venerdì 28 agosto 2026

Ranucci. Quando l' accusatore diventa accusato

 


Abbiamo visto alcune foto recenti di Sigfrido Ranucci. E le abbiamo messe insieme, in copertina, seguendo una linea discendente che sembra riassumere un piccolo rituale di degradazione.

Non sappiamo quanto una fotografia possa dire di un uomo. Probabilmente poco. Tuttavia, Ranucci, nonostante la camicia bianca d’ordinanza del giornalista sicuro di sé, assume a poco a poco un’aria stranita, quasi da “terremotato”. Una metamorfosi che colpisce. Sembra l’immagine di qualcuno che, improvvisamente, non riconosca più il terreno sotto i piedi.

 Si dirà: chi garantisce che le foto siano state scattate prima e dopo la confessione di Lavitola? Nessuno. Abbiamo fatto le nostre verifiche, però sulla Rete non si sa mai. Si accetti comunque la nostra ipotesi, all’insegna del “se non è vero, è ben detto”.


 Del resto, la sensazione di chi sia rimasto non poche ore sotto le macerie è comprensibile. Per anni Ranucci è stato dall’altra parte della barricata. Era lui a fare le domande. Lui a cercare le carte. Lui a mettere sotto esame politici, imprenditori, magistrati, giornalisti, apparati e, quando occorreva, anche picari e zoccole. Lui a illuminare con la luce dell’inchiesta le zone che altri avrebbero preferito lasciare in penombra. Lui, ad accusare insomma.

È una posizione di enorme potere simbolico.

Ma ogni potere simbolico porta con sé un rischio: quello di abituarsi a considerare l’inchiesta come uno strumento che si applica agli altri.

Poi, improvvisamente, accade il contrario.

L’inquirente diventa l’inquisito. Almeno nel senso giornalistico e simbolico dell’espressione, perché tecnicamente Ranucci, al momento, non è un inquisito: è stato ascoltato come persona informata sui fatti e resta persona offesa nell’inchiesta. Semplificando, l’accusatore diventa accusato.

Il giornalista che osservava diventa quello osservato. Quello che faceva le domande deve cominciare a rispondere. Quello che chiedeva trasparenza agli altri scopre quanto sia scomodo essere sottoposti alla stessa luce.

Ed è qui che la vicenda Ranucci diventa interessante anche al di là di Ranucci.

Perché non riguarda soltanto un giornalista, né soltanto un programma televisivo. Riguarda una certa idea del giornalismo d’inchiesta: quella secondo cui il giornalista sarebbe, per definizione, dalla parte giusta della storia e gli altri dalla parte sbagliata.

Un’idea che ritroviamo, con le dovute differenze, tanto nella famosa casa di Montecarlo che mise nei guai Fini — per la cronaca, Chiocci oggi dirige il Tg1 — quanto nel caso di un Ranucci improvvisamente retrocesso da testimonial del giornalismo “altissimo, purissimo, levissimo” a semplice “bibitaro” della notizia.

Destra e sinistra, pari sono.

Quindi è inutile perdersi nell’infantile teatrino del “quando tocca a voi, eccetera, eccetera” . E quelli, di rimando: “Perché voi che fate?”.

Quella di stare dalla parte giusta della storia è un’idea pericolosa. Il giornalista non è una specie di Mosè. Ma non è neppure un magistrato. Non è un pubblico ministero. Non è un’autorità morale. È un giornalista. La sua forza dovrebbe stare nelle prove, nella verifica, nel contraddittorio, nella capacità di distinguere il fatto dal sospetto e il sospetto dal giudizio.

 

Quando invece l’inchiesta diventa anche una forma di autorità morale, il rischio è che il giornalista finisca per identificarsi con il ruolo dell’accusatore.

E allora arriva il momento più difficile: quando l’accusatore viene messo a sua volta sotto accusa, anche soltanto sul piano mediatico e professionale.

Non significa che le accuse o le insinuazioni riguardanti Ranucci siano vere a prescindere. E sarebbe sciocco stabilirlo sulla base di fotografie, titoli di giornale o impressioni.

Significa soltanto che anche Ranucci deve poter essere sottoposto a quella stessa verifica che per anni ha rivendicato per gli altri. Quella verifica che implica, e implica sempre, il rischio della tremenda “macchina del fango”.

È questa, in fondo, la vera prova dell’indipendenza giornalistica: non essere intoccabili. Essere disposti a essere toccati dalla realtà. Anche quando emana un cattivo odore.

Forse è per questo che quelle fotografie ci hanno colpito. Non perché mostrino un uomo “finito”. Non lo sappiamo e non sarebbe serio dirlo.

Mostrano, semmai, qualcosa di più interessante: la fragilità di una posizione di potere quando il potere cambia direzione.

Dalle stelle alla stalla? Forse è una formula troppo alla buona, e forse persino troppo cattiva.  

Ma c’è una verità più sobria: chi per mestiere mette gli altri sotto la lente deve prima o poi accettare di finirci dentro.

E quando succede, la lente non deve essere né più benevola né più feroce.

Deve essere semplicemente la stessa.

Carlo Gambescia

 

2 commenti:

  1. Applausi per la foto della copertina di Un uomo in crisi, secondo album di Claudio Lolli. Un saluto

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