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*********************senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica"*******************
lunedì 15 novembre 2010
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lunedì 23 maggio 2022
La strage di Capaci e la macchina mitologica
Sebbene sulla strage di Capaci sia stata fatta piena luce, come si può capire dalla chiusa dell’omonima voce wiki, la costruzione della macchina mitologica del complotto occulto mantiene tuttora il suo fascino perverso.
Intanto, qui, le conclusioni dirimenti di Sergio Lari, procuratore di Caltanisetta:
«Infine nel 2013 la Procura di Caltanissetta archiviò definitivamente l’inchiesta sui “mandanti occulti” poiché le indagini non avevano trovato ulteriori risultati investigativi: “Da questa indagine non emerge la partecipazione alla strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall’inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell’inchiesta sull’eccidio di Via D’Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni” »
(Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, in un’intervista al “Giornale di Sicilia” aprile 2013 *)
Oggi, come ogni 23 maggio, si celebra l’anniversario della tragica morte di Giovanni Falcone, della consorte e degli uomini della scorta. E come ogni 23 maggio non si riflette sulla forza del mito, anzi della macchina mitologica, per usare il termine valorizzato da Furio Jesi.
Innanzitutto del mito repubblicano, ormai rappresentato da Giovani Falcone, giustamente celebrato per carità. In secondo luogo dal mito del romanzo criminale sulla mafia tentacolare, politicamente tentacolare.
Si ripete spesso come la politica, dopo la caduta dei totalitarismi novecenteschi, sia tornata finalmente ad essere una attività razionale. In grado di tenere sotto controllo l’uso del linguaggio mitologico.
Linguaggio che invece parla all’immaginazione, allontanandosi dalla realtà delle cose: una specie di macchina musicale, una misteriosa music box che conquista i cuori ma brucia le menti. Una macchina che piuttosto che essere a guardia dei fatti, punta alla coesione di una comunità immaginaria. La macchina mitologica fagocita il concetto di pubblica opinione, traducendolo in comportamento di massa, nel rituale del crucifige.
Ad esempio, uso della ragione significa respingere, nel bene come nel male, qualsiasi idea di carisma, elemento mitologico fondamentale. Non credere, insomma, nelle misteriose virtù taumaturgiche dei capi, buoni o cattivi che siano. Per dire una cosa sgradevole, ma incontrovertibile, la deificazione mitica di un re, di un eroe, di un criminale, risponde alla stessa macchina mitologica del superuomo: cambia solo il contenuto non la forma della macchina che rinvia ai linguaggi e ai comportamenti stereotipati del pro o del contro.
D’altra parte essere dalla parte di una ragione, che lucidamente analizza le cose, significa rinunciare, per usare un termine alla moda, a qualsiasi di forma di deificazione individuale, come pure di complottismo rituale.
Oggi la mafia in Italia non è più vista come un’ organizzazione criminale, un fatto sociologico, ma come una mitologica piovra dai tentacoli invisibili, che naturalmente arrivano fino a Roma.
Ci si dovrebbe perciò interrogare sui danni irreversibili all’intelligenza italiana causati dal romanzo sulla mafia (**). Non solo però: si pensi anche ai danni provocati all’idea di una liberal-democrazia, laica, lucida, razionale, in una parola sciasciana, capace di battersi contro la mafia evitando accuratamente di restare prigioniera dei meccanismi della macchina mitologica.
Purtroppo le cose non vanno così, e anche quest’anno si ripetono a pappagallo i copioni sui "depistaggi" e su "tutto quello che non torna".
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Capaci .
(**) Qui alcuni miei articoli dedicati alla questione del “romanzo criminale” sulla mafia: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=romanzo+criminale .
venerdì 17 aprile 2026
Trump e Meloni: il sovranismo alla prova della realtà
Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump si incrina. Non è un dettaglio, è un sintomo. Che ne sarà allora dell’“internazionale sovranista” (oggi i “fascisti”, tra di loro si chiamano e si fanno chiamare così): stessi nemici, stessi linguaggi, stessa idea di politica.
In sintesi, come ora spiegheremo, siamo al cospetto di una conflitto fra sovranismo e realtà.
Chi vincerà? Difficile dirlo. Parliamo, purtroppo, di un fronte in apparenza compatto contro liberalismo, globalizzazione, élite. Che però – ed è questo il punto interessante – si sta scontrando con la realtà: Iran, Israele, Ucraina, basi militari, alleanze. Improvvisamente ognuno torna a fare quello che gli stati fanno da sempre, cioè difendere i propri interessi. Per dirla in chiave metapolitica: muoversi secondo una volontà di potenza insita nei processi ricostitutivi del potere.
Fine dell’illusione? Diciamo che, per ora, il sovranismo sembra funzionare finché rimane romanzo popolare, qualcosa “di pancia”; se si preferisce, per dirla in chiave cine-letteraria, una sorta di “”romanzo criminale: una banda che si immagina sistema.
Quando diventa governo – il cosiddetto sovranismo realizzato – si trasforma in politica estera. E la politica estera non ha amici ideologici, ma vincoli. Così, alla prima crisi seria, i sovranisti “realizzati” scoprono di essere semplicemente nemici di qualsiasi internazionale, anche di quella sovranista.
Questa frattura non nasce dal nulla. Si inserisce in un clima più ampio: anni di delegittimazione del liberalismo, spesso condotta con una leggerezza sorprendente. Il liberalismo è stato ridotto a caricatura: élite, mercato, perdita di identità, debolezza. Come già accaduto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, ma si potrebbe risalire fino al pensiero controrivoluzionario dell’Ottocento.
Attaccato in modo ingiusto. Si pensi, in non pochi casi, ai figli irriconoscenti verso un padre che probabilmente li ha solo viziati. Certo, lo si è attaccato, in parte con ragioni dette male, grossolane o dette a metà. Il risultato è stato un progressivo indebolimento della sua legittimità. E quando si toglie dal tavolo un sistema imperfetto ma funzionante, non resta il vuoto: resta un mondo più competitivo, più frammentato, più esposto alla logica della forza. È esattamente quello che stiamo vedendo: leader che parlano di guerra con crescente disinvoltura, e la praticano, alleanze che reggono finché convengono, equilibri sempre più instabili.
Dentro questo scenario, anche chi ha costruito il proprio consenso contro il “globalismo” si trova a fare i conti con ciò che ha contribuito a indebolire. Giorgia Meloni non segue Donald Trump sull’Iran, prende le distanze su altri dossier, mantiene una linea su Kiev: non per incoerenza, ma per necessità. Governare significa stare dentro un sistema di vincoli che il romanzo criminale sovranista tende a rimuovere, e quei vincoli hanno un nome preciso: ordine liberale internazionale.
A questo punto la domanda torna inevitabile: valeva la pena alzare i
toni, evocare conflitti, delegittimare quel sistema — contraddittorio ma
capace di tenere insieme commercio, cooperazione e una riduzione della
guerra — per ritrovarsi in un contesto più instabile?
Emblematici di questo errore sono i pernacchi – se ci si passa
l’espressione – verso Biden. Insulti politicamente miopi: perché
l’amministrazione Biden ha rappresentato, pur con tutti i suoi limiti,
un tentativo di stabilizzazione dell’ordine internazionale liberale,
oggi invece più esposto a logiche conflittuali e competitive.
Certo, il liberalismo non è innocente, non è perfetto, non promette la pace eterna. Ma ha fatto qualcosa di molto concreto: ha messo le briglie alla guerra, l’ha resa più costosa, meno frequente, meno legittima, e ha creato uno spazio in cui il conflitto non era l’unico linguaggio disponibile. E quando è stato davvero messo alla prova, ha dimostrato anche altro: di sapersi difendere e di saper vincere, come nella lotta contro i totalitarismi del Novecento, dal nazifascismo in poi. Ecco la grande lezione del 1945. Che, quando si dice il caso, Trump, Meloni e altri leader sovranisti fingono di non ricordare o addirittura ignorano, confidando nella cattiva memoria dei figli ingrati di cui sopra.
In realtà, la lezione del 1945 non è un dettaglio storico, è un dato politico: il liberalismo non solo limita la guerra, ma quando serve sa combatterla.
Criticarlo è legittimo, anzi necessario; ma c’è una differenza tra criticare e delegittimare. Perché quando un sistema viene eroso senza un’alternativa credibile – cosa, tra l’altro, non facile da individuare, se si sottovalutano le differenze tra il prima e il dopo del liberalismo – non si apre uno spazio neutro: si apre uno spazio che qualcuno riempie, di solito con strumenti più semplici e più duri: forza, identità, contrapposizione.
