venerdì 27 febbraio 2026

Ci risiamo. Governi e leggi elettorali “su misura”: perché servono regole condivise e liberali

 




La maggioranza guidata da Fratelli d’Italia ha depositato un progetto di riforma della legge elettorale a dir poco irricevibile.

Giornali e agenzie ne riportano i tratti principali (*): un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40%, liste bloccate e la possibilità di un ballottaggio tra coalizioni, sbarramento al 3 %. La legge assegna 70 seggi extra alla Camera su 400 totali e 35 seggi extra al Senato su 200, oltre ai seggi proporzionali già ottenuti. Con questi numeri, la coalizione vincente con poco più del 40 % dei voti (alle precedenti elezioni era al 44 circa) potrebbe ottenere una quota di seggi ben oltre la maggioranza semplice. In termini pratici, a parità di risultato con il 2022, la maggioranza di governo passerebbe da 241 a circa 311 deputati su 400 e da 120 a circa 155 senatori su 200, rafforzando nettamente il suo controllo parlamentare. La stima è indicativa, ma rende chiaro l’impatto enorme del “regime premiale” sui numeri complessivi.

In questo senso, il fatto che si torni al proporzionale è uno specchietto per allodole: il premio di maggioranza e le liste bloccate continuano a dare alla coalizione vincente un controllo quasi totale, e alle opposizioni un ruolo puramente simbolico, lasciando loro una sorta di diritto di tribuna, senza reale possibilità di incidere sulla governance parlamentare.



La formula non è nuova e la storia è lunga: la vicenda italiana è caratterizzata da leggi elettorali pensate per favorire la maggioranza di turno. Qui il lettore scusi la nostra pedanteria. Però è bene che abbia un quadro, magari semplificato ma chiaro.

Legge Acerbo (1923, “Legge Acerbo”, Regio Decreto-Legge 17 novembre 1923, n. 2263): assegnava 2/3 dei seggi al partito o alla coalizione che otteneva almeno il 25 % dei voti, favorendo l’ascesa del fascismo. Legge-Truffa, così liquidata dalle opposizioni(1953, “Legge elettorale per la Camera dei deputati”, legge 31 gennaio 1953, n. 87): in pieno proporzionale, prevedeva un premio di maggioranza consistente (il 65 % dei seggi) per la coalizione che superava il 50 % dei voti; suscitò forti proteste perché considerata artificiale e manipolativa, e fallì alla prova delle urne. Mattarellum (1993, legge 4 agosto 1993, n. 276, “Legge Mattarella”, attuale Capo dello Stato): introdusse un sistema misto con 75% dei seggi eletti in collegi uninominali e 25% proporzionale, bilanciando rappresentanza e governabilità. Porcellum (2005, legge 4 dicembre 2005, n. 270, “Legge Calderoli”): introdusse liste bloccate e premi di maggioranza, riducendo la libertà di scelta degli elettori e accentuando il controllo dei vertici di partito sui candidati. Italicