domenica 7 giugno 2015

Mafia Capitale, 44 nuovi arresti
Carminati e Buzzi, 
i nipotini di  Lord Beveridge

Beveridge nipotini

Che c’entra Lord  Beveridge  con  Carminati e Buzzi?   Che relazione ci può essere tra il padre nobile  dello Stato Sociale Britannico ( e poi europeo) e due  volpi, per ora in gabbia,  nello spillare e lucrare su contributi e appalti pubblici?
Semplice. Più stato, più burocrazia,  più corruzione…  Ma come Lord Beveridge, non era l’economista che  nei lontani anni Quaranta del Novecento difese a spada tratta le politiche di  protezione sociale e  la  piena occupazione?  Appunto.  Negli anni Dieci del Ventunesimo secolo, in base alla  stessa logica assistenzialista,   per Carminati e Buzzi  un “migrante” da  “proteggere” e ’inserire”  vale un euro al giorno…  Prezioso "latte"  da “mungere” - si legge -   come vampiri attaccati alle mammelle delle sacre vacche pubbliche.  
Per non parlare di quel che è accaduto, stando ai giudici,  in  altri settori misti pubblico-privato, altro bel regalo concettuale di Lord Beveridge:   sanità, rifiuti, manutenzione.  Insomma, in quelle zone grigie  dove inevitabilmente alligna la corruzione (*). In qualche misura quel  "mondo di mezzo", teorizzato proprio da Carminati (**).  E per uscirne le manette non bastano.  Il problema è strutturale: lo stato deve fare un passo indietro. Soluzione  semplicistica?  Forse (***). Ma,  se è vero che le tentazioni fanno l’uomo ladro, allora  occorre “tagliare” le tentazioni:  a Beveridge si deve sostituire Hayek.  Serve una scossa.
Certo, va ammesso che Lord  Beveridge  era animato dalle migliori intenzioni. Infatti, per i buonisti di sinistra è tuttora un mito  (****).  Ma, ironia della sorte,  Carminati e Buzzi, laureatisi nelle aule della strada e del  carcere,   discendono “per li rami” proprio  dal  dottissimo  Rettore dell’University College di Oxford.  Nipoti degeneri?Mah...  Un albero si giudica dai suoi frutti.   
Forse, si potrebbe parlare di modello beveridigiano,  straccione, all’italiana. Ma modello beveridgiano rimane.

Carlo Gambescia     



mercoledì 3 giugno 2015

Il voto di domenica 31 maggio
Due parole sulle elezioni regionali



La destra imbecille (da Salvini ai rottami missini e di Forza Italia) non capisce che Renzi normalizza e prova a  liberare  -  finalmente -  l’Italia  dai dinosauri del comunismo rosso e nero.  Rottamazione che implica  la fine della mentalità fascista dell’antifascismo… Il che, per ora,  è cosa   più importante di qualsiasi programma economico, di destra e di sinistra, perché  va a minare l’egemonia della cultura catto-comunista. Renzi, somiglierà pure a Fonzie, ma è post-ideologico e pragmatico. Quel che occorre   per liberarci dai tromboni dolenti della Repubblica  con la "Costituzione più bella del mondo".   Non è  il massimo ma a qualcosa si deve rinunciare... Nessuno è perfetto.    
E invece gli Italiani  non hanno capito -  siamo sempre il popolo che ha inventato il fascismo ( e l'antifascismo...).  O non  votano  (“che me ne frega a me della politica”) o quando   votano   premiano gli estremisti  (da Salvini a Grillo).  E così ci ritroviamo  con  Renzi  in difficoltà, con una destra indecente che potrebbe vincere ma non governare, con un pugno di estremisti impolitici,  M5S, che sogna i comitati di salute pubblica.
Perfetto. Continuiamo a farci del male.

