martedì 28 febbraio 2006


 Enel,  Francia, Italia
Le dinamiche monopolistiche 
del  capitalismo



Lo stop francese alla scalata Enel della società Suez sta scatenando uno psicodramma nazionalista, soprattutto in Italia. Tuttavia il vero punto della questione, a differenza di quel che si legge su molti giornali, non è lo "sgarbo" francese nei riguardi dell'Italia, ma l'assenza di una politica energetica e industriale europea veramente comune.
La reazione francese, in assenza di una volontà politica europea, è se non giustificabile comprensibile. I francesi cercano di tutelare la propria autonomia energetica e industriale, in un settore economico segnato dall'assenza di qualsiasi vera politica comune. E dove i diversi paesi procedono in ordine sparso, oppure si limitano a discutere in interminabili riunioni di contributi alle dismissioni industriali e all'agricoltura protetta. Insomma quello francese è un puro e semplice riflesso di autodifesa... Al quale sarebbe stupido rispondere con ritorsioni economiche.
Il problema invece è piuttosto complesso e di non facile soluzione.
In primo luogo, gli studiosi di geopolitica hanno ragione quando affermano che sui mercati mondiali possono competere solo le grandi imprese, dotate di notevoli risorse, quadri adeguati e strategie globali. Dal punto di vista strettamente geopolitico l'Europa dovrebbe puntare, proprio in termini di accorpamento, sulla formazione di una specie di supergruppo pubblico per l'energia, con quadri europei, capace recepire attuare, nei riguardi del resto del mondo, le linee guida di una politica energetica e industriale comune
In secondo luogo, quel che può essere giusto dal punto di vista geopolitico può non esserlo da quello strettamente economico. Un supergruppo pubblico europeo per l'energia implicherebbe prezzi certamente più stabili, ma proprio perché monopolista i prezzi sarebbero più alti rispetto a quelli attuali. Inoltre sul piano delle dimensioni una macrostruttura economico-industriale imporrebbe sue gerarchie, suoi quadri, e una logica di tipo particolaristica, legata al funzionamento di una grande struttura, fortemente burocratizzata. Di qui sprechi e disfunzioni.
In terzo luogo, una macrostruttura economica richiede, alle sue spalle, un struttura politica, ancora più forte e accentrata, capace appunto di controllarla. Senza poi considerare il fatto che per giungere alla creazione di una supergruppo pubblico europeo dovrebbe essere modificata tutta l'attuale legislazione europea sulla concorrenza. Inoltre andrebbe ripercorsa in linea teorica e pratica la stessa strada che negli anni Cinquanta e Sessanta condusse alle nazionalizzazioni. Dovrebbe perciò essere chiaro quanto una scelta del genere possa confliggere con la dominante retorica delle privatizzazioni e gli interessi dei grandi colossi dell'energia europea, che invece tendono a "correre" ognuno per sé. Un progetto dunque di difficilissima realizzazione.
In quarto luogo, visto che il capitalismo procede per razionalizzazioni e accorpamenti (insomma, tende naturalmente al monopolio), sicuramente anche nel settore dell'energia, si giungerà alla nascita di un supergruppo europeo. Ma con caratteristiche private e non pubbliche. In che modo? Attraverso le "guerre di mercato" tra imprese medio-grandi. Il supergruppo europeo potrebbe essere a capitale privato franco-tedesco, con piccole partecipazioni di altre imprese europee, e dunque anche italiana.
Sempre che gli Stati Uniti ne consentano la nascita... Da questo punto di vista andrebbero monitorati attentamente gli investimenti americani nei settori energetici e industriali europei, investimenti che attualmente stanno crescendo. Infine, per quel che riguarda la durata del processo di concentrazione, è difficile stabilire una data-termine: probabilmente ci vorranno almeno dieci-quindici anni, o forse più. E quel che ora sta accadendo mostra che il processo è appena iniziato. E che la Francia, cerca di bloccarlo puntando su antiche prerogative nazionalistiche. Il che è comprensibile, ma insufficiente dal punto di vista storico-economico: i nazionalismi( francese, italiano, ecc.) non possono più influire, per una evidente sproporzione di risorse e forze, in alcun modo sulle gigantesche dinamiche di concentrazione monopolistica del capitale, non solo europee ma mondiali.
Né si deve confidare troppo nella nascita di un nazionalismo europeo. Che avrebbe come inevitabile corollario il dirigismo politico ed economico.
L'Europa purtroppo è finita in un vicolo cieco. Come ne uscirà? 
Carlo Gambescia

