mercoledì 4 luglio 2018

Vecchio e nuovo nazionalismo
Salvini e Di Maio: 
il fascismo dei pannolini

È tragicomico come  certe microscopiche cerchie intellettuali prospettino chissà quali missioni dell’Italia nel mondo.  Ma di che compiti si tratta? Ritorno del nazionalismo?Mah... 
Il Paese, per ora, è ricco, ma le nostre esportazioni, per semplificare, strutturalmente sono  poca roba (nel senso delle "economie dominanti"  studiate da Perroux più di cinquant’anni fa), ruotano  intorno ad acciai speciali, qualche macchina utensile,  alcune componenti  elettroniche,  armi,   costruzioni e la cosiddetta industria del lusso. Infine, nel sottobosco, si muovono  mafia,  droghe, riciclo di capitali sporchi e qualche spia.  Tutto qui. 
Siamo ricchi, ma non contiamo niente sotto il profilo del potenziale economico. E' un problema di risorse, di quel che possiamo offrire al mondo. Poco, magari incartato bene. E  siamo stati anche fortunati.  In qualche misura siamo andati oltre la fosca previsione del  grande Luigi Barzini junior. Quale?  Che,  al massimo,  avremmo potuto insegnare agli americani a che temperatura bere il vino rosso.
Del resto, all’Italia manca proprio la logica, se si vuole la mentalità,   anche per ragioni dimensionali (è la terra della piccola e media impresa), del colosso multinazionale privato. Si chiama,  mentalità capitalistica.  E qui si pensi  alle reazioni da età della pietra all’internazionalizzazione della Fiat. Il capolavoro di Marchionne. L'eccezione, non la regola. Quindi, sintetizzando, poche risorse e mentalità latifondistica ("Perché  produrre di più se vivo bene così..."). E nonostante ciò:  negli ultimi settant'anni abbiamo venduto miracoli.  Ma  - ecco il paradosso di un' Italia nel midollo anticapitalista  - quasi proviamo vergogna della nostra ricchezza. Del cammino percorso.  Nessuno più ricorda che molti nonni andavano in giro scalzi, senza  zapatos...      
Pertanto, per  venire al punto,  questo sovranismo, o nazionalismo riverniciato,  che vuole "sfasciare tutto",  di cui si nutrono le due principali forze di governo e che tanto affascina alcuni micro-intellettuali,  in che cosa consiste?   
Prima un poco di storia. Diciamo subito che se il nazionalismo  storico (quello di Corradini, eccetera) e il nazionalfascismo (quello per semplificare  federzoniano-mussoliniano) furono offensivi, nel senso, per semplificare, del “Prima l’Italia”, alimentando un sogno autodistruttivo di grandezza, il sovranismo, o nazionalismo riverniciato di Salvini e Di Maio  è  un fenomeno difensivo, perché rinvia al "Prima gli italiani".  Ci spieghiamo meglio.
Se il soldato che difende il solco con la spada sta a Mussolini,  il soldato  che sta a Salvini e Di Maio   è un soldato sociale, magari con la celtica sul camice,  che   cambia  i pannolini agli anziani.
Per fare un altro esempio: Mussolini voleva eliminare la povertà conquistando le colonie. Invece impoverì l’Italia, attraverso una catastrofica guerra mondiale.  Salvini e Di Maio si pongono lo stesso problema, ma vogliono azzerarla  con l’assistenzialismo puro.  Che costa.  E che  è  cosa macchinosa da implementare. Il che ci porterà, anche questa volta,  a una catastrofica guerra - attenzione - economica, contro tutti e tutto. Un altro modo per distruggere l' Italia. E abbiamo tralasciato il fatto che si tratta di una povertà reinventata, per crearsi  una base di consenso.  In qualche misura, Salvini e Di Maio hanno  bisogno di  "masse" (per dirla all'antica),  vittime del risentimento, alle quali additare il capro espiatorio:  "l'euro-burocrate"  "il negro", il  "ricco", "il pensionato d'oro", eccetera.    
Insomma, la logica, non è più quella militare di Mussolini, ma quella sociale del fornire posto fisso, reddito di cittadinanza, eccetera,  nonché,  sintetizzando,  pannolini,  gratis per tutti,  dai neonati ai nonni incontinenti (che di numero già superano i nati vivi): " Popolo d'Italia,  corri ai pannolini!", per parafrasare e aggiornare il Duce del catastrofico 10 giugno 1940.
Si dirà,  che  dal punto di vista dei principi  egualitari e pacifisti siamo agli antipodi del fascismo. Questo è un nazionalismo buono, quello, invece, cattivo.  Dunque, meglio così. No. Le cose stanno in modo diverso.
In qualche misura,  il nazionalismo sovranista (tanto per dare un etichetta)  è profondamente  razzista. Quel “Prima gli italiani” implica l’esclusione  dalla  guerra economica contro la cosiddetta povertà, in primo luogo,   di  tutti coloro  che hanno altre nazionalità, di qui l'anti-europeismo.  E, in secondo luogo,  dal momento che sono rappresentati  come il nemico  principale, della gente di colore che tenta di raggungere l'Italia, via Mediterraneo.
Il nazionalismo del  fascismo fu antisemita, con venature razziste, comuni però ad altri paesi conquistatori dell’ epoca,  all’interno di un quadro, benché cartonato, imperiale. Dove esistevano gerarchie, accettate,  tra i diversi popoli assoggettati. Quindi il progetto di Salvini e Di Maio  potrebbe addirittura essere peggiore del fascismo.  Il che è tutto dire.  
Il nazionalismo sovranista  sogna   di chiudersi in casa con la pistola,  gettare  via la chiave e a mare i disperati che giungono dall’Africa.  Ovviamente, come si proclama ai quattro venti,  per la sacrosanta missione di  fornire servizi sociali solo agli italiani.  Ma dove prenderanno i soldi Salvini e Di Maio, se il nostro ruolo nel mondo, come abbiamo detto all’inizio,  è poca cosa?  Chiudendosi a doppia mandata?  Al peggio non c'è mai fine.
Non che la politica nazionalistica  del fascismo fosse migliore: per carità, finì in tragedia.  Ma sicuramente era più conseguente, in quella follia c'era del metodo:  non avendo sufficienti risorse interne, Mussolini  se le andò  a prendere con la forza. Salvini e  Di Maio  invece puntano su formidabili divisioni di pannolini.  Ma chi pagherà?     