P.S.
I rottami post-aennini sono soddisfatti perché hanno raggiunto percentuali inferiori a quelle del Msi a guida rautiana… Contenti loro…


Carlo Gambescia


lunedì 1 giugno 2015


Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 6 aprile, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stata intercettata, in data 31/05/2015, ore 13.32, una conversazione intercorsa tra le utenze di Stato: n. 345**** in uso a S.E. FINZI MATTIA, e 367***, in uso a SENSINI FABIO, consulente per la comunicazione della Presidenza del Consiglio.  Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]

S.E. FINZI MATTIA: “Come va in Liguria?
SENSINI FABIO: “Forte astensione, voto incerto.”
S.E. FINZI MATTIA: “Veneto?”
SENSINI FABIO: “Forte astensione, risultato tra incerto e negativo.”
S.E. FINZI MATTIA: “Umbria?”
SENSINI FABIO: “Forte astensione, voto incerto.”
S.E. FINZI MATTIA: “Come voto incerto?!”
SENSINI FABIO: “Voto incerto.”
S.E. FINZI MATTIA: “Toscana? Non mi dire che va male in Toscana!”
SENSINI FABIO: “Forte astensione, voto non male.”
S.E. FINZI: “Non male.”
SENSINI FABIO: “Non male.”
S.E. FINZI MATTIA: “Non male…Campania?”
SENSINI FABIO: “Astensione in calo rispetto alle medie, voto non male.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ah sì? Astensione in calo?”
SENSINI FABIO: “Alle 12, in Puglia abbiamo un 20,89% di votanti contro un 17,69% in Toscana.”
S.E. FINZI MATTIA: “Però. Che gli abbiamo dato in Puglia?”
SENSINI FABIO: “Non al telefono. “
S.E. FINZI MATTIA: “In Toscana è una vergogna. Ce l’hanno con me?”
SENSINI FABIO: “Nel Mugello, c’è il 16,95% di votanti. Ma sai come sono quelli, sono…”
S.E. FINZI MATTIA: “…sono comunisti, va be’…ma ti ricordi che hanno eletto anche Di Pietro? Una volta, gli mettevi davanti il candidato e loro te lo votavano a occhi chiusi…”
SENSINI FABIO: “E’ finita, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “Dici?”
SENSINI FABIO: “Se ne sono accorti. Dai e dai se ne sono accorti perfino loro.”
S.E. FINZI MATTIA: “E’ un problema?”
SENSINI FABIO: “Un po’ sì, ma sono vecchi. Dovremmo fare come i tedeschi.”
S.E. FINZI MATTIA: “Come fanno i tedeschi?”
SENSINI FABIO: “Li mandano all’estero. Turchia, paesi così. C’è il sole, la vita costa poco…non pesano più sul welfare…”
S.E. FINZI MATTIA: “ Sì, ma il voto?”
 SENSINI FABIO: “Votare votano all’ambasciata, ma sai: quando sei vecchio e lontano da casa, non voti per il paese di oggi, voti per il paese che ti ricordi, per il paese di quando eri giovane…”
S.E. FINZI MATTIA: “Cioè, i nostri votano per Berlinguer!”
SENSINI FABIO. “Esatto.”
[pausa]
S.E. FINZI MATTIA: “E noi dove li mandiamo?”
SENSINI FABIO: “Che ne dici della Libia?”
S.E. FINZI MATTIA: “I pensionati in Libia…e l’ISIS?”
SENSINI FABIO: “Buona ragione per mandare un contingente, così presidiamo i pozzi di petrolio.”
S.E. FINZI MATTIA: “Da domani cominci a lavorare sui media.”
SENSINI FABIO: “ ‘I nostri nonni, i nostri ambasciatori di pace’. Che te ne pare?”
S.E. FINZI MATTIA: “Perfetto. E i primi vecchi li spediamo…”
SENSINI FABIO: “…dal Mugello.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ecco.”

 Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.o  Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Il Maresciallo Osvaldo Spengler, nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”


venerdì 29 maggio 2015

Il libro della settimana: Mario Missiroli, La monarchia socialista, Le lettere, Firenze 2015, pp. 138, Euro 15,00 ( recensione a cura di Teodoro Klitsche de la Grange) .  

