Tutto parte da un episodio che, preso da solo, potrebbe sembrare una boutade, a Piombino, città Medaglia d’oro della Resistenza e piccola-grande patria del mio amico editore Gordiano Lupi, un consigliere comunale di Fratelli d’Italia, sui Social, commentando i fatti di Torino, ha definito l’antifascismo una “mafia”. Parola pesante, non scelta a caso. Non un insulto generico, ma un’accusa precisa: l’antifascismo come potere occulto, intimidatorio, illegittimo e violento.
Non è un incidente isolato. Lo stesso schema discorsivo circola da tempo in gruppi come il Blocco Studentesco, dove l’antifascismo viene descritto come una sorta di apparato repressivo che controlla scuole, università, cultura. La sostanza è sempre la stessa: non più una tradizione politica pluralista e costituzionale, ma una devianza criminale.
Qui il punto non è difendere ogni pratica o ogni soggetto che si richiami all’antifascismo. Il punto è un altro, più profondo e più inquietante: lo slittamento dalla critica politica alla criminalizzazione identitaria.
In sintesi: “Non condivido le tue idee, perché tu sei un mafioso”. “Non ti rispondo, perché tu non sei un legittimo interlocutore”. Discorso chiuso.
Lo stesso meccanismo lo vediamo all’opera sul fronte delle migrazioni. Il migrante non può delinquere: è il delinquente. Spaccia, ruba, violenta, sempre, comunque, per definizione. Così come l’antifascista non è un cittadino impegnato ma un mafioso, il migrante non è una persona ma un problema penale ambulante.
Questo doppio registro produce un effetto micidiale: espelle simbolicamente intere categorie da una cittadinanza morale reinventata. Non sono più “bravi cittadini italiani”. Anzi, sono qualcosa che disturba, che contamina. E qui affiora, neppure troppo sotto traccia, un lessico che pensavamo sepolto: sangue, purezza, “inquinamento” razziale.
Non è un caso se queste ossessioni riemergono anche nella cultura popolare, non solo italiana. Il cinema americano, soprattutto quando è impegnato, ha antenne sensibili. Il film “Una battaglia dopo l’altra”, tratto da un romanzo di Thomas Pynchon, scrittore visionario (ma talvolta a pensar male…), con Leonardo DiCaprio e Sean Penn, racconta un’America in cui certa élite WASP — soprattutto quando occupa posizioni di potere — percepisce il migrante e il militante antifascista come “avvelenatori del sangue americano”. Non avversari, non nemici politici, ma corpi estranei.
Ed è qui che Piombino smette di essere una periferia politica italiana e diventa una tappa di un percorso più ampio. Perché lo stesso schema retorico domina oggi la scena politica statunitense, incarnato in modo brutale da Donald Trump.
Nel suo linguaggio pubblico l’oppositore non sbaglia mai: è criminale, è pazzo, è degenerato. Il dissenso non è un diritto, è una patologia. Non sorprende, allora, che persino un attore come De Niro venga simbolicamente “deportato” a parole (per ora), insultato per il suo presunto basso QI, ridotto a caricatura. Non è una misura di governo, certo. Ma è un segnale culturale potentissimo: chi dissente va umiliato.
Ma ci sono anche le misure di governo. La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti attacca Donald Trump — notizia di oggi — perché la sua offensiva contro lo jus soli puzza di selezione etnica, non di sicurezza. Dietro il linguaggio “legale” sull’immigrazione riemerge la difesa WASP della purezza del sangue, travestita da ordine pubblico. Non è solo uno scontro politico, ma uno strappo simbolico: chi nasce negli Stati Uniti non è più automaticamente “americano” se il sangue non è quello giusto.
C’è però un’osservazione ulteriore da fare: il nuovo autoritarismo non nasce con i carri armati, ma con il vocabolario. Prima si ridefiniscono le parole, poi le persone. Prima si trasforma l’avversario in criminale, poi diventa naturale escluderlo, punirlo, zittirlo.
Si pensi al concetto di antifascismo. Il trucco retorico è semplice (e un po’ vecchiotto): 1)si prende un concetto storico e costituzionale; 2) lo si svuota del contesto; 3) lo si trasforma in un attore occulto che censura, esclude, punisce.
Risultato: non si discute più del fascismo, ma dell’antifascismo come problema. È uno slittamento semantico deliberato.
L’antifascismo può essere pluralista, conflittuale, in alcuni gruppi anche violento — come ogni cultura politica viva — ma chiamarlo “mafia” è un abuso concettuale. La mafia è un’organizzazione criminale segreta; l’antifascismo è una tradizione pubblica, inscritta nella nascita della Repubblica e nella Costituzione. E non nasce nel 1943, come suggerisce certa retorica neofascista, che punta, abusandone, sul mantra complottista dei mafiosi italo-americani sbarcati in Sicilia con gli Alleati, ma già nel 1919, in parallelo con l’ascesa del fascismo, segnata fin dall’inizio da violenze e distruzioni, che spinsero all’esilio non pochi italiani, di estrazione operaia e borghese. Altri invece finirono negli artigli del Tribunale Speciale fascista, altri ancora assassinati. Confondere mafia e antifascismo non chiarisce un bel nulla : serve solo a delegittimare.
I nuovi fascismi — in Europa come negli Stati Uniti — riattivano un copione già visto. Parlano di popolo sano, di nemico interno, di purezza da difendere, di repressione come igiene sociale. La differenza è che oggi tutto questo passa attraverso talk show, social network, consigli comunali. È normalizzato.
Non aiuta una cornice politica che tende a legittimare un discorso pubblico polarizzato, conflittuale e moralizzante, nel quale frasi come “antifascismo = mafia” trovano terreno fertile. Un terreno sul quale Giorgia Meloni, ad esempio, si muove con grande abilità.
Ecco perché l’uscita di Piombino non è folklore locale. È un sintomo grave. È il punto in cui il discorso politico smette di confrontarsi con le idee e comincia a schedare moralmente le persone: antifascista uguale mafioso, migrante uguale criminale, oppositore uguale pazzo.
Quando una democrazia accetta questo slittamento, ha già fatto un passo decisivo verso qualcosa di diverso da sé. Non serve evocare il ritorno del Ventennio. Basta osservare come si ridefinisce il confine tra “noi” e “loro” — e prendere atto, senza illusioni, che certi fantasmi non tornano mai in uniforme. Tornano parlando a nome del popolo, e pretendendo che chi non fa parte del coro venga liquidato come un criminale.
Partire da Piombino, oggi, significa capire molto più dell’Italia. Significa capire dove sta andando l’Occidente. E non è una direzione rassicurante.
Carlo Gambescia







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