In questo senso la rottura tra Giorgia Meloni e Donald Trump rischia di essere più di un episodio, che si ricomponga o meno. Perché, a prescindere da tutto, rappresenta il momento in cui il romanzo criminale sovranista si scontra con il mondo reale. E il mondo reale è sempre meno ideologico e più duro. Come insegna la metapolitica, e senza fare sconti. Quindi, per dirla poeticamente, la frattura è nel destino di ogni sovranismo, di ogni nazionalismo, di ogni fascismo. Perché inevitabilmente frantuma le briglie liberali.
Se c’è una morale, è questa: il liberalismo non elimina la guerra, ma è finora l’unico sistema che ha dimostrato di saperla limitare senza doverla esaltare e che, quando necessario, ha saputo anche difendersi con successo.
E non è poco, visto com’è andata ogni volta che abbiamo provato a fare a meno del liberalismo.
Carlo Gambescia
sabato 30 marzo 2019
Mattarella ha firmato, unendo “Letterina”, come se non conoscesse i suoi interlocutori politici, a cominciare da un Masaniello mediatico come Paragone né, soprattutto, i devastanti effetti di ricaduta mediatica delle Commissioni d’inchiesta . Eppure il Capo dello Stato insegnava Diritto parlamentare.
Presto detto: possiamo attenderci solo l’ulteriore, e forse definitiva, delegittimazione del sistema bancario, sistema, che, a prescindere da cosa ne pensassero Balzac e Marx, resta invece il cuore pulsante dell’economia di mercato. Se si ferma, l'organismo economico muore.
mercoledì 12 settembre 2018
mafia che viene...
mercoledì 15 maggio 2019
venerdì 25 maggio 2012
sabato 27 aprile 2019
lunedì 13 dicembre 2021
Presi tra due fuochi: Pro Vax e No Vax
Funzionano i vaccini? Non funzionano? Il problema, sociologicamente parlando non è questo. O comunque, come vedremo, non è solo questo.
Per quale ragione? Perché si è creata una situazione divisiva che vede una parte, quella filogovernativa, Pro vax, sostenere che i vaccini funzionano egregiamente, e un’altra parte, quella No Vax, ritenere che i vaccini non servono o addirittura fanno male. Insomma, tra i seguaci delle due tesi non c’è ponte comunicativo.
Sullo sfondo, però, ecco la grande questione, c’è un’epidemia, pardon pandemia, che segue il suo corso, colpendo mortalmente, ora però in misura staticamente inferiore, solo gli ultraottantenni e le persone, come dicono i medici, con patologie pregresse. In tutti gli altri casi, se il virus colpisce è curabile. Questi i fatti. Che però ogni parte in lotta vede a suo modo.
Per capirsi, esistono insieme, pur seguendo strade diverse, l’epidemia-pandemia e la rappresentazione dell’epidemia-pandemia.
Il conflitto tra Pro Vax e No Vax si svolge sul piano della rappresentazione pubblica del romanzo epidemico-pandemico (poi vedremo come si articola). Perciò di una battaglia politica che non esclude, tra i contendenti, il ricorso a menzogne, colpi bassi, eccetera, eccetera. Atteggiamenti bellicosi e isterici rilanciati in chiave massmediatica con toni infantili sempre più alti, da “democrazia emotiva”, anzi nevrotica, che non lasciano spazio alla pacata riflessione.
I due approcci – Pro Vax (“Ultimi giorni dell’umanità”) e No Vax ( “È in atto un complotto politico-sanitario”) – sono inadeguati. E vanno nella comune e disastrosa direzione del dialogo tra sordi. O se si preferisce della politica della logica: dello scontro fine a se stesso.
Ovviamente, a trarne i maggiori vantaggi, per ragioni di posizione, sono i Pro Vax, allineati con il governo. Una macro-struttura che dispone di mezzi coercitivi e dell’appoggio mediatico mainstream, legato all’inevitabile fascino del potere politico a portata di mano.
Il che spiega la ridicolizzazione dei No Vax, che però a loro volta dipingono gli avversari, cadendo ugualmente nel ridicolo, come tenebrosi cospiratori.