http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&TS02_ID=1960


Una nuova edizione, impreziosita da un’introduzione di Francesco Perfetti ed arricchita di un’appendice (tra cui è bene ricordare la recensione a suo tempo scritta da Giovanni Gentile ed il breve saggio di Adriano Tilgher) di un libro famoso (pubblicato nel 1913). La sintesi che fa Tilgher del libro è esemplare per chiarezza e concisione “La storia del Risorgimento italiano e della terza Italia è per Missiroli un capitolo di storia delle religioni. Il problema della nuova Italia non consisteva, infatti, solo nel cacciare lo straniero dalla penisola e nel fondere in uno i sette Stati in cui era divisa, ma nel costituire l’Italia a Stato moderno liberale, inteso lo Stato moderno liberale come comunità spirituale, sostanza etica dei cittadini…Ora uno Stato così concepito è assolutamente inconciliabile con la Chiesa cattolica” per cui “il problema del Risorgimento italiano è problema essenzialmente religioso. E come tale lo sentirono gli uomini della Destra storica. Ma esso non trovò la sua soluzione né poteva trovarla in un Paese rimasto cattolico nell’anima e che non aveva avuto la sua Riforma religiosa, che non aveva sostituito alla visione cattolica la visione idealistica della vita, alla sovranità del dogma la sovranità della ragione… Uno stato simile non poteva avere vita interiore e profonda: poteva fare amministrazione, non politica” e prosegue “Attraverso il trasformismo di Depretis e di Giolitti la monarchia riesce ad affogare la politica nell’amministrazione e a soffocare ogni contrasto politico, ogni lotta di partiti, ogni battaglia ideale”. Così nella recensione, Gentile (sulla “Critica” del 20/05/1914) ritiene che la tesi di Missiroli è “che la rivoluzione italiana non è stata una vera e vitale rivoluzione, perché non è stata preceduta da una rivoluzione religiosa e s’è risoluta quindi in un movimento politico artificiale, senza basi, senza radici nello spirito del popolo”; ma, sostiene il filosofo, il difetto del saggio è “quale che sia l’importanza che si voglia attribuire al problema religioso, esso è un solo problema, cioè un solo aspetto della vita d’un popolo, e della vita dello spirito, come pare che implicitamente ammetta lo stesso Missiroli; e ridurre quindi tutta la Storia d’Italia dal ’48 in poi al solo problema religioso non può significar altro che volerla considerare da un punto di vista unilaterale, astratto, insufficiente”.
A rileggere il libro a oltre un secolo di distanza, e facendo uso di concetti che le “scienze umane” hanno elaborato (prevalentemente) dopo che fu scritto, ciò che è stimolante nell’opera è riconducibile ai concetti di legittimità ed integrazione come principali chiavi di lettura del Risorgimento e dello Stato unitario (non solo quello monarchico, ma anche il successivo repubblicano).