Carlo Gambescia   
                

martedì 3 luglio 2018

Il titolo razzista di "Libero"
La mamma dei cretini è sempre incinta



Quanti danni sociali  e culturali possono provocare titoli del genere?  Ammesso e non concesso che i mass media mainstream tendano a  privilegiare  il  multiculturalismo,  che senso ha presentare una “buona notizia”,  perché si tratta di un caso di felice integrazione con ottimi risultati sportivi, come una “cattiva notizia”?   Per quale ragione,  come si legge,  gli italiani  sarebbero defraudati di una par condicio mediatica? 
Ora,  se vogliamo metterla così,  va detto che  in Italia  lo sport   ha visto sempre  primeggiare i “bianchi”,  per ovvie   ragioni  di composizione razziale  della popolazione.  Perciò, il fatto che questa volta, probabilmente  la prima, il successo sportivo abbia arriso a  un team, per così dire,   di “neri”, anzi "nere",  è notizia,  buona, due volte:  uno, in sé, per la novità;  due perché rivela che la nostra è una società aperta, dove tutti hanno le stesse opportunità.  Quindi, ripetiamo, si parla di una doppia buona notizia.
Andare a cercare il pelo nell’uovo, tirando in ballo il politicamente corretto,  come madre e padre di tutti i mali del mondo, significa due cose:
1) Ignorare, che ogni società storica, se vogliamo usare una parola alla moda,  esprime forme di politicamente  corretto (dai riti per gli antenati al sabato fascista fino al gay pride). Per dirla in sociologhese sono fenomeni, di istituzionalizzazione (nel senso di comportamenti, non gassosi ma solidificatisi, perché vincolati alle regole dell’appartenenza a un gruppo).  Il vero punto  è la direzione in cui vanno i processi,  se garantiscano o meno una pacifica convivenza.  Il conformismo sociale  è un’arma a doppio taglio, può far vivere o morire le  società. Dipende dal suo  tasso e dal ciclo sociale, come poi vedremo.   
2) Giocare, evocando rabbia e paura, attraverso narrazioni razziste, letteralmente inventate a tavolino (perché come detto si tratta di una duplice bella notizia),  la carta del conflitto sociale,  invece di favorire l’integrazione e una cultura  repubblicana, capace di andare oltre il colore della pelle.  Quindi, la lotta al politicamente corretto, altro cavallo di battaglia di “Libero” va a vellicare, mescolando integrazione felicemente riuscita e razzismo di strada,  i peggiori istinti etnocentrici degli italiani.
Ripetiamo, non sono mai esistite, né mai esisteranno,  società libere dal politicamente corretto. Il punto è la direzione del fenomeno.  “Libero”, semplificando, non può  riequilibrare nulla,  perché, per ora, non c’è nulla da riequilibrare in Italia fra “bianchi” e “neri”.
Da studiosi della società, non neghiamo però  che, secondo gli andamenti ciclici, tipici dei fenomeni sociali,  passato il punto di equilibrio, o meglio di stabilità, una specie di picco  (che può durare anche alcuni secoli),  il  politicamente corretto -  o istituzionalizzazione comportamentale  delle credenze - che anima  una certa forma sociale,  entra in una fase di declino, alla quale segue l’ascesa di una nuova forma di politicamente corretto.  Si pensi ad esempio al differente  pre-giudizio sociale e culturale, prima positivo, poi negativo,  su  nobiltà e clero, prima e dopo la Rivoluzione francese. Quanto al razzismo, ad esempio  recenti report, mostrano come in Sud Africa, soprattutto nelle  università, prevalga una tendenza a valorizzare una visione culturale, semplificando, etnocentrica, ma con riferimento, questa volta alla popolazione nera. 
Però, in Italia -  ecco il punto - siamo ben lontani, anche per ragioni storiche e demografiche,  da una situazione del genere:  siamo ancora ben al di sotto del picco di stabilità.  Siamo invece davanti ad atteggiamenti difensivi, in puro stile razzista, che rinviano agli Stati Uniti degli anni Cinquanta-Sessanta, quando gli stati del Sud, non volevano sentir parlare di integrazione. Probabilmente, oggi, negli Usa,  una volta raggiunto il picco, negli anni Ottanta, anche in presenza di una forte immigrazione ispanica, si sta verificando  un movimento in controtendenza. 
In qualche misura, in Italia, “Libero” e quei gruppi politici e sociali  che la pensano  come Vittorio Feltri, vogliono agganciarsi al movimento in controtendenza di cui sopra. Ma in America, come abbiamo detto,  si tratta di una risposta,   sociologicamente motivata all'integrazione (il che non significa che sia moralmente giustificata o giustificabile).  Che da noi, non è neppure iniziata.  Di conseguenza,  la prima pagina di “Libero” può  produrre  danni incalcolabili. Anche perché sociologicamente priva di qualsiasi fondamento sociale:  anticipa,  non segue il fenomeno.  Insomma, veleno razzista allo stato puro. Per farla breve: stupidamente,  si intossicano le persone, senza alcuna ragione sociologica plausibile.   
Come concludere?  Per dirla fuori dai denti:  la mamma dei cretini è sempre incinta.  