Che fare? L’errore fondamentale è stato commesso dai governi che si sono succeduti negli ultimi due anni. Che hanno sposato la logica della rappresentazione emotiva, o peggio ancora nevrotica. Un scelta che non poteva non scatenare una risposta altrettanto scomposta e irrazionale da parte della gente. Sia in direzione Pro Vax che No Vax.
Il discorso pubblico di conseguenza si è inabissato, fino a toccare i fondali, seppure esistono, della pericolosa metamorfosi dell’avversario in nemico e del nemico in capro espiatorio. Il famigerato sonno della ragione.
Perciò, al punto in cui siamo, appellarsi ai dati è inutile o quasi. No Vax e Pro Vax vedono solo quello che vogliono vedere. Il disegno generale è quello della guerra totale: dei vincitori e dei vinti.
Pertanto, c’è poco da fare. La rappresentazione dei fatti, ossia il romanzo epidemico-pandemico cui accennavamo – salvifico millenarista (Pro Vax) o criminale-complottista (No Vax) – ormai ha assunto forza propria e va avanti da solo, indipendentemente dagli uomini, che pure si illudono di dominare la situazione.
Ovviamente, i Pro Vax, dispongono di mezzi politici e mediatici, che i No Vax neppure sognano. Inoltre, l’ inevitabile conformismo di massa gioca a favore delle politiche governative Pro Vax.
Chi scrive, attenzione, non è dalla parte dei Pro Vax come dei No Vax, ma della ragione, della riflessione, della mediazione politica. È contrario allo stato d’emergenza (che si vuole prorogare ancora per altri sei mesi) come alle fantasticherie complottiste (che viaggiano a velocità pericolosa sui social).
Per prima cosa andrebbero abbassati i toni. E invece accade l’esatto contrario
Ieri l’ Ansa ha pubblicato una foto di Draghi, con i baffetti hitleriani, diffusa, si dice, da alcuni gruppi No Vax, che, come si legge, vorrebbero passare alle vie di fatto contro il Premier.
Il ridicolo fotomontaggio, perché di questo si tratta (soprattutto se paragonato alle tragiche foto di Moro nelle mani dei brigatisti rossi), sembra essere una trovata goliardica, per quanto di pessimo gusto. Per contro, non sembra meno grave la scelta editoriale della maggiore agenzia di stampa italiana di spingere sul pedale del romanzo criminale sull’epidemia, pardon pandemia.
I No Vax non sono “quattro scemi”, come talvolta si legge. Sono la punta dell’iceberg di un’Italia impaurita, nevrotica che per ora crede al governo e ai media mainstream. Un governo che invece di ponderare le scelte demonizza qualsiasi critica. Provocando, per il momento, sebbene in pochi, reazioni altrettanto emotive e radicali.
Dicevamo all’inizio che il problema non è quello del funzionamento del vaccino.
In realtà, una volta spiegato il ruolo trainante, sul piano sociologico, del romanzo sull’epidemia-pandemia, c’è da augurarsi il lieto fine, perché il governo ha inopinatamente sposato la tesi “degli ultimi giorni dell’umanità”. Di conseguenza, se la campagna vaccinale dovesse fallire il governo finirebbe per perdere del tutto la testa e provocare reazioni di segno contrario di intensità collettiva crescente. E se i No Vax sono l’altra faccia della stessa medaglia nevrotica non c’è di che essere allegri.
Siamo tutti presi tra due fuochi.
Carlo Gambescia
mercoledì 5 marzo 2014
sabato 31 maggio 2025
Il Sud e il paradosso della modernizzazione criminale
Il problema del Sud nel mondo è questione legata allo sviluppo della modernità. Con lo sviluppo della moderna economia industriale c’è chi è rimasto indietro, per scelta, necessità, caso.
Si pensi ai “sudisti” negli Stati Uniti legati a un’ arcaica economica schiavistica da latifondo romano. Ma si pensi anche a intere aree, come l’Europa mediterranea rispetto al Nord Europa. La stessa Russia zarista aveva il suo Sud più a Nord, Nord Est, nella Siberia, sconfinante nella Russia asiatica.
Diciamo pure che non è esclusivamente questione di posizione geografica (Nord, Sud) ma di posizione rispetto allo sviluppo della modernità economica (capitalismo e scambi globali), culturale (relativismo e tolleranza), politica (stato di diritto ed istituzioni parlamentari).