Il Risorgimento italiano, diversamente dall’unificazione – quasi contemporanea – della Germania, non fu fatta solo contro l’Altare ma anche contro i Troni. Diversamente da quanto fece Bismarck (e da quello che aveva in mente Cavour) i sovrani degli Stati pre-unitari furono detronizzati e i loro territori annessi. L’unificazione apparve, a buona parte dei loro sudditi, come guerra di conquista. A cui seguì una lunga guerra partigiana nel mezzogiorno continentale, le cui conseguenze non sono ancora state del tutto riassorbite. Bismarck ebbe l’accortezza di costruire uno Stato (il Reich) sopra quelli esistenti e non al posto di questi. I vari monarchi tedeschi continuarono a regnare pur se subordinati al potere imperiale, Ciò evitò guerre civili e contribuì alla legittimità dell’Impero, dato che i vecchi sovrani, oltre a regnare nei loro possedimenti, erano rappresentati al vertice dell’Impero tramite il Reichsrat. Guglielmo Ferrero notò che la monarchia nazionale dei Savoia godeva, al contrario, di una quasi-legittimità, ossia di una legittimità monca e dimidiata, riconosciuta da solo una parte della popolazione. Da allora questa è stata caratteristica dello Stato unitario: la Repubblica e in particolare il regime nato dalle elezioni del 1948 non aveva il consenso di circa metà degli elettori italiani (sommando l’opposizione – maggioritaria – di sinistra a quella di destra). Crollato il comunismo, il fazionismo (male storico italiano) si è ripresentato come antiberlusconismo; nella fase contemporanea al non expedit del cattolicesimo post-unitaria si è sostituito il non liquet di elettori che non vanno a votare, il quale si aggiunge al voto ai partiti anti-sistema.
Pertanto il problema principale cui rivolsero l’attenzione i più attenti governanti dello Stato unitario, fu quello dell’integrazione: come integrare in quello la parte degli italiani che lo rifiutavano.
La politica di Giolitti, che cercò – e in parte riuscì – nel blandire i socialisti con concessioni (prevalentemente) economiche, e i cattolici con altre, ma soprattutto evitando motivi (e pratiche) in contrasto, culminata nel patto Gentiloni, ne fu un esempio. Come lo fu quella di Mussolini, con lo sviluppo di uno Stato assistenziale e il concordato con la Chiesa. Alla stessa esigenza d’integrazione si deve l’impianto – ormai - invecchiato della Costituzione repubblicana.
Missiroli comprese ciò solo a metà, come d’altra parte molti intellettuali allo stesso contemporanei. Se è vero che una riforma e una sensibilità religiosa è il miglior sostegno per il reggimento politico, occorre comunque praticare l’arte della politica, la quale, secondo Giolitti era simile a quella del sarto: che se ha un cliente gobbo, deve cucire un vestito con la gobba. Se non lo fa, il vestito è mal riuscito. Lo Stato unitario ha sempre avuto la gobba, in parte a causa del carattere, dell’inclinazione e delle passioni degli italiani, in altra per il modo in cui è nato. E non è affatto sicuro né allora, né, tantomeno, ora, che fare dell’idealismo tedesco-napoletano, dello Stato etico la “religione civile” (a parte il problema decisivo del riuscirvi) sia la cura di quella gobba.