lunedì 27 febbraio 2006


Ciampi, Scalfari Romano e i giudici
L'utopia dell'imparzialità




"Giudici siate e apparite imparziali". L'appello di Ciampi ai giudici dell'Associazioni Nazionale Magistrati ha suscitato un interessante scambio di editoriali polemici tra Sergio Romano e Eugenio Scalfari. Che merita una riflessione.
Infatti le posizioni di Romano e Scalfari riassumono in modo esemplare i termini ideologici del dibattito sull'imparzialità dei giudici. E non solo.
Secondo Romano ("Il ritorno all'imparzialità"- 25.2.06 - www.corriere.it) "il magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale. Se vuole essere rispettato deve rinunciare ad alcune facoltà e licenze, deve essere magistrato anche quando non tratta di affari della giustizia". In pratica il giudice deve "uscire dalla mischia [politica] e parlare soltanto nei tribunali. Un passo -conclude Romano - che gioverebbe alla loro autorità e all'Italia".
Secondo Scalfari ("Le toghe rosse e la guerra dei cent'anni" - 26.2.06 - www.repubblica.it) "un cittadino che decide a un certo punto della sua vita di scegliere la carriera giudiziaria, di partecipare ad un concorso e di vincerlo, da quel momento in poi [dovrebbe se desse ascolto a Sergio Romano] comportarsi come un monaco di clausura, sordo, cieco e muto in tutto salvo che agli articoli delle legge ". Il che però, conclude, suona come "un invito (...) scoperto all'ipocrisia". Si "pretende che il magistrato ne faccia sfoggio riducendosi a un manichino impagliato".
E qui è bene fare chiarezza. Scalfari rappresenta il versante progressista del liberalismo. Mentre Romano ne rappresenta quello conservatore. Le due facce della stessa moneta.
Per il liberismo progressista (che ha origini giacobine) il diritto è uno strumento di intervento sociale, di cui il giudice si serve per cambiare la società e migliorare l'uomo. In questo senso il giudice viene prima delle legge.
Per il liberalismo conservatore (che ha origini utilitaristiche) il diritto è uno strumento per limitare il danno sociale, di cui il giudice si può servire solo nei limiti consentiti dalla legge. In questo senso il giudice viene dopo la legge.
Scalfari vede nella difesa dell'imparzialità dei giudici di Romano, una difesa dello status quo (della società italiana, messa invece a dura prova da Berlusconi...). Mentre Romano vede nella difesa dell'interventismo dei giudici di Scalfari un attacco a quella che nonostante Berlusconi resta la migliore delle società italiane possibili...). Scalfari è dalla parte di Saint-Just, Romano da quella di Bentham e Burke.
Entrambi, per esemplificare si ispirano a due modelli società: con o senza Berlusconi... Perciò esprimono due posizioni assolutamente politiche, segnate appunto dall' interventismo o dall' imparzialità verso Berlusconi. Indicando ai giudici due precisi schemi di comportamento politico.
Da questo punto di vista, piaccia o meno, il diritto rivela di essere sempre politico. Dal momento che è sempre in qualche misura interventista, anche quando si richiama all'imparzialità: il giudice, come lo Stato in economia, "interviene"anche quando si astiene perché "lascia fare" sulle base di norme giuridiche, o economiche, superate o inadeguate ai nuovi bisogni... Perciò l'imparzialità dei giudici è pura e semplice utopia. In certa misura, il più coerente tra i due, è Scalfari, il quale rivendica apertamente l'interventismo dei giudici. E bene fa a parlare di ipocrisia, a proposito delle tesi di Romano.
A questo punto però è corretto continuare ancora a parlare di divisione liberale dei poteri e di indipendenza della magistratura dalla politica? Soprattutto se la si intende come indipendenza da un progetto politico di società? Non è altrettanto ipocrita, come fa Scalfari, rivendicare a un tempo l'interventismo dei giudici (in nome di un progetto politico) e l'indipendenza degli stessi giudici dal potere esecutivo e legislativo, cioè da istituzioni che di fatto e di diritto incarnano un preciso progetto politico? Quello, comunque, rappresentato dalll'unica moneta del pensiero liberale...
La tragedia della teoria liberale dei diritto è appunto questa: se c'è concordanza di progetti tra politica e magistratura si rischia un totalitarismo interventista di tipo giacobino, se non c'è concordanza la "guerra civile" tra politici e giudici (tra conservatori e progressisti, o come sta accadendo tra berlusconiani e antiberlusconiani).
Il vero punto della questione è come uscire dal vicolo cieco.  E in definitiva della necessità - anche se l'espressione può apparire paradossale - di una giustizia giusta, nei riguardi di tutti i cittadini. Probabilmente andrebbe rimessa in discussione la divisione dei poteri. 