Insomma di apertura o chiusura verso le forme di società moderna appena ricordate. Ad esempio la chiusissima Corea del Nord non si può definire più moderna della Corea del Sud, che pur con alcuni limiti politici, è un buon esempio di società aperta rispetto alla società totalitaria rappresentata dalla Corea del Nord.
Pertanto quando si scrive del Sud possiamo rilevare due atteggiamenti: o un invito a modernizzarsi o un invito, in senso contrario, a demodernizzarsi. Ovviamente esistono anche posizioni intermedie, che per semplificare, ignoriamo.
Per venire all’Italia qualche anno fa ebbero una certa fortuna i libri di Franco Cassano sulla necessità per il Sud di riscoprire certa lentezza antropologico-culturale che ne innervava la storia. Cassano non era un controrivoluzionario eppure le sue idee racchiudono tuttora critiche non proprio tenere verso la modernità. Certo, nulla a che vedere ovviamente con i toni elegiaci di un Marcello Veneziani (da ultimo, si veda il caramelloso C’era una volta il Sud).
Comunque sia, Cassano resta lontano anni luce dai difensori della modernizzazione del Sud. Sul piano storico novecentesco, pensiamo a Nitti (economica e fiscale), Salvemini ( in primis, culturale), Gramsci (socialista e rivoluzionaria).
Paradossalmente, come provano, su versanti culturalmente opposti, anche stilisticamente parlando, i libri di Sciascia e di Saviano, le uniche reti sociali, preesistenti alla modernizzazione, che hanno saputo andare al passo con i tempi sono le organizzazioni mafiose e camorristiche (d'ora in avanti useremo solo il termine mafia, per ragioni brevità).
Per capire, al volo, quindi al di là della pagina scritta, come queste reti abbiano accettato e vinto la sfida della modernità, basta la visione – nell’ordine – di film come “In nome della legge” di Germi (1949), “Le mani sulla città” di Rosi (1963), “Gomorra” di Garrone (2008), “Suburra” di Sollima (2015).
Nel film di Germi è la mafia stessa a consegnare un colpevole alla Giustizia, in quello di Sollima sono alcuni avidi uomini di legge a fiancheggiarla.
Va detto che la letteratura sulla mafia si è trasformata in una specie di “romanzo criminale”, anche a sfondo ideologico, soprattutto nell’immaginario di sinistra, che ha fatto fare soldi a palate a editori e produttori. Però questo fatto qui non interessa. Ci preme solo evidenziare la capacità di adattamento alla modernità, come fenomeno economico (capitalismo e scambi globali), mostrata da un organismo in apparenza arcaico (la mafia).
Ovviamente per la mafia si può parlare di una integrazione economica nella modernità, che esclude l’integrazione politica (stato di diritto) e l’integrazione culturale (relativismo e tolleranza). Mentre il resto della società meridionale, a parte una minoranza illuminata, sociale e intellettuale, si è integrata politicamente e culturalmente ma senza convinzione, in modo passivo.
In sintesi: da una parte c’è una mafia attivamente integrata sul piano economico, dall’altra una società che non ha mai completato il processo di adattamento alla modernità economica, politica e culturale che vivacchia in termini di integrazione passiva.
Perché un’ associazione criminale è stata più abile della società non criminale nell’intercettare la modernità?
Probabilmente perché la sua élite dirigente si è mostrata superiore all’élite dirigente della società civile. Il che spiega, storicamente parlando, il divario mai colmato tra Nord e Sud. Una questione di qualità della rispettive classi dirigenti.
Del resto la selezione è inevitabile, perché la società è sempre governata da pochi. Siamo davanti a una regolarità metapolitica. Diciamo però che al Sud la selezione delle élite dirigenti ha premiato i “cattivi”. Il che spiega per ricaduta anche le connivenze tra mafia e politica e la guerra allo stato. In un’alleanza è sempre l’alleato più forte a indicare il nemico. E quale nemico poteva indicare la mafia alla politica? Lo stato.