Teodoro Klitsche de la Grange

giovedì 28 maggio 2015

Matrimoni gay. Atto Terzo (*)
E i figli dove li metto?



L’amica Tere Gamez, sforzandosi addirittura di scrivere in italiano (lei messicana, che brava!) ha forse  posto la questione più interessante e in termini molto semplici, direi elementari: che ne sarà dei figli all’interno del matrimonio gay?
Ogni ragionamento in argomento si muove su fragili palafitte.  Dal momento che si tratta di un fenomeno recente, poco studiato, e se indagato (ad esempio, con riguardo alla situazione spagnola) la base osservativa è troppo ridotta (temporalmente e quantitativamente) per dare giudizi esaustivi.
Pertanto,  anche  a causa dei vuoti  empirici, ogni “partito”  tira la classica coperta troppo corta dalla propria parte, rilanciando  di volta in volta su argomenti religiosi, etici,  filosofici (la questione della tecnica) storici, antropologici, psicologici e psicoanalitici.  Argomenti,  anche per le mie ridotte competenze,   nei quali non desidero entrare.  Per abitudine di vita, parlo solo di ciò che conosco,  o  se si preferisce, che ho studiato. Fermo restando, ovviamente, il  mio giudizio sull'inutilità delle discussioni di "primo livello".
Diciamo che forse  proprio per  il deficit nella letteratura sociologica in argomento, la politica - una politica rigorosa che si documenta e studia prima di decidere -   avrebbe dovuto procedere più lentamente sulla via del riconoscimento, cercando di  evitare, su temi tra l’altro culturalmente molto caldi,  le prove muscolari  a colpi di democrazia maggioritario-referendaria (che attenzione è un’arma a doppio taglio, perché ora vale per coloro che sono a favore, ma di qui a qualche anno potrebbe altrettanto valere per coloro che sono contro): il voto talvolta se troppo divisivo, può essere l’anticamera  della guerra civile, ossia delle pallottole.  Le democrazie dovrebbero essere in qualche modo protette da queste derive elettorali. Ma questa è un’altra storia.     
Del resto,  come  ignorare che  una volta “passato” il matrimonio, sarebbe “passata” anche la richiesta di poter avere  prole? Grave imprevidenza "politica", insomma.  Di qui,  i noti problemi e preoccupazioni, soprattutto per i credenti e per  difensori delle famiglia -  come si legge - senza aggettivi.
Come ho cercato di mettere in luce nei  precedenti articoli, sotto il profilo sociologico, il  principale problema è rappresentato dal costruttivismo sociale, che è alla base  del contemporaneo stato-macchina dei diritti: più diritti, più regole, più regole  più amministrazione, più amministrazione più burocrazia, più burocrazia più ritardi,  corruzione,  errori procedurali e, dulcis in fundo,  tasse. Inoltre, l’implementazione dei diritti dall’alto, favorisce un meccanismo a spirale di tipo emulativo, per il quale tutti si sentono autorizzati  a sfidare lo stato, non per surrogarlo,   ma  per ottenere un qualche  riconoscimento a spese degli altri gruppi e comunque di tutti i cittadini: perché, sia chiaro, lo stato dei diritti sociali ha costi crescenti, per alcuni inarrestabili.
Si dirà i diritti sono il sale democrazia. Giusto. E che  se non si sperimentano nuove forme di aggregazione sociale, mai si potrà valutarne gli effetti. Altrettanto giusto. Però, come mi chiedevano ieri altri amici lettori (Buffagni, Pompei, Ermini)  deve esistere un qualche limite all'arroganza umana. Sì, un limite c’è, di fatto, sociologico:  ed è quello del crescente potere dello stato-leviatano (in tutte le sue forme storiche, dall’Impero allo stato moderno per elencarne solo due),  fenomeno ricorrente nella storia,  prima causa di corruzione e decadenza.
Che fare? Auto-organizzarsi, fin dove possibile ovviamente, ma  al di fuori della forma-stato, senza pietire alcun riconoscimento pubblico.  Si pensi al processo storico che ha portato alla tradizione del Common law o che è dietro la gestazione della Lex mercatoria.   Puntare insomma sullo spontaneismo sociale, rivalutando i patti privati, le associazioni private, i giurì, eccetera. Se famiglia gay dovrà essere, che si parta dalle piccole e libere  comunità, senza alcun riconoscimento pubblico. Sperimentazione, come nella storia sociologica dei gruppi  religiosi, ovviamente non solo cristiani.   Naturalmente,  accettando i rischi  dell’imprenditore “sociale”, come quando si cerchi di conquistare nuovi  mercati (se ci si passa la metafora):  nessuna scelta  è gratis,  nessuno può garantirne la riuscita, né, peraltro,  ci si deve stupire del fatto che gli oligopoli sociali esistenti  tentino, a loro volta, di  boicottare la nascita di un  nuovo soggetto. La vita sociale  è  rischiosa.  E la libertà implica  senso di  responsabilità.   
So benissimo che nei paesi di Diritto romano, con forti tradizioni statali (qualcuno direbbe stataliste), quanto ho appena detto è considerato utopistico. E nell’attuale situazione, probabilmente lo è.  Però francamente - esprimo un’opinione personale (di primo livello) -  non vedo alternativa  allo stato-macchina dei diritti, se non quella di ritornare, sul piano cognitivo,  allo studio ( e apprezzamento) delle origini dei processi sociali, come fattori  di spontaneo mutamento, e, sul piano pratico, alla libera e creativa auto-organizzazione  dei diversi gruppi sociali,  quale  meccanismo capace di creare e gestire  diritti, guadagnati sul campo,  senza  elemosinarli  da alcuna autorità costituita.  Basta, insomma, con lo stato etico e amministrativo, di qualsiasi colore politico sia: fascista, comunista, laico, cristiano, maomettano, eccetera.  

mercoledì 27 maggio 2015

Una puntualizzazione sul referendum irlandese e sul matrimonio gay
Costruttivismo vs Spontaneismo?