Carlo Gambescia


                                                          

lunedì 2 luglio 2018

 A  mo' di conclusione  
Caro Luigi Iannone, solo il coraggio è al di là della destra e della sinistra...


Caro Luigi  Iannone, 

con questa mia, se Lei è d’accordo, chiuderei il nostro piccolo duello senza morti né feriti. Ho letto tutti i commenti, sia su Fb sia sul blog del “Giornale”.  Tranne uno,  su Fb (mi pare), dove si accenna giustamente a Nolte, tutti gli altri eludono totalmente il nocciolo della questione che sottende il mio articolo, che, come Lei ha ben  capito,  non riguardava  e riguarda le nostre persone,  bensì il nodo della democrazia liberale e più in generale della civiltà liberale, che i postfascisti  italiani (semplifico, per riunire le varie correnti politiche  e culturali dal 1945 in poi),  non hanno mai sciolto. Sotto questo aspetto - di qui la centralità della questione da me posta -  il Ventennio berlusconiano (come opportunità di rinnovamento culturale)  e quello in camicia nera (come seria riflessione sulla parabola fascista), sembrano essere trascorsi invano.  Il che, come scrivevo,  mi addolora,  inquieta,  sconcerta.
Quando parlo di “tentazione fascista”, riferendomi all’ottimo libro di Kunnas (in particolare, la prima edizione), rinvio agli stilemi, da lui ottimamente studiati (irrazionalismo,  negazione del progresso,   né destra né sinistra, antiegualitarismo,  disprezzo delle ideologie, nazionalismo e così via), purtroppo, ancora  largamente diffusi  in ambito culturale postfascista. Anzi, addirittura esibiti come fiore all'occhiello.
Un atteggiamento di chiusura  - ermetica -  che non aiuta alla comprensione e giusta valutazione della civiltà liberale,  della democrazia rappresentativa,  della libertà di pensiero, dell’economia di mercato e in particolare dell'idea di Europa unita, liberale e riformista,  come risposta alle terribili divisioni della guerra civile europea  tratteggiate, - per ritornare sul punto -  con grande lucidità,  da Ernst Nolte. Lucidità liberale, argomentante, che va al di là di una pura difesa-offesa dei partiti e fazioni che animarono la crisi di Weimar.
Parlo di un universo di valori e pratiche  che ha garantito - obiettivamente -  per più di settant'anni pace, benessere, libertà.  Chiunque  rifiuti di prenderne atto,  si legga Una storia della Repubblica di Giano Accame, grandissimo intellettuale postfascista, indipendente, studioso, serio  (e magari il mio libro  in uscita  a lui dedicato...).   
Noti invece,  caro Iannone,   come  si siano negati a un  dibattito esteso -   perché questo in fondo era il mio scopo, non quello di prendermela con Lei, un intellettuale,  tra i pochi di quell’ambiente, che ancora legge, studia, si confronta … -    figure per così dire rappresentative.   E -   riconosco -  neppure di parte liberale.  Per così dire,  siamo stati abbandonati al nostro destino di  intellettuali non conformisti: nemici di dio e dei nemici di dio, per parafrasare  un nostro Maggiore.
Ovviamente,  evitare un proficuo dibattito culturale è stupido, perché lo scambio di idee tra diversi è sempre ricco e qualificante (tra eguali è fin troppo facile, e neppure risulta utile quello  tra "fratelli coltelli",  nel senso del nemico del mio nemico è mio amico... ).  Senza per questo  - attenzione -   dover  per forza  giungere al ritornello delle sintesi, nuove o vecchie che siano...
Che dire? Continuano a farsi del male.  Chi? Coloro che sono rimasti a guardare, dietro le quinte dei Social, leggendo tutto, ma al calduccio delle proprie certezze,   perdendo così  un'occasione  preziosa di ragionamento.  E invece, mai esporsi...  I vili (e secondo qualcuno anche gli invidiosi)  non hanno bandiera politica. Sono ovunque: tra fascisti, postfascisti, liberali, marxisti, socialisti, cattolici eccetera.
Del resto, quel  coraggio che,  al di là degli schieramenti,  unisce i forti,  "se uno non ce l’ha", come fa dire Manzoni a Don Abbondio, "mica  se lo può dare".  Ecco, caro Iannone,  per riprendere uno stilema caro al mondo della  “tentazione fascista”, solo il coraggio è -  veramente -  al di là della destra e della sinistra.    
Mi permetta di ringraziarLa, con un abbraccio ideale, da lontano, eppure vicino, perché sento che Lei, benché più giovane, mi somiglia. 
Buona fortuna. Mi creda, di cuore.
Carlo Gambescia 




domenica 1 luglio 2018

Postfascismo, Nolte,  Rom e sinistra al caviale
Botta e risposta tra  Carlo  Gambescia  e Luigi Iannone 




Riproduco  il duello - lettori tranquilli... -   di parole  tra  me e  Luigi Iannone,  sviluppatosi ieri  su Fb. Buona lettura (C.G.)  