In definitiva, il problema del Sud non è solo questione di sottosviluppo, né si riduce a una cartolina pittoresca da riscoprire con nostalgia. È, piuttosto, il risultato di un processo di modernizzazione zoppo, dove i meccanismi naturali di selezione delle élite, ai quali, si badi, non si comanda, hanno premiato l’adattabilità del crimine all’economia di mercato, mentre hanno penalizzato la società civile, che a dire il vero, neppure si è posta il problema di costruire classi dirigenti autenticamente moderne. Del resto non si tratta di cosa facile, perché una società tende a premiare il successo, spesso a spese dei valori morali: i più abili, senza tanti addentellati morali.
Non si tratta di cedere al determinismo geografico, culturale o sociologico. Si tratta, più semplicemente, di riconoscere una regolarità metapolitica: le società cambiano quando cambiano le loro élite. E le élite cambiano solo se intravedono, con lucidità, un possibile successo all’orizzonte. Il resto è letteratura.
Il Sud ne verrà fuori? Forse. A una condizione: che emergano élite capaci di rompere il patto tacito con l’illegalità e di parlare un linguaggio della modernità non subìta, ma costruita.
Il che, ripetiamo, non è facile perché questione di secoli, forse di generazioni. Ad esempio un grande patrimonio, non solo economico, si accumula e disperde almeno in quattro generazioni. Per capirsi: i fondatori, i figli dei fondatori, che apprendono dai padri, i nipoti, che non hanno respirato la stessa atmosfera del fondatore, i figli dei nipoti, che ignorano ogni cosa. E che perciò potrebbe prendere altre strade, addirittura opposte.
Perciò come ogni questione secolare, richiede pazienza. Ma soprattutto una corretta selezione sociale delle élite. Che però spesso è affidata al caso e come detto non risponde a imperativi morali categorici.
Un bel rebus. Metapolitico.
Carlo Gambescia
sabato 28 febbraio 2026
Da Piombino a Trump: quando l’avversario viene liquidato come un criminale
Tutto parte da un episodio che, preso da solo, potrebbe sembrare una boutade, a Piombino, città Medaglia d’oro della Resistenza e piccola-grande patria del mio amico editore Gordiano Lupi, un consigliere comunale di Fratelli d’Italia, sui Social, commentando i fatti di Torino, ha definito l’antifascismo una “mafia”. Parola pesante, non scelta a caso. Non un insulto generico, ma un’accusa precisa: l’antifascismo come potere occulto, intimidatorio, illegittimo e violento.
Non è un incidente isolato. Lo stesso schema discorsivo circola da tempo in gruppi come il Blocco Studentesco, dove l’antifascismo viene descritto come una sorta di apparato repressivo che controlla scuole, università, cultura. La sostanza è sempre la stessa: non più una tradizione politica pluralista e costituzionale, ma una devianza criminale.
Qui il punto non è difendere ogni pratica o ogni soggetto che si richiami all’antifascismo. Il punto è un altro, più profondo e più inquietante: lo slittamento dalla critica politica alla criminalizzazione identitaria.
In sintesi: “Non condivido le tue idee, perché tu sei un mafioso”. “Non ti rispondo, perché tu non sei un legittimo interlocutore”. Discorso chiuso.
Lo stesso meccanismo lo vediamo all’opera sul fronte delle migrazioni. Il migrante non può delinquere: è il delinquente. Spaccia, ruba, violenta, sempre, comunque, per definizione. Così come l’antifascista non è un cittadino impegnato ma un mafioso, il migrante non è una persona ma un problema penale ambulante.
Questo doppio registro produce un effetto micidiale: espelle simbolicamente intere categorie da una cittadinanza morale reinventata. Non sono più “bravi cittadini italiani”. Anzi, sono qualcosa che disturba, che contamina. E qui affiora, neppure troppo sotto traccia, un lessico che pensavamo sepolto: sangue, purezza, “inquinamento” razziale.
Non è un caso se queste ossessioni riemergono anche nella cultura popolare, non solo italiana. Il cinema americano, soprattutto quando è impegnato, ha antenne sensibili. Il film “Una battaglia dopo l’altra”, tratto da un romanzo di Thomas Pynchon, scrittore visionario (ma talvolta a pensar male…), con Leonardo DiCaprio e Sean Penn, racconta un’America in cui certa élite WASP — soprattutto quando occupa posizioni di potere — percepisce il migrante e il militante antifascista come “avvelenatori del sangue americano”. Non avversari, non nemici politici, ma corpi estranei.