Il mio post  sul sì irlandese ai matrimoni gay ha suscitato un interessante, vivace e tutto sommato civile dibattito (*).  Che tuttavia, come capita su Fb, si è “sfilacciato” in corso d'opera.  Per quale ragione?  Perché si è usciti dal  “seminato”  sociologico (descrittivo)  per andarsi a incagliare  in quello etico (normativo).  Vorrei invece qui dimostrare che il "livello" sociologico consente di porre alcuni problemi  fondamentali,  sui quali è necessario riflettere.
Piccola premessa: sul piano sociologico, possiamo individuare due precisi approcci alla conoscenza e all’’agire sociale,  costruttivismo e  spontaneismo.
L’approccio costruttivista, come dice la parola stessa,  non crede nell’autonomia del sociale: la società non è un farsi (da sola) ma un fatto  (calato dall’alto). Ciò che è bene per il singolo  viene deciso e implementato dall’alto verso il basso.
L’approccio  spontaneista, come dice il termine stesso,  si fonda sull’autonomia del sociale: la società è un farsi, attraverso un processo evolutivo-selettivo. Ciò che è bene per il singolo viene deciso e veicolato dal basso verso l’alto.        
Diciamo che l’approccio costruttivista, sul piano economico, corrisponde all’economia di comando mentre  lo spontaneista alla mano invisibile.
Ora, dietro le culture (opposte) che si scontrano sui matrimoni gay, quali tipi di approcci è possibile individuare?
Siamo dinanzi a due visioni costruttiviste?  Fino a un certo punto.  Perché ad esempio la cultura  di genere  indica nel divenire sociale  la riprova delle trasformazioni avvenute circa il giudizio delle persone sulle famiglie omo  Tuttavia, anche la cultura avversa,  ad esempio la cattolica, designa  nel divenire sociale, la  prova provata   dell’impermeabilità della famiglia etero.
Allora?  Diciamo che sono due costruttivismi che  si dichiarano interpreti ultimi ( o "utilizzatori finali") dello spontaneismo sociale.  Un mix di  costruttivismo-spontaneismo.  Detto altrimenti, il processo evolutivo-selettivo del sociale (spontaneismo) viene in qualche modo piegato all’implementazione dall’alto (costruttivismo).
Stando così le cose, dare ragione agli uni o agli altri resta questione di valori e credenze personali nel senso ( e significato) della storia.  Anche se - onestamente -  va fatta un’osservazione, di non secondaria importanza.  Il costruttivismo  allo stato puro  non gode di buona fama, soprattutto nella nostra epoca ( come mostrano gli  orrori del totalitarismo), dove i poteri dello stato tendono a dilatarsi in misura crescente, favoriti dallo sviluppo  tecnologico e  supportati dal principio di legittimità democratica ancorato al voto di maggioranza.
Di qui,  la necessità di tutelare le minoranze dissenzienti, evitando derive costruttiviste.  Ma come? Si pensi al referendum irlandese,  i vincitori  lo considerano  una specie di giudizio di dio, inappellabile, come  quelli medievali.  Già  Tocqueville, come è noto,   mise in guardia  contro i pericoli insiti nella  tirannia della maggioranza. Però,  si dirà,  meglio  i voti che le pallottole.  Giusto. Tuttavia si dovrebbe avere il buon senso (penso alle élite dirigenti) di non forzare, di evitare le forti contrapposizioni e soprattutto di non  porre - un minuto prima o un minuto dopo -  la macchina statale dei diritti al servizio, per così dire, dello  spoils system dei vincitori.  Per contro si dovrebbe confidare  nella spontaneità del sociale e nella capacità dei singoli di capire liberamente, senza interventi dall’alto e politicizzazioni, ciò che è bene per se stessi. 
Si tratta di un processo più lento, complicato, e in definitiva  più  liberale.


             Carlo Gambescia   


martedì 26 maggio 2015

Elezioni spagnole di domenica scorsa, 24 maggio 2015.  Intervista a Jerónimo Molina
Fine di un ciclo




Jerónimo Molina  è professore di Politica Sociale  presso l’Università di Murcia. In lingua italiana sono usciti alcuni suoi studi, tra i quali ricordiamo il brillante saggio  su  Röpke. È uno spagnolo alto, elegante, dall’eloquio fluente e riflessivo.  Lettore onnivoro...   Assistere, come mi è capitato a una sua lezione, è come  osservare un cervello al lavoro. Uno spettacolo. Fortunati i suoi studenti.    Gli rivolgo alcune domande sul terremoto politico di domenica. Siamo amici,  anzi più che amici...  Però  userò il lei.  Siamo tutti e due all’antica.
Professore,  i popolari spagnoli,  salutano e non ringraziano gli elettori...