Caro  Carlo Gambescia,
La ringrazio per le lodi che tesse nei confronti dei miei lavori, ma sa bene che il mio grado di narcisismo e di auto-celebrazione è ridotto al minimo sindacale. Quindi le accetto ma vado subito oltre e tento di risponderle, in maniera franca, punto per punto.
Nel suo post di ieri ( *) Lei scrive: «Il tono dell’articolo è sarcastico, schernisce e umilia. Non solo la cosiddetta sinistra al caviale».
Ha ragione! Il tono è sarcastico e l’articolo irride, però non umilia nessuno. Il paradosso tale resta; una coloritura che va oltre ogni recinto realistico e lessicale, e magari attraverso questa prospettiva distorta capace di mettere a fuoco un problema reale. Non ritengo e nemmeno auspico che i centri storici delle città debbano diventare dei Suk a cielo aperto (anche se già se ne contano a decine) ma sono stufo di asserzioni apodittiche sulle «migrazioni epocali ingovernabili», su «fenomeni che non si possono gestire», e su tutto quanto il resto.
Reputo complessa la questione e ancora più complesse le soluzioni. Ma se da una parte c’è la tendenza acclarata a perdersi in slogan oscillanti tra il demagogico e il retorico, dall’altra ci sono le solite tirate moralistiche dei finti buonisti che avverso… a prescindere.
Lei sa che sono lettore di Machiavelli, oltre che di Prezzolini e dei pensatori del realismo politico, e quindi non credo nella bontà naturale degli esseri umani. Non credo a coloro i quali gridano alla fratellanza e alla solidarietà globale. Chi, dall’alto della sua posizione sociale, dice di voler salvare il mondo, i poveri, i diseredati, gli ultimi, mi provoca una insofferenza smisurata a cui rispondo, quasi sempre, con tesi argomentate, altre volte con frasi sintetiche che possono apparire intrise di faciloneria e irritante leggerezza. Ma li detesto.
Lei scrive:« so benissimo, scrivevo per Il Secolo d’Italia, che i giornalisti tendono sempre ad attagliare la penna al contesto (e sede) di pubblicazione, per ragioni di cortesia, convenienza, eccetera. Chiamala se vuoi, autocensura. Non faccio la morale a nessuno. C’è però un limite a tutto. Io non gradivo suonare il piffero per Gianfranco Fini, così me ne andai».
Beh, qui si sbaglia di brutto. Io non faccio parte di nessuna casta e nemmeno di quella giornalistica. Pago sulla mia pelle queste scelte di solitudine, o come le chiamo io, di ‘eremitaggio’. Come ho ribadito in qualche altra occasione (ma ai lettori questa ‘cosa’ credo importi davvero poco) non voto alle Politiche da una ventina d’anni e non ho votato nemmeno il 4 marzo. Non sono iscritto e non simpatizzo per alcun partito. Scrivo per le pagine culturali de Il Giornale e ho un Blog (sempre sul Giornale) dopo aver inviato una mail alla direzione e aver mandato qualche mio recente volume. Hanno deciso di accogliere la mia collaborazione e li ringrazio.
Non ho santi in paradiso… e adesso che Lei mi tira in ballo, Le confesso… mi sarebbe tanto piaciuto averne. Magari ora avrei una cattedra universitaria, anche perché dopo tutti questi libri e saggi pubblicati credo che, in un altro paese europeo, sarebbe stato pure possibile. Ma è andata così.
E poi di quale autocensura parla? Io sui venti anni della destra di governo ci ho scritto addirittura un libro dal titolo chiarissimo, SULLA INUTILITA’ DELLA DESTRA… e mica posso tutti i giorni rodermi l’anima parlando di loro.
Non ho particolari simpatie per i Cinque Stelle e l’ho scritto. Così come giudicherò Salvini e la Lega dall’azione di governo e non dal profluvio talvolta irritante di tweet e post su Facebook. E anche questo l’ho scritto e lo ripeto.
Non parteggio! Però, mi lasci la libertà di ‘prendere parte’ sui singoli temi. Sulla immigrazione ho una idea severa, rigida. Che l’abbia anche la Lega, mi fa piacere. Se cambiano idea loro, io non lo farò. Su altre questioni dissento.
E poi dove troverebbe queste ragioni di convenienza da parte mia? Nessuno mi ha dato nulla in passato e credo nessuno me ne darà in futuro. Non ho cattedre, non dirigo giornali, non fanno la gara a reclutarmi in qualche piccolo o grande giornale, e per pubblicare i miei libri (che pure, come lei stesso ammette, qualcuno legge), mi arrabatto tra case editrici senza l’apporto di nessuna segnalazione e così via.
Financo recentemente, quando una televisione nazionale, mi ha invitato, per ben due volte in un mese, ad intervenire in un talk show politico, ho declinato cortesemente perché non mi sento a mio agio nella classica divisione manichea. In fin dei conti, troverei da ridire su Forza Italia come su Liberi e Uguali, su Fratelli d’Italia come sul PD.
Lei scrive. «Ora, si possono scrivere libri, non sempre condivisibili, ma comunque densi (dietro i quali ci sono molti altri libri letti e studiati) come per l’appunto fa Iannone, e poi uscirsene con tirate del genere? Per me è un mistero. Qualcosa però che mi addolora, sconcerta, inquieta. Perché – penso – se uno come Iannone, che studia, se ne esce con pericolose scempiaggini di tal fatta, gli altri intellettuali post-fascisti (per così dire), che non sono degni neppure di attraversagli la strada, non potranno non andare a ruota libera. E in effetti basta farsi un giro tra i Social per mettersi le mani nei capelli: sono “ricicciati” (pardon) tutti, ma proprio tutti, al canto delle sirene salvinian-stellate. E quel che infastidisce è l’aggressività, per ora verbale, e il tono saccente di quelli che rivendicano il copyright, anche apertamente, della “tentazione fascista”».
Io non posso rispondere per tutto ciò che passa in rete o si legge sui social. Non nego che commentare nella stessa giornata una poesia di Costantino Kavafis e una dichiarazione della ex ministra Fedeli provochi smarrimento al sottoscritto e inviti a qualche caduta di stile. Me ne dolgo. Ma dello stile…. e non della sostanza (prima della scrittura, sono pur sempre un cittadino!).
Per quanto riguarda queste «sirene salvinian-stellate» a me non risultano. Proprio oggi ho criticato il deludente risultato del Consiglio europeo, reputo delle baggianate reddito di cittadinanza e Flat Tax… e mi fermo qui. Tuttavia, se si trovano delle concordanze ideali, programmatiche, politiche, anche parziali, minime, perché non dovrei dirle? E perché sarebbero delle ‘scempiaggini’? Perché le condisco con il sarcasmo?
Lei riporta frasi di Ernst Nolte, a me tanto caro, e poi torna sull’imbarbarimento della politica e del linguaggio da ‘’guerra civile’’: «come è possibile, che un intellettuale, colto e civile, come Iannone, che, tra l’altro, dovrebbe conoscere il libro di Nolte a memoria, sposi una causa del genere?»
Caro Gambescia,
(…e qui chiudo), sui social e sul blog, come le dicevo, utilizzo ironia e sarcasmo, registri comunicativi che oscillano, di per sé, tra il leggero e il greve. Corro il rischio. Sono consapevole che nell’imbarbarimento della politica e della vita civile si deve mantenere un contegno. Ma di tanto in tanto al posto del fioretto va usata anche la sciabola. Altrimenti la ‘’via del bosco’’ è solo diserzione, e non un combattimento da un’altra postazione. Ed io sono un ‘resistente’.

