C’è un giornalismo che racconta ciò che accade. E ce n’è un altro che, prima ancora di raccontarlo, decide che cosa il lettore deve temere.
È il giornalismo allarmistico. Non è detto che inventi le notizie. Il meccanismo è più sottile: seleziona, enfatizza, semplifica, collega e infine drammatizza. La notizia resta vera, almeno in parte. Ma il suo significato viene alterato dal modo in cui viene confezionata.
La prima pagina della “Verità” che accompagna queste riflessioni offre un esempio quasi didattico. Il titolo principale proclama: “La difterite l’hanno portata i migranti”. Sopra, però, il sottotitolo parla di un dato assai più circoscritto: prima del 2022, in Europa, si registravano pochi casi; successivamente le infezioni sono aumentate e gli studi epidemiologici hanno evidenziato che molti contagi potrebbero essere avvenuti lungo le rotte migratorie.
Ma la stessa documentazione scientifica mostra un quadro più complesso, nel quale entrano anche la circolazione del batterio nei Paesi d’origine, il livello di vaccinazione e le condizioni di sovraffollamento incontrate durante il viaggio e nei centri di accoglienza (*).
Notate la trasformazione: da una spiegazione epidemiologica articolata si passa a “l’hanno portata”. Da una formulazione prudente, che prende in considerazione una possibile dinamica di trasmissione, si passa a una responsabilità formulata come certezza. Da un fenomeno epidemiologico, neutralmente affettivo, si passa a un soggetto collettivo ad alto rischio affettivo: i migranti.
È qui che comincia il giornalismo allarmistico. Non quando si dà una notizia sgradita, ma quando si costruisce, attraverso il titolo e la selezione delle informazioni, una relazione immediata fra paura, colpa e nemico. Il lettore non viene più invitato a capire. Viene invitato a reagire.E il fenomeno non riguarda soltanto la "Verità", né soltanto una parte politica. Cambiano i nemici, cambiano le parole d’ordine, cambiano le sensibilità ideologiche, ma il meccanismo può essere sorprendentemente simile. Il giornalismo militante tende a trasformare la complessità in una storia moralmente semplice: qualcuno è colpevole, qualcuno è vittima, qualcuno deve essere accusato.
Il problema è che la realtà sociale non funziona così. La società moderna è fatta di cause multiple, effetti indiretti, probabilità, responsabilità distribuite, fenomeni che si sovrappongono. Il buon giornalismo dovrebbe proprio fare questo: rallentare la nostra reazione istintiva, introdurre distinzioni, verificare i nessi causali, mettere le informazioni in ordine.
Il cattivo giornalismo fa esattamente il contrario: prende un fenomeno complesso e lo riduce a una formula. Poi trasforma la formula in titolo. E infine trasforma il titolo in indignazione.
La prima pagina della "Verità" mostra bene anche un secondo elemento: la continuità dell’allarme. Migranti, malattie, guerre, magistratura, televisione, woke, terremoti, sicurezza. Ogni giorno deve esserci qualcosa che minaccia qualcuno. Il giornale diventa così una sorta di sirena permanente. E una sirena che suona in continuazione finisce per produrre un effetto paradossale: non informa più sul pericolo, costruisce una condizione permanente di pericolo.
È quella che potremmo chiamare la politica dell’allarme. O anche “democrazia emotiva”. Il lettore viene educato a pensare che dietro ogni fatto ci sia un’aggressione, dietro ogni fenomeno un responsabile, dietro ogni responsabilità un nemico. Il mondo non è più un insieme di problemi da comprendere, ma una successione di emergenze da fronteggiare.
È la logica della caccia alle streghe trasferita nel sistema dell’informazione. La caccia alle streghe, naturalmente, non richiede più streghe. Richiede soltanto un meccanismo attraverso il quale un gruppo venga identificato come causa del male e, soprattutto, venga trasformato in un oggetto permanente di sospetto.
Che fare, allora? L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero e quella di stampa. E questa libertà deve valere anche per il giornalismo che non ci piace, che consideriamo fazioso o perfino irresponsabile. Il problema va dunque affrontato anzitutto sul terreno professionale, culturale e politico, non attraverso una nuova fattispecie penale buona per mettere a tacere il giornale di turno.
Perché oggi potrebbe essere la "Verità". Domani potrebbe essere un giornale progressista. Dopodomani un sito populista, una televisione, un influencer. Il principio liberale deve essere più importante del bersaglio contingente.
Il vero antidoto, insomma, non è uno Stato che decide quali titoli siano leciti. È un sistema dell’informazione nel quale il lettore impari a riconoscere la differenza fra una notizia e la sua messa in scena.
Il problema è che questo antidoto richiede tempo, mentre l’allarme è velocissimo. Un titolo come “La difterite l’hanno portata i migranti” richiede due secondi per essere letto e produce immediatamente un’emozione. Spiegare invece che cosa significhino i dati epidemiologici, distinguere fra origine dell’infezione, luogo della trasmissione e responsabilità collettiva, valutare le modalità di contagio e i limiti degli studi richiede molto più tempo.
Ma c’è di più. Il titolo non è soltanto la confezione della notizia: può diventare la notizia stessa. Una parte crescente dell’informazione viene consumata attraverso titoli, notifiche, post e frammenti condivisi sui social. Il lettore può reagire a una formulazione senza avere mai letto l’articolo che dovrebbe sostenerla.
In questo modo la mediazione giornalistica rischia di trasformarsi in una macchina per produrre reazioni prima ancora che conoscenza. Una spia che si accende in continuazione.
Ed è qui che il problema diventa politico, nel senso più ampio del termine. Una democrazia liberale ha bisogno di cittadini capaci di discutere fatti controversi senza trasformare ogni controversia in un conflitto fra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, amici e nemici. Ha bisogno di informazione, ma anche di tempo, distinzione e proporzione.
Purtroppo il giornalismo contemporaneo, stretto tra social network e algoritmi, sembra sottoposto a una tentazione potentissima: sostituire la comprensione con la reazione.
Ed è forse questa, oggi, la forma più moderna della caccia alle streghe: non inventare necessariamente il pericolo, ma prendere un pericolo reale, semplificarlo, attribuirgli un volto e consegnarlo al pubblico già trasformato in un nemico.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2311981 .




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