Buona battuta. Il presidente Rajoy  ha praticamente  affondato il suo partito. Si pensi alle grandi promesse elettorali:  di  abbassare le imposte, di  cambiare o modificare  le  leggi, ideologicamente faziose,   di Zapatero ( laicismo educativo-scolastico  imposto dall’alto; matrimonio omosessuale,  aborto quasi libero), di  riorientare la politica contro il terrorismo.  Lungi dal far questo, il Partito Popolare ha massacrato  fiscalmente le classi medie,  ha recepito l’ingegneria sociale à la Zapatero, giudicata intoccabile e ha iniziato a scarcerare i terroristi dell’ETA, per giunta   in modo massiccio e ricorrendo ad argomentazioni puramente legalistiche.  Sullo sfondo, purtroppo, di una inarrestabile corruzione politica...  Una tragedia.

Ma siamo in Italia o in Spagna? Il quadro da lei tracciato,  ha per me, italiano, qualcosa, di  familiare... 

Non mi piace giudicare gli altri.  Poi amo molto l’Italia. Alcuni miei lavori, come lei  ha ricordato sono usciti nella lingua di Dante.   E talvolta, come un soldato del Tercio, mi piace ripetere a me stesso:  “España mi natura, Italia mi ventura, Flandes mi sepultura”... Però  atteniamoci alle elezioni spagnole...  Dell’Italia,  parleremo un’altra volta. E  bene. Magari in occasione di un mio viaggio a Roma.

Capisco...  Ne sarei felice.  Torniamo a noi:  i socialisti?  

Per gli stessi motivi,  il PSOE non ha recuperato voti. Anzi.  Se il Partito Popolare è in  grave crisi di identità,  come del resto comprova questa famosa osservazione di Rajoy: “Chi sogna  un  PP conservatore o  liberale si prepari a fare i bagagli”,  anche il PSOE non è da meno.  Ha mostrato di non avere alcuna strategia. Infatti  imitare, e malamente,  il giovanilismo e la demagogia  della nuova sinistra, emergente,  non ha dato il risultato sperato. Del resto otto anni di Zapatero sono una eredità pesante.  Difficile risollevarsi.

Quindi largo alle forze politiche giovani...  Che ne pensa della vittoria di PODEMOS?

Sotto questo aspetto, il successo di PODEMOS é  indiscutibile.  Soprattutto perchè  poggia su un discorso politico, come in Spagna  non  si vedeva da anni.   Resta da capire,  nonostante  la retorica bolivarista dei suoi dirigenti - quasi tutti professori universitari che non brillano per  preparazione - fino a che punto PODEMOS riuscirà a  insediarsi nella Spagna rurale.

Perché?

La Spagna,  più o meno come altri paesi europei,  è una nazione in declino. Principalmente culturale.  Però non fino al punto  di accettare senza ribellarsi  la proibizione delle processioni  della Settimana Santa!  Anche se...   

Cosa vuole dire? 

Ad esempio,  Siviglia,  si pensava,   potrà  accettare  la sparizione di 1000 milioni di euro, frutto di corruzione interna al partito socialista,  ma  non il fatto  che la candidata di PODEMOS a presiedere  la Giunta Andalusa   potesse  porre  dure  obiezioni laiciste  al culto della  Vergine della Macarena...   Invece,  rischiamo  di dover  vedere  anche questo...   Di sicuro, il maggior apporto  dell’Università spagnola -  a voler essere onesti, solo  di una parte  -  sembra essere quello di un gruppo di professori, che senza capire bene come,  si sono trasformati  in pseudo-consiglieri -  se non addirittura in aspiranti capi e capetti -   di  Evo Morales, Chavez o Maduro locali:  tutti  rivolti  “a manomettere la  Costituzione del 1978”.           

C’è anche un  altro partito che ha vinto le amministrative...