Ed è qui che Piombino smette di essere una periferia politica italiana e diventa una tappa di un percorso più ampio. Perché lo stesso schema retorico domina oggi la scena politica statunitense, incarnato in modo brutale da Donald Trump.
Nel suo linguaggio pubblico l’oppositore non sbaglia mai: è criminale, è pazzo, è degenerato. Il dissenso non è un diritto, è una patologia. Non sorprende, allora, che persino un attore come De Niro venga simbolicamente “deportato” a parole (per ora), insultato per il suo presunto basso QI, ridotto a caricatura. Non è una misura di governo, certo. Ma è un segnale culturale potentissimo: chi dissente va umiliato.
Ma ci sono anche le misure di governo. La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti attacca Donald Trump — notizia di oggi — perché la sua offensiva contro lo jus soli puzza di selezione etnica, non di sicurezza. Dietro il linguaggio “legale” sull’immigrazione riemerge la difesa WASP della purezza del sangue, travestita da ordine pubblico. Non è solo uno scontro politico, ma uno strappo simbolico: chi nasce negli Stati Uniti non è più automaticamente “americano” se il sangue non è quello giusto.
C’è però un’osservazione ulteriore da fare: il nuovo autoritarismo non nasce con i carri armati, ma con il vocabolario. Prima si ridefiniscono le parole, poi le persone. Prima si trasforma l’avversario in criminale, poi diventa naturale escluderlo, punirlo, zittirlo.
Si pensi al concetto di antifascismo. Il trucco retorico è semplice (e un po’ vecchiotto): 1)si prende un concetto storico e costituzionale; 2) lo si svuota del contesto; 3) lo si trasforma in un attore occulto che censura, esclude, punisce.
Risultato: non si discute più del fascismo, ma dell’antifascismo come problema. È uno slittamento semantico deliberato.
L’antifascismo può essere pluralista, conflittuale, in alcuni gruppi anche violento — come ogni cultura politica viva — ma chiamarlo “mafia” è un abuso concettuale. La mafia è un’organizzazione criminale segreta; l’antifascismo è una tradizione pubblica, inscritta nella nascita della Repubblica e nella Costituzione. E non nasce nel 1943, come suggerisce certa retorica neofascista, che punta, abusandone, sul mantra complottista dei mafiosi italo-americani sbarcati in Sicilia con gli Alleati, ma già nel 1919, in parallelo con l’ascesa del fascismo, segnata fin dall’inizio da violenze e distruzioni, che spinsero all’esilio non pochi italiani, di estrazione operaia e borghese. Altri invece finirono negli artigli del Tribunale Speciale fascista, altri ancora assassinati. Confondere mafia e antifascismo non chiarisce un bel nulla : serve solo a delegittimare.
I nuovi fascismi — in Europa come negli Stati Uniti — riattivano un copione già visto. Parlano di popolo sano, di nemico interno, di purezza da difendere, di repressione come igiene sociale. La differenza è che oggi tutto questo passa attraverso talk show, social network, consigli comunali. È normalizzato.
Non aiuta una cornice politica che tende a legittimare un discorso pubblico polarizzato, conflittuale e moralizzante, nel quale frasi come “antifascismo = mafia” trovano terreno fertile. Un terreno sul quale Giorgia Meloni, ad esempio, si muove con grande abilità.
Ecco perché l’uscita di Piombino non è folklore locale. È un sintomo grave. È il punto in cui il discorso politico smette di confrontarsi con le idee e comincia a schedare moralmente le persone: antifascista uguale mafioso, migrante uguale criminale, oppositore uguale pazzo.
Quando una democrazia accetta questo slittamento, ha già fatto un passo decisivo verso qualcosa di diverso da sé. Non serve evocare il ritorno del Ventennio. Basta osservare come si ridefinisce il confine tra “noi” e “loro” — e prendere atto, senza illusioni, che certi fantasmi non tornano mai in uniforme. Tornano parlando a nome del popolo, e pretendendo che chi non fa parte del coro venga liquidato come un criminale.
Partire da Piombino, oggi, significa capire molto più dell’Italia. Significa capire dove sta andando l’Occidente. E non è una direzione rassicurante.
Carlo Gambescia


























