica. E quindi in grado di spiegare e storicizzare concetti e istituzioni, a partire da quello di "modernità liberale". E di una società liberale, oggi presentata come il migliore dei mondi possibili.
Nasce nel 1923 a Gorliz, in Germania, di buona famiglia, mostra subito grande intelligenza e passione per gli studi. La guerra lo travolge: come tanti altri giovani tedeschi anche Koselleck, si arruola nel 1941, come freiwilling nella Wehrmacht. Combatte in Asia centrale. E vive la tragedia della ritirata e della resa. Tra il 1947 e il 1953 completa gli studi di storia, diritto pubblico, filosofia e sociologia, presso le università di Heidelberg e Bristol in Inghilterra. Dopo di che intraprende la carriera accademica. Nel 1965 ottiene la libera docenza, nei due anni successivi , 1966-1967, insegna Scienza Politica alla Ruhr-Universitat di Bochum. Dal 1968 al 1973, insegna Storia Moderna all'università di Heidelberg. E dal 1974 alla morte, è docente di Teoria della Storia all'Università di Bielefeld, di cui oltre essere fondatore, ha promosso e diretto il Centro di Ricerche Interdisciplinari (1974-1979). Molto noto all'estero, grande viaggatore (ha insegnato tra l'altro negli Stati Uniti, Francia, Giappone). Koselleck era un uomo di una curiosità e vitalità inesauribili. Come è stato notato nel suo pensiero sono presenti influssi di Schmitt, Heidegger, Lowith, Gadamer, Conze, Freyer e Alfred Weber.
Autore di una ventina di libri, alcuni dei quali tradotti in italiano. Critica illuminista e crisi della società borghese (il Mulino 1972 [ed. or. 1959]; La Prussia tra riforma e rivoluzione. 1791-1848 (il Mulino 1988 [ed. or. 1967]); Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti 1986[ed. or. 1979]), Progresso, con Christian Meier (Saggi Marsilio 1991[1975]), dall'importante collezione "Lexicon - Geschichtliche Grundbegriffe", il "Lessico storico dei concetti politici", da lui fondato e diretto con Otto Brunner.
Di particolare interesse, per la radicale analisi delle dicotomie liberali, è la sua dissertazione dottorale, molto apprezzata da Carl Schmitt (cfr. ad esempio Id., Categorie del 'politico', il Mulino 1988, p. 131, nota), Kritik und Krise (trad. it. il Mulino 1972). Nel testo Koselleck dimostra come l'utopia borghese e illuministica, tutta incentrata sulla separazione tra pubblico e privato, sia frutto della scelta dell'illuminismo ( come movimento di idee) di mascherare l'ansia di riforme, valorizzando nel privato le fantasie utopistiche ( e di qui anche il ruolo delle Logge massoniche, cfr. in particolare il capitolo II, pp. 69-170), per poter così difendersi dall'occhiuto assolutismo monarchico. Le élite postrivoluzionarie, incluse quelle attuali (ma questa è una ipotesi personale) continueranno a vivere sotto il segno di fantasie morali private (o comunque "impolitiche") che rappresentano non solo l'antitesi della politica assolutistica ( e il che può essere giusto), ma della politica in quanto tale: come sostrato culturale e sociale dell'uomo; un "sottofondo" che purtroppo implica bene e male mescolati insieme. E dunque anche la dicotomia amico-nemico. E qui basta ricordare l'uso retorico e nefasto, che si fa ancora oggi, dei diritti dell'uomo, come base privatistica (i diritti soggettivi universali), di una politica di forza "pubblica" e militare. Nella convinzione "assoluta", ma fantastica, che una volta instaurato il "regno" dei diritti universali dell'uomo, verrà spontaneamente meno anche il ruolo della politica e del "nemico", cosicché  il "privato" fantastico avrà  finalmente la meglio sul "politico" realistico. Sotto questo aspetto il  rapporto con la politica, viene perciò vissuto ancora oggi, come durante le fasi più acute delle rivoluzione francese (e qui è invece Koselleck a parlare), quale instaurazione del regno di utopia attraverso l'uso della forza, se non proprio della violenza. La ghigliottina come i bombardieri, ieri come oggi, sono giudicati veicoli di progresso.
Un buon modo per ricordare Koselleck è perciò quello di leggere subito Critica illuminista e crisi della società borghese (www..mulino.it). Un libro storicamente e concettualmente molto solido e sicuramente non inferiore per valore euristico al più conosciuto testo in argomento scritto da Adorno e Horkheimer.

Carlo Gambescia