Ma come?   Ecco il problema... 

Carlo Gambescia

venerdì 24 febbraio 2006

La riunione del Cicr
La logica del gattopardo



"Compiaciuta attesa del nulla" , come nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ecco l' espressione che può essere usata per capire meglio il senso del vero e proprio spettacolo gattopardesco offerto ieri dal mondo politico-bancario in occasione della prima riunione post-Fazio del Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio).
Perché?
Perché Tremonti (Tesoro), Draghi (Banca d'Italia), Cardia (Consob), Catricalà (Antitrust) hanno parlato, per così dire, la stessa lingua di Fazio. Non è forse vero che l 'ex Governatore sosteneva l'importanza delle concentrazioni nazionali per favorire la competitività delle banche italiane? Che voleva rivedere la legge sull'Opa per rendere le scalate più difficili? E che auspicava criteri di reciprocità, da applicare nei rapporti con le banche straniere?
Bene, ieri, stando alle indiscrezioni dei giornali, Tremonti e Draghi hanno sostenuto le stesse tesi. E, per giunta, sotto l'occhio benevolo, dei presidenti di Consob e Antitrust, cioè di coloro che dovrebbero vigilare e opporsi a ogni forma di fusione e concentrazione azionaria e creditizia.
Tremonti avrebbe dichiarato: "Più concentrazioni ci sono in Italia, tra banche italiane, e meglio è" ("Corriere della Sera"). Draghi, da par suo, avrebbe rilevato "il forte interesse degli istituti stranieri per le banche italiane" ("Repubblica"), e in particolare europee ("Corriere della Sera"), dichiarandosi per giunta non contrario a rivedere in chiave antiscalate "la 'sua' legge sull'Opa" ("Repubblica"). Tremonti, il nemico giurato di Fazio, all'epoca da lui bollato come no market oriented, avrebbe addirittura affermato, che con Draghi, altro tenace sostenitore del libero mercato almeno fino alla riunione di ieri, " 'c'è stata una generale condivisione' sia sulla possibilità di stringere i meccanismi dell'offerta, sia sull'eventualità di inserire negli statuti delle società clausole di tutela [contro le scalate]" ("Corriere della Sera").
Insomma, grazie a Tremonti e Draghi, la defenestrazione di Fazio, come quella dell'ultimo Borbone per certa aristocrazia siciliana postunitaria, si è risolta nella "compiaciuta attesa del nulla". Tutto procede come prima
Tre riflessioni conclusive.
La prima, più teorica, è che il capitalismo, anche quello bancario, come la storia mostra, procede per razionalizzazioni e concentrazioni: la regola, per dirla brutalmente, è che il pesce più grosso mangi sempre quello più piccolo. Perciò Fazio,Tremonti e Draghi, come tanti altri (prima e purtroppo dopo di loro) si limitano ad assecondare un processo storico-economico. Per invertire la tendenza si dovrebbe fuoriuscire dal capitalismo...
La seconda, più politica. Finalmente è giunta la conferma che Fazio è caduto per una congiura di palazzo, frutto di lotte di politiche interne al mondo creditizio e politico italiano. Probabilmente, come già abbiamo scritto, perché esponente di una finanza cattolica invisa a quella laica, o peggio ancora per grossolane ragioni personali. Dal momento che i processi di concentrazione bancaria nazionale riprenderanno a breve, e con maggiore intensità di prima, quando c'era Fazio. Altro che trionfo del libero mercato!
La terza riflessione, sempre politica, è che la chiusura verso banche europee, potrebbe non implicare, considerate soprattutto le relazioni e la figura professionale di Draghi, un'eguale chiusura nei riguardi delle banche americane: viste, come è noto, dal nuovo Governatore come "naturale" contrappeso a quelle europee. Andrà perciò seguito con grande attenzione l'iter di modifica sull'Opa.
E da quest'ultimo punto di vista, considerato l' americanismo di Tremonti e Berlusconi, una vittoria elettorale del centrodestra, con conseguente riconferma di Tremonti al Tesoro, sarebbe veramente esiziale per l'Italia e per l'Europa.
L'Italia diverrebbe una testa di sbarco bancaria degli Stati Uniti in Europa. 