***

Caro Luigi   Iannone,
tutti i miei ringraziamenti, anche perché di solito i postfascisti non raccolgono... Soprattutto dopo l'uscita di  A destra per caso, otto anni fa.  Evidentemente, Luigi Iannone, postfascista non è.  O se lo è - Bingo! - sono davanti a persona leale. 
Vengo al punto. 
Capisco tutto, la passione civile, la strada in salita, il doppio registro, le astuzie della ragione, eccetera, eccetera, però il problema che io pongo, e che mi sta particolarmente a cuore, è un altro. E riporta a Nolte e alla questione dell'imbarbarimento politico, da Lei intuita ma non sviluppata nella risposta. Ovviamente, sul piano personale, nessuno può chiederLe di rispondere delle fesserie dei Social, ci mancherebbe altro...  Però dietro l'imbarbarimento della politica - a maggior ragione se lei si ritiene un realista - c'è un giudizio di valore sul ruolo dell'intellettuale. Questione cognitiva. Mi spiego meglio. 

Un mio lettore, Alberto Usuardi, commentandola, ha detto: "Ragionando nello stesso modo, chi dice:"Prima gli Italiani" dovrebbe ospitare a casa sua gli italiani poveri". 
Sa che cosa gli ho risposto? 
"Giusto. Però, Alberto Usuardi, è proprio ciò che si deve evitare, da una parte e dall'altra. Comprendere che mentre per l' intellettuale (serio, ovviamente) le parole sono strumenti di lavoro, per la gente comune sono pietre". 
Il rischio pietre, ecco il punto. 
Nolte ricorda all' intellettuale vero di tenere sempre presente che le parole per la gente comune possono diventare pietre, come accadde a Weimar. E perciò le parole vanno misurate in tutte le sedi. A prescindere, direbbe Totò. 
Quindi, ribadisco - capisco tutto, anche la cordiale antipatia che tutti nutriamo verso la sinistra al caviale, eccetera, eccetera - però quell'articolo va oggettivamente nella direzione della guerra civile. La stessa idea, che lei propone nella chiusa, del bosco, della resistenza, eccetera, gli stessi termini militari che lei usa, appartengono a un universo politico e sociale (semplificando, così ci capiamo) da "tempeste d'acciaio". Altro che liberal-democrazia e metabolizzazione del nemico come avversario... Parlo dell' orizzonte politico, che piaccia o meno, ha garantito benessere, libertà, eccetera, eccetera. E, ricordi bene, non è questione di "contegno", "etichetta" , insomma di "forma", ma di sostanza. 
Perché il nodo di fondo che Lei elude - eludendo in qualche misura la risposta su Nolte - è quello della "tentazione fascista" (Kunnas), ciò che mi inquieta, addolora, eccetera: del perché persone colte e studiose, alcune con tratti di genialità, si schierarono con i movimenti fascisti e nazisti. Non ne sono sicuro al cento per cento (perché nella vita di certezze ne esistono poche), però credo Lei ritenga che fecero bene. Io invece sostengo il contrario. 

Giano Accame, al quale ho dedicato un libro (*), riteneva che il fascismo non si dovesse né giustificare, né celebrare, ma solo studiare per confrontarsi su di esso, scientificamente: De Felice e Parlato, erano, se mi passa l'espressione, i suoi miti. Dunque, il problema, ripeto, è cognitivo.

Ora, - non "perdessimo" la calma direbbe Antonio Di Pietro - ma i Rom, con questo, che c'entrano? P.S. Anzi, che c'azzeccano?

Ricambio i carissimi saluti. 


sabato 30 giugno 2018

Fasti e nefasti della destra post-fascista
No,  ora ci si mette pure Luigi Iannone…




Stimo  Luigi Iannone al punto di citarlo in un mio volume (1) come esempio di intellettuale di destra, capace di riflessione, studio,  e soprattutto in grado  di evitare quei luoghi comuni della destra postfascista , che,  in realtà, tanto postfascista non sembra essere…   
Però, però però… In un  pezzo apparso sui  blog del “Giornale”,  Iannone,  riprende un'idea  di Vittorio Sgarbi, un tempo  erotomane,  qualunquista rapsodico, storico dell'arte d’ingegno.  A quale "pensata" Iannone si riallaccia?  Diciamo a  qualcosa di non proprio originale:   far ospitare i Rom a casa (o nei pressi)  dei ricchi e famosi.  Gli stessi personaggi,  insomma, che  tuonano, un giorno sì l’altro pure, contro Salvini, contro i razzisti, eccetera, eccetera. Il tono dell’articolo però è sarcastico, schernisce e umilia. Non solo la cosiddetta sinistra al caviale (2).  
Certo, so benissimo, scrivevo corsivi  sulla prima  del "Secolo d'Italia", che  i giornalisti  tendono sempre ad attagliare la penna al contesto  (e sede) di pubblicazione,  per ragioni di cortesia, convenienza, eccetera. Chiamala se vuoi, autocensura.  Non faccio la morale a nessuno. C'è però un limite a tutto.  Io non gradivo suonare il piffero per Gianfranco Fini, così me ne andai (3).  
Ora, si possono scrivere libri, non sempre condivisibili, ma comunque densi (dietro i quali ci sono molti altri libri letti e studiati)   come per l’appunto  fa Iannone,  e poi  uscirsene con tirate del genere? Per me è un mistero. Qualcosa però che mi addolora, sconcerta, inquieta.  
Perché -  penso -  se uno come  Iannone,  che studia, se ne esce con pericolose  scempiaggini di tal fatta, gli altri intellettuali postfascisti (per così dire), che non sono degni  neppure di attraversargli la strada,   non potranno  non andare a ruota libera.  E in  effetti,  basta farsi un giro  tra i Social,  per mettersi le mani nei capelli: sono "ricicciati" (pardon)  tutti, ma proprio tutti,  al canto delle sirene salvinian-stellate. E quel che infastidisce è l'aggressività, per ora verbale,  e il tono saccente di quelli che rivendicano il copyright, anche apertamente,  della "tentazione fascista".      
Iannone ha in uscita un volume, da lui curato, su Nolte (Solfanelli). In passato addirittura, egli intervistò - mostrando grande cultura, quindi non sfigurando, anzi… -  il grande storico tedesco. Perciò,  si tratta  sicuramente  di lavoro pregevole.  Lo dico, di stima: leggetelo.
Però mi chiedo,  e chiedo a Iannone:  Nolte,  in  quello che resta il suo capolavoro,  non  mette in guardia dall’usare -   siamo negli anni che precedono l’avvento di Hitler -  il crudo linguaggio da “guerra civile”?  
Ma lasciamo la parola  a Nolte.

“ La guerra civile, per quanto limitata, non si svolgeva solo negli scontri sulle strade, ma si esprimeva anche e specialmente in saggi teorici, in opuscoli polemici e in bellicosi articoli di giornale. Come guerra civile intellettuale essa non cominciò con il governo Brüning, ma si accese piuttosto fin dagli inizi della repubblica, lontano dai normali contrasti fra i  partito che reggevano lo stato, come reciproca negazione del diritto all’esistenza fra comunisti e anticomunisti militanti” (4).  

E di esempi,  di un   linguaggio, da  “guerra civile” virtuale,  sarcastico,  crudo, che rischia di spalancare le porte alla violenza vera,  fisica,   Nolte  ne offre in abbondanza.  E proprio nei termini di una escalation, per così dire, dalle parole ai fatti,   processo che, ovviamente, riguardava, con pari responsabilità, i comunisti e gli anticomunisti. I due estremi, nemici dell'ordine liberale weimariano.
Ora, ripeto,  come  è possibile, che un intellettuale, colto e civile,  come Iannone, che, tra l’altro, dovrebbe conoscere il libro di Nolte a memoria, sposi una causa del genere?      

Carlo Gambescia  

(1) Carlo Gambescia, Passeggiata tra le rovine. Sociologia della decadenza, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2016, p. 151.
(3)Carlo Gambescia (con Nicola Vacca) , A destra per caso. Conversazioni su un viaggio, Ediziono Il Foglio, Piombino (LI) 2010 .
(4) Ernst  Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo. La Guerra civile europea 1917-1945, Bur, Milano 1996, p. 143.

    

venerdì 29 giugno 2018

         Le ragioni della nostra opposizione al governo giallo-verde
I parenti  li sceglie Dio, gli amici pure…