Sì, Ciudadanos o  Ciutadans.  Si tratta di un partito di centrodestra,  nato in Catalogna quale reazione alla politica di apartheid antispagnola del nazionalismo catalano.  Non si può capire la nascita di questa forza politica,  senza conoscere dettagli come la proibizione delle corride in Catalogna e l’impossibilità di studiare spagnolo nelle sue  scuole pubbliche.  Ideologicamente indefinibile, Ciudadanos  si propone di  parlare  alle classi medie, nel tentativo di  riunificarle.  In meno di dei mesi, come partito,  è riuscito a darsi una struttura nazionale.  Il suo leader ha sostenuto che nessun nato prima del 1978 (anno di approvazione della Costituzione vigente)  dovrebbe dedicarsi alla politica...   Insomma che tutto ebbe  inizio nel 1978...   Ma è serio sostenere certe tesi?  Chi le ricorderà, tra un  mese o un anno?  Oppure quando si voterà a novembre per le politiche?  Mah...

E sul piano esplicativo? Perché  questa crisi?  Può approfondire?

Diciamo che la tesi preferita e ricorrente è quella delle due Spagne.  In effetti, il voto urbano va a sinistra,  il rurale no.  Però, si tratta di una tendenza che risale alla Rivoluzione francese... Nulla di nuovo sotto il sole.   Inoltre, il voto  “conservatore” (intendendo con questo termine il voto ai partiti classici: PP e PSOE)  predomina  nelle fasce  di età  dei  45-50 anni,  mentre i più giovani preferiscono i partiti cosiddetti emergenti. 

Quindi, se le cose stanno così, non si può parlare di fine del bipartitismo?

Certo. Perchè farne il capro espiatorio di tutti i mali spagnoli, quando più del 50 per cento  dei voti si concentra sui due partiti principali, PP e PSOE?  Casualmente, proprio in questi giorni sto leggendo la teoria dei periodi politici di  un suo illustre concittadino, Giuseppe Ferrari...

Giuseppe Ferrari, un grande pensatore sociale.  Purtroppo, ecco la riprova che  nessuno è profeta in patria... Da noi, in Italia,  è finito  nel dimenticatoio... Perciò fa   piacere che qualcuno ancora lo legga e apprezzi.   Comunque diceva?  

Scrive Ferrari: “ad ogni trentennio un nuovo dramma si presenta […] e si risaliamo più oltre, noi vedremo i governi regolarmente rovesciati a capo di trent’anni da mutazioni dove tutto cambia, dalla favorita del re sino al suo confessore”. ..  Come non trovare conforto in tali  parole.   Tutto sommato, il  “dramma”  delle elezioni di domenica,  per molti una specie di maremoto dalle conseguenze incalcolabili - da Rajoy all’ultimo deputato o consigliere regionale, orfani del loro modus vivendi  -   non è che una normale conseguenza...

Io direi “costante”...

Giusto. Una “costante” politica, o metapolitica, se preferisce... Sono suo lettore...

E anche traduttore...  Lasciamo però perdere i birignao tra di noi... Che ai lettori..

Certo. Dicevo, per riallacciarmi, alla saggezza politica di Ferrari, che si tratta  di una costante della vita politica: il rinnovamento delle élite.  Che pertiene non soltanto alla politica  democratica o partitocratica. Ma al “politico”: ogni trenta o quarant’anni  il contado  cambia... e cambiano anche i contadini che di esso fanno parte. Parafrasando Pessoa, se guardo al presente con attenzione, scopro che è già passato.

Conclusioni?

Siamo dinanzi  alla lex aeterna del ciclo politico.  Il passato che in qualche misura  torna sempre.  Le elezioni di domenica costituiscono una ulteriore  tappa  verso  la “degradazione” pluralista  del potere dello Stato: dopo Franco,  piaccia o meno, lo Stato Amministrativo, lo Stato delle classi medie, eredità della dittatura,  è finito nel tritacarne della  democrazia .  Insomma,  il ciclo politico spagnolo,  iniziato nel  triennio 1976-1978,  sventolando la bandiera del  decentramento,  ora   rischia di  ammainarla,  dinanzi alle devastanti  tendenze  centrifughe, insite nel sistema stesso.  Infine,  alla tensione separatista o indipendentista,  “marchio di fabbrica”, come appena ricordato, della Costituzione vigente,  va   sommata la tensione  di un sistema  di fatto ingovernabile per la estrema frammentazione partitica,  ma anche a causa della  nascita e sviluppo  di partiti  che si basano, come dire,  sul  cupio dissolvi  dell’ auto-odio spagnolo.  
( a cura di Carlo Gambescia © )