Carlo Gambescia

giovedì 23 febbraio 2006

Profili/14
Christopher Lasch




Il pensiero di Christopher Lasch  (1932 -1994) è ancora tutto da studiare e scoprire. E imporrebbe una analisi attenta dei "Lasch's papers" conservati presso l'Università di Rochester: 73 "boxes" (1950- 1992) che contengono manoscritti, dattiloscritti di libri e articoli (pubblicati e non pubblicati), la corrispondenza, le lezioni universitarie, le note di lettura, appunti, ecc. (su questi aspetti si digiti e poi si clicchi su "Christopher Lasch on the Web"). Insomma, una vera e propria miniera d'oro, ancora tutta da scavare...
Questo per esemplificare, anche fisicamente l'ampiezza del suo pensiero, dei suoi interessi, e delle sue relazioni. Definirlo storico è perciò piuttosto riduttivo.
Christopher Lasch nasce a Omaha (Nebraska) nel 1932, figlio di un giornalista e di una docente universitaria. Una famiglia colta e liberal. Negli anni Cinquanta studia storia nelle università di Harvard (dove si laurea, 1954), Colombia (dove consegue il PhD, 1959). Negli anni Sessanta insegna la sua materia nelle università di Chicago, Iowa e Northwestern, e infine a Rochester (1970). Nel 1985 diviene "chair" del "Rochester Department of History". Muore di cancro nel 1994, all'età di sessantuno anni.
Lasch è autore di dieci libri. Tre sono i principali filoni della sua ricerca.
Il primo riguarda la critica politica della sinistra liberal americana. Sotto questo aspetto sono di fondamentale importanza, i suoi primi tre libri: Americans Liberals and the Russian Revolution (1962), un efficace ritratto storico del volontarismo-idealismo liberal; The New radicalism in America (1965), dove mette in luce la diversità tra il liberalismo idealistico e liberalismo pragmatico; Agony of American Left (1969), dove prende forma la sua distinzione tra politica come partecipazione diretta dei cittadini (il liberalismo "buono") e la politica come controllo sociale (il liberalismo, o progressismo, "cattivo"). L' "agonia" della sinistra americana sarebbe causata dal fatto di aver scambiato la libertà, come partecipazione politica attiva, con la libertà, come "erogazione burocratica" dall'alto di diritti civili e servizi sociali. Sotto questo aspetto è possibile trovare qualche altro utile elemento di riflessione anche nel successivo The World of Nations (1973).
Il secondo filone, che discende dal primo riguarda la critica culturale della società americana degli anni Ottanta e Novanta. Haven in a Heartless World (1977, trad. it. Bompiani 1982), in cui critica la trasformazione tardocapitalistica della famiglia in un'unità, non tanto di produzione quanto di consumo esasperato; The Culture of Narcissism (1979, trad. it. Bompiani 1981), dove associa lo sviluppo di un individualismo di tipo narcisitico alla nascita di una società completamente burocratizzata, che attraverso il welfare asserve l'individuo; The Minimal Self (1984, trad. it. Feltrinelli 1985), nel quale collega la fuga dalla politica, tipica degli anni Ottanta, alla riluttanza dal parte dell' "individuo narciso", studiato nel libro precedente, ad assumersi qualsiasi responsabilità. E a dissimulare questo rifiuto ricorrendo all 'ironia nichilista.
Il terzo filone, consiste nell'unificazione dei due precedenti, ma a un livello teorico più alto: quello della critica all' idea di progresso nei suoi risvolti filosofici (critica dell'illuminismo pragmatistico americano), politici (critica del progressismo politico), sociali (critica dello stato welfarista, come "latore" di progresso sociale) e culturali (critica della sostituzione della politica con il politicamente corretto). Queste analisi sono svolte negli suoi ultimi tre libri: The True and Only Heaven (1991, trad. it. Feltrinelli 1992); The Revolt of the elites (1994, trad. it. Feltrinelli 1995); Women and the Common Life (1997, raccolta postuma di articoli e saggi, curata dalla figlia Elisabeth Lasch-Quinn).
Le conclusioni di Lasch sono piuttosto amare e paradossali, per uno studioso, che comunque si definiva a pieno titolo un figlio dei "lumi" e della modernità. A suo avviso l'errore dei liberal americani, e più in generale di certo progressismo riformista, o welfarista, restava quello di credere nella crescita economica infinita del capitalismo e nella possibilità di poter curare lo spirito di ogni uomo, ferito dal materialismo capitalistico, con dosi ancora più massicce di materialismo pubblico e privato.
Lasch parlava di "errore", dunque di qualcosa che forse dodici anni fa anni si poteva ancora correggere. E oggi? Difficile dire.  Ed è  veramente un peccato che Lasch non possa più rispondere a questa domanda.