Per quanto riguarda  i mass media, in particolare i giornali, si sono schierati apertamente  contro il governo Salvini-Di Maio, in ordine di tiratura,  diciamo, “La Repubblica”, “Il Manifesto”, “Il Foglio”. Nei Social, dove prevale  il discorso populista, se non dichiaratamente fascista,  gli oppositori ai giallo-verdi hanno scarsa risonanza.  Se si facesse un censimento politico ne uscirebbero sconfitti.
Nel quadro delle opposizioni, tra le quali includiamo, immodestamente, anche il nostro  blog, sembrano prevalere, grosso modo,  due approcci:  quello del sono fascisti  tout court e quello del lo sono, ma solo tendenzialmente.  
Diciamo che la prima posizione rinvia a “Repubblica” e “Manifesto”, la seconda  al “Foglio”. Invece,  sul piano delle soluzioni,  tutti e tre i quotidiani  appaiono ancorati  alla logica dell’appello antifascista, o comunque dell'appello contro il partito dell'incultura.  In sintesi, dei barbari alla porte.  Più divergente,  il contrasto sugli immigrati: “Repubblica” e “Manifesto”, sono per l’accoglienza, senza eccezioni,  “Il Foglio”, invece,  per un realistico controllo dei  flussi, senza  eccessi  razzisti. 
Come si può capire, piaccia o meno, sono posizioni, a prescindere dalla loro fondatezza o meno,  politicamente piuttosto deboli.  Infatti,  stando ai sondaggi, il tema dell’antifascismo  ormai  è di scarso richiamo politico,  quanto all’accoglienza e alla regolazione dei  flussi, gli italiani sembrano preferire  il cartellino rosso; chiudersi in casa e buttare la chiave.  Quanto all’Europa, “Il Foglio” la difende a spada tratta,  “Repubblica” e “Manifesto” meno  (senza però mai  ricadere nell’euroscetticismo delle destre).  Anche su questo punto, come provano i sondaggi,   gli italiani si sono espressi in termini molto critici, sia sull'euro, sia sulla permanenza.    
Diciamo che al momento, la sinistra, nelle sue varie sfumature,  riformiste e radicali,   e  certa  destra liberale,  forbita, ragionatrice, eccetera, non sono  in sintonia con il resto del  Paese.  Come non lo è quello zoccolo duro di tecnici eurocrati, definiamoli così,  che vede nell’Europa, dispiace dirlo, una specie di riduttiva società di revisione dei bilanci.  Il che non significa,  che l' Italia  vada nella giusta direzione. Però, per ora è così. Torneremo sul punto più avanti.
“Repubblica”, che accoglie nelle sue file, riformisti, radicali ed eurocrati, sembra  non aver assolutamente capito  dove porti, al momento, la pancia degli italiani.   È di questi  giorni, un appello intellettuale, promosso da una sconosciuta studentessa bolognese di lettere classiche, Margherita Ciancio ( nella foto), subito raccolto da “Repubblica” che,  pur  di provare, che  non  tutti i  giovani sono dalla parte di Salvini e Di Maio,  ha  finito però  per dare  risalto - almeno secondo la  sintesi che abbiamo letto (*) -   a uno schema  politico-mentale anni  Sessanta-Settanta,  di grande   arretratezza culturale,  che non può portare da nessuna parte, se non quella di rendere ancora più ridicola una sinistra che, non sapendo che pesci pigliare, si affida a ciò che crede essere  -  sbagliando -  un evergreen ideologico,   che appaga la sua  autostima,  ne corona il finalismo da  "progressive sorti",   ma  che difficilmente riuscirà a muovere un voto. Almeno nell’immediato.
Un amico liberale, Corrado Ocone, ci ha rimproverato di scrivere più o meno le stesse cose di “Repubblica” e  del “Foglio”.  In effetti, anche noi scorgiamo  pericolose  potenzialità fasciste, se si preferisce fascistoidi,  nella cultura (chiamiamola così) del governo giallo-verde, però - ecco la differenza -   ci guardiamo bene  dall’indicare nell’antifascismo un collante politico, spendibile, to cash.  La nostra  critica al fascismo, e di tipo epistemologico,   rinvia alla critica cognitiva, ad esempio di Hayek, a ogni forma di costruttivismo sociale. Il che non ci rende ideologicamente simpatici - ovviamente, quando riescono a capire dove andiamo a parare -   a leghisti  e pentastellati, ma neppure agli occhi dei fascisti duri e puri, nonché  di una  sinistra che, nelle sue varie sfumature, non ha mai cessato di adorare lo stato, attribuendogli compiti etici e correttivi in tutti i campi. Insomma, il vecchio schema azionista: il fascismo degli antifascisti. Quello della democrazia  a calci in culo (pardon). O meglio di ciò che un gruppo di illuminati, politici e intellettuali, ritiene sia meritevole perseguire anche a pedate. Per la serie "Noi sappiamo cosa è bene per te".  Forma mentis pericolosa,  perché anche Hitler, riteneva di sapere, cosa fosse bene per i tedeschi.  Tradotto: il fascismo dei fascisti.
Diciamo però  che anche la nostra posizione, appena si scelga di volare più basso,  rivela alcune contraddizioni. Ad esempio,  come diminuire il ruolo dello stato e al tempo stesso  controllare i flussi migratori? Come conciliare  libertà di movimento e lavoro con  barriere all’ingresso di potenziali lavoratori stranieri?  Come conciliare un’ Unione Europea più snella con la necessità di favorire un unione politica più stretta e dunque, almeno in parte,  più centralizzata?
Insomma,  un minimo di costruttivismo risulta necessario.  Senza però impregnarlo dell' etica statolatrica, tipica di quell'intellettuale illuminato (un tempo si diceva "laico, democratico e antifascista") che vuole fare dello stato una specie di "serbatoio" dell'umanità - stato proprio nel senso di articolazioni amministrative  -  così come l'intellettuale  nazista  voleva trasformare lo stato  in "serbatoio" della razza. Nei  due casi, a coloro che restavano e restano fuori, era ed è comunque negata, in quanto nemici di entità astratte (umanità e razza) qualsiasi  attributo di umanità reale. Anche qui, riemerge l'illuminismo applicato del vecchio schema azionista: il fascismo degli antifascisti,  "Noi sappiamo cosa è bene per te".   L'altra faccia del medaglia del fascismo dei fascisti.   
Parlavamo, però,  di  un minimo di costruttivismo: è  questa la direzione (ripetiamo, minimale) verso cui si muove il sovranismo populista?  No.   Di qui, la nostra necessità di restare all’opposizione. Un’opposizione, che per ora,  non trova riscontri, sul piano politico,  in un Pd, sempre più su posizioni costruttiviste, né in un fronte liberale unito, che in pratica non  esiste. E che non può essere al momento rappresentato da Forza Italia (per non parlare di Fratelli d’Italia…).  Infatti,  che senso può avere, come lo stesso Ocone consiglia, cercare di capire,  di  comprendere?  Oppure come asseriscono altri,   "di aspettare e vedere"?   Magari puntualizzando ogni volta sui singoli provvedimenti, usando la penna rossa o blu? Quando, come nel caso di Lega e Cinque Stelle,  le basi cognitive  non ci sono?  E comunque sia, sono costruttivisti, quindi  di liberale non c'è nulla?  E neppure si  interrogano sui limiti del costruttivismo. Come  noi, invece, ci interroghiamo, su quelli del liberalismo.  Insomma, che c'è da comprendere?  E poi in che senso capire e  comprendere? Quello di perdonare coloro che sbagliano? Anche in politica, dove gli errori costano cari? Collettivamente cari? 
Certo,  la politica non è un'accademia. Forse voliamo  alto. Troppo.  Resta anche  il fatto, che nel nostro ruolo di oppositori, non siamo in  buona compagnia.  Ma così stanno le cose.  C’è un proverbio che dice:  “I parenti li sceglie  Dio, gli amici li scelgo io”.  Qui,  purtroppo, sebbene  di parenti sia difficile se non impossibile parlare, anche  gli amici, gli alleati insomma,  li seleziona Dio…  

Carlo Gambescia




                                                              

giovedì 28 giugno 2018

La dublinite impazza
Dal "buongiorno dotto' " alle "tempeste d’acciaio"



“Buongiorno dotto’, ha visto Salvini che culo je sta’a fa’ ”. La dublinite impazza.  Pure i portinai hanno in bocca il  Regolamento di Dublino (anche quelli "bangra", romanizzati, di seconda generazione:  "bonciorno dottole, ha fisto Salvine che culo je staafà").   E ne parlano, tutti insieme  guardando di traverso,  il negretto (pardon), reinventatosi netturbino, che buono buono, per pochi centesimi, spazza la strada -  lavoro che invece dovrebbe fare lui, il portinaio bilingue -  davanti al portone del condominio. A dire il vero, le strade di Roma   dovrebbe spazzarle l’Ama, ma da quando Cinque Stelle - il partito dei liberatori incorruttibili  -   ha conquistato il Municipio,   le cose vanno  sempre peggio, con i sindacati che fanno il bello e il cattivo tempo.  Ma questa è un’ altra storia.
Si è riusciti a far passare l’idea,  grazie agli stessi mass media che secondo i complottisti di estrema destra  dovrebbero essere  al soldo di Soros,  che  la colpa sia degli altri paesi europei: i cattivoni, che non vogliono  occuparsi dell’identificazione e dello smistamento dei  disperati che provano ad approdare  in Italia  via Mediterraneo. Ultimamente -  ma non si dice  -  quattro gatti.
Si amplifica un fenomeno, quello dell’immigrazione clandestina,  per giocare sulla paura e conservare un  potere, di fresco acquisito, addossando le  nostre deficienze burocratiche  a Francia e Spagna, che già ne hanno, di immigrati, clandestini e non,  molti più di noi.  E poi che ci vuole?  Perché dobbiamo soccorrerli noi?  A Lampedusa si gira a sinistra, stretto di Gibilterra, si prende  la direzione per il Golfo di Biscaglia,  e via verso   il Mare del Nord. Una  bella passeggiata di salute. Che fa bene a gestanti e neonati. Quando si dice il  genio italico...    
Battute a parte (forse fuori luogo…),  il vero punto è questo:   se le identificazioni, procedono, se ci  si passa l’espressione  “ai due all' ora”,  la colpa non è della Francia,  ma di chi pretende, l’Italia,  che gente senza documenti e priva di  status preciso  tenti  di entrare “ a gratis”  nell’Esagono. 
Siamo assolutamente sicuri -   ammesso e non concesso che si riesca a “ redistribuire” queste benedette  quote -    che anche con un numero inferiore di immigrati da “testare”,  quindi pari quasi a zero, la tempistica italiana a passo di lumaca  delle identificazione e attribuzioni di status  non  muterebbe velocità. “ Buongiorno, il Bar?  Due caffè, due cappuccini, una ciambella, una pure per il negretto, sopra da noi,  all’Ufficio Identificazioni. Grazie”…
Però,  volete mettere, come esempio di sovranismo (oggi il fascismo si chiama così),  rispetto a un Gentiloni qualunque,   il  gonfiare il petto, di Conte, Salvini e Di Maio? Volete mettere  l’estetica jüngeriana  -  questa è per la Meloni,  alla quale però andrà spiegata  -   racchiusa  nel   mobilitare i portinai d’Italia contro Dublino?   Senza dimenticare, come oggi  spiattella  un Censis populisticamente addomesticato,   che i portinai  dopo una certa età, vorrebbero pure la pistola per difendersi…  Chi l’avrebbe mai pensato? Dal  “Buongiorno dotto’ ”  alle    “tempeste d’acciaio”.
Purtroppo,  viene da lontano  il vizietto di nascondere sotto il tappetino della retorica nazionalista la polvere di certa inettitudine italiana.   
Il Duce voleva la pace.  Furono  britannici e  francesi a tradirlo rifiutandogli l’Acqua di Colonia.  Il Duce  entrò in guerra?  Sì,  ma auspicava un mini-conflitto. Indolore. Fu Hitler, quel bad guy, afflitto da mania di grandezza,  a tradirlo. E così via.
I nazionalismi, pardon i sovranismi, specie se fascisti, sono abilissimi nel mobilitare i portinai. Ciò che  gli "anti-italiani" - ovviamente... -   chiamano pancia del paese.  La si evoca  sempre contro qualcuno:  il classico  capro espiatorio. Oggi tocca all’Unione Europea.  Del resto,  Conte, Salvini e Di Maio  sono per la giustizia. E per la patria. Ci mancherebbe altro...  

Carlo Gambescia