Carlo Gambescia

mercoledì 22 febbraio 2006

Lo scaffale delle riviste/4



Va subito segnalata "Storia in rete" (www.storiainrete.com), la nuova rivista mensile di alta divulgazione storica, diretta dal bravissimo Fabio Andriola, giornalista e autore di notevoli saggi storici. Ricca di rubriche, "spigolature", interviste, bellissime foto a colori e in bianco e nero, articoli ben scritti e calibrati, ma anche "stuzzicanti" e di facile e piacevole lettura. Nel fascicolo n. 3 (gennaio 2006), disponibile in edicola e nelle migliori librerie, di particolare interesse il dossier sulla "storia imbavagliata" con articoli di Fabio Andriola, Aldo A. Mola, Sandro Provvisionato, e un'intervista di Nico Perrone allo storico Luciano Canfora.
Assolutamente da non perdere il fascicolo appena uscito di "Telos" (n.112 - fall 2005 - www.telospress.com). La rivista newyorkese, attualmente diretta da Russell Berman, dedica due "Special Sections" a Carl Schmitt e Hannah Arendt. La prima (pp. 5-98) ospita scritti di M. Marder, M. Ojakangas, A. Botwinick, J. Bendersky, A. Lefebvre; la seconda (pp. 99-131) saggi di S. Meuschel, K. Evers, H. Mahrdt.
Di utile e interessante lettura anche l'ultimo numero de "Le Monde diplomatique il manifesto" (n.2, 2006, www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/), in particolare per il "dossier" dedicato a "movimenti sociali e integrazione" in Centro e Sud America (pp. 14-18): ruolo dei militari, protesta non violenta, agenda politica delle nuove sinistre ("antiamericane") attualmente al potere in molti stati. Questi i principali temi trattati.
Ottimo il fascicolo appena uscito del "il/la Consapevole" (n.5, febbraio-marzo 2006 - www.ilconsapevole.it). Tra gli argomenti trattati: signoraggio bancario, potere clericale, consumismo olimpionico di Torino 2006, mass-media e informatica. Di particolare interesse l'intervista a Josè Bovè ( pp. 21-23): "Allo stato attuale di distribuzione delle risorse - nota il vecchio leone delle campagne francesi - ci vogliono 4 pianeti affinché tutti gli abitanti, in particolare quelli del Sud, possano vivere allo stesso livello materiale degli occidentali! La rimessa in causa dell'attuale modello di sviluppo attraverso l'idea di decrescita economica è essenziale per il futuro delle prossime generazioni" (p.23).
Altre due riviste da non farsi assolutamente sfuggire: "Trasgressioni" (n.41, settembre-dicembre 2005 - www.diorama.it), numero completamente dedicato alla "geopolitica e il mondo contemporaneo" (articoli, tra gli altri, di A. de Benoist, A. Chauprade, P.-M. Gallois, M. Lhomme, M. Hamam); "Krisis" ( "Origine?", n. 27, novembre 2005 - www.labyrinthe.fr), sulla cui copertina, questa volta, spicca un pancione "nature" di "mamma in dolce attesa" (come si diceva una volta), che vuole probabilmente indicare il bisogno insopprimibile dell'uomo di "tornare" o comunque di confrontarsi con le sue origini. Un fascicolo veramente intrigante. L'importante rivista teorica diretta da Alain de Benoist ha centrato il bersaglio ancora una volta. Articoli di J.-F. Gautier, T. Isabel, P. Barrucand, S. Mimouni. R. Bernasconi, F. Hoyle e molti altri. Da leggere con particolare attenzione, anche se può apparire eccentrico (rispetto al tema del fascicolo) l' interessante l'articolo di J.-P. Lambert, Les origines du distributisme. Principes, histoire, avenir (pp. 148-163).

E per questo mese è tutto. 

Carlo Gambescia

martedì 21 febbraio 2006


Alvi, Bernanke 
e il prezzo della ricchezza




Molti commenti economici si fondano su una "verità" che non è tale. Quale? Che il mercato capitalistico distribuisca e suddivida redditi e patrimoni in modo pressoché giusto, premiando meriti e capacità.
E' perciò difficile trovare qualche commento, che invece asserisca, con lucidità e senza piagnistei pseudospartachisti, quanto il mercato in realtà, soprattutto quello monetario (tassi, banche e dintorni) sia basato e moltiplichi le diseguaglianze di reddito e pratrimonio.
Sotto questo aspetto l'articolo di Geminello Alvi apparso ieri sul "Corriere Economia", Bernanke a rischio bolla (www.corriere.it), rappresenta una eccellente eccezione.
Alvi, riflettendo sulla situazione monetaria statunitense, intuisce che il re è nudo. E va al di là delle questione se continueranno a crescere o meno i tassi di interesse Usa. Secondo l'economista il "prezzo della ricchezza", di case e titoli di stato (e di tutte quelle componenti statiche che vanno a formare i patrimoni individuali) è negli ultimi anni straordinariamente cresciuto, e non solo in America, a spese del reddito (cioè di quel flusso di ricchezza, dinamico, creato dal lavoro umano).
Per Alvi, che concentra il suo interesse sugli sviluppi del mercato immobiliare, tutto ciò significa due cose:
La prima è che la politica (Usa) di bassi tassi di interesse ha determinato un crescita delle liquidità, e quindi una eccessiva disponibilità di denaro, che ha fatto lievitare il mercato dei titoli di stato e il soprattutto il prezzo degli immobili.
La seconda è che una politica del genere, non privilegia chi vive dei propri redditi (del proprio lavoro, qualunque esso sia), ma chi già dispone di ingenti patrimoni, e che perciò è "più avanti" degli altri nella corsa verso l' appropriazione di ricchezze patrimoniali.
Fin qui Alvi.
Che cosa significa questo dal punto di vista sociologico? Che i troppi dollari in circolazione fanno diventare i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Facendo così lievitare il "prezzo" per diventare ricchi (patrimonialmente parlando): più aumenta la domanda di proprietà immobiliari più, ovviamente, ne aumenta il prezzo. E più diventa difficile, per chi vive di reddito e non di patrimonio (di "rendita"), acquisire un immobile (e mantenerlo). Mentre chi già ne possiede per miliardi di dollari, vede il suo patrimonio rivalutarsi in misura crescente, e soprattutto può continuare ad acquistarne ancora... E si tratta di un processo che riguarda non solo l'America ma tutto l'Occidente, per così dire, "dollarizzato".
Quali sono le conclusioni di Alvi? Che una stretta monetaria Usa, più che prevedibile, potrebbe provocare un aggiustamento dei tassi ipotecari e far scoppiare la "bolla" patrimoniale. Ironicamente scrive "che le famiglie americane hanno comprato dei derivati [i mutui ipotecari per comprarsi una casa] e non lo sanno".
Giusto. Ma chi pagherebbe il costo sociale di tutto questo? Quali potrebbero essere le conseguenze sociologiche della stretta monetaria? Dell' "impulso deflattivo"? Le perdite di chi è ricco sarebbero sicuramente inferiori, e di molto, rispetto a quelle di chi vedrebbe crollare il valore di una casa, faticosamente acquistata. E magari costretto a svenderla per far fronte a una improvvisa crisi di liquidità.
Alvi, come pochi, intuisce brillantemente il problema. E dimostra con grande chiarezza come il mercato capitalistico, soprattutto monetario, sia fonte e viva di ingiuste diseguaglianze. E come la moneta non sia mai un velo... Ma, dopo aver scoperto che il re è nudo, preferisce tacere. Nella chiusa infatti, si limita solo a consigliare, che i banchieri (centrali), tengano conto in futuro anche del prezzo della ricchezza e non solo dei prezzi al consumo.
E qui pecca di ottimismo. Perché è come chiedere al famigerato scorpione della gnomica, non solo hollywoodiana, di non pungere. Non può farne a meno: è la sua natura. Così come è natura, o regola, dei banchieri centrali difendere i patrimoni di chi li ha nominati e consacrati. 

Carlo Gambescia

domenica 19 febbraio 2006


L'editoriale di Ernesto Galli della Loggia
Le parole come pietre?



Desideriamo proporre una  riflessione sull' editoriale di Ernesto Galli della Loggia, apparso ieri sul "Corriere della Sera"(19.2.06). Prima però una premessa.
Per gli studiosi di scienza dei conflitti, il segnale che una "situazione competitiva", rischia di trasformarsi in "confitto totale", è costituito dall'uso crescente di stereotipi verbali da parte degli attori sociali.
Una"situazione competitiva",per continuare a usare il freddo linguaggio polemologico, può implicare anche attività di tipo bellico. Tuttavia quando alle armi si unisce la forza crescente della parola (di un lessico sempre più ideologizzato), ciò significa che il punto di non ritorno è molto vicino. Dopo di che gli eventi precipitano e diventano incontrollabili: si aprono le porte della guerra totale.
Sotto questo aspetto quel che è accaduto a Bengasi (reazioni comprese) è molto significativo.
Da un lato un ministro, Calderoli, che attenzione non rappresenta solo se stesso ma un pericoloso e diffuso senso di insofferenza verso il mondo islamico, che inizia a nutrirsi di stereotipi, e che non andrebbe assolutamente incoraggiato. Dall'altro le folle musulmane di Bengasi, che proprio perché tali, sono più manovrabili e sensibili ai richiami di parole d'ordine anti-occidentali. E al centro una classe politica, quella italiana ma anche libica (e in genere di fede islamica, e comunque non occidentale ), che non riesce, a capire la gravità della situazione, se non in termini di eventuali effetti di ricaduta elettorali o di conservazione potere. O addirittura di puro e semplice reperimento di risorse economiche.
Ma ecco finalmente il punto. E i grandi opinionisti liberali? I "signori del lessico politico" che ruolo giocano? E qui entra in scena, come "caso esemplare", il pezzo scritto da Ernesto Galli della Loggia.
Nel suo editoriale intitolato Tolleranza serve un limite, si guarda bene dall'usare qualsiasi seria categoria di tipo storico e sociologico, come invece sarebbe dovere di ogni studioso. Ormai, per Galli della Loggia il problema non è più capire se il punto di non ritorno sia stato raggiunto o meno, e se, eventualmente, ci sia ancora qualche possibilità di evitare che le cose precipitino (studiando oggettivamente, dal punto d vista della polemologia, la dinamica del conflitto nel tentativo di fornire una soluzione che non sia quella della guerra totale). Per lo studioso si deve invece contrattaccare, e subito, cominciando proprio dalle "parole", dal lessico politico: "Noi europei ci stiamo rapidamente abituando a tutto ciò (...). Timoroso dell'accusa di leso multiculturalismo il nostro discorso pubblico non osa più esprimere giudizi che non siano di comprensione, di più o meno tacita 'tolleranza', verso qualunque intollerabile violenza o malefatta commessa nelle contrade dell'Islam. Ad una folla polacca o irlandese non perdoneremmo neppure un centesimo di quello che siamo disposti a perdonare a una folla libica o afghana".
E infatti l'intero editoriale è punteggiato di espressioni come "virus culturale religioso e politico", "estrema violenza e rabbia cieca", "propensione al fanatismo religioso" tutte rivolte a stigmatizzare la "via pericolosa" che avrebbe preso l' Islam, come recita l'occhiello.
Galli della Loggia sembra purtroppo aver  fatto la sua scelta di campo. E all'interno di un processo conflittuale che si sta pericolosamente avvitando su se stesso. Altro che  "parte osservante e critica", come invece imporrebbe una visione liberale della politica e della scienza...  Pertanto tutto quel che scrive rischia di essere  privo di qualsiasi oggettività e in prospettiva pericoloso. Il professore sembra  preferire al ragionamento la  scomunica. Alle parole le pietre. 

Proprio come certi Iman estremisti che pretende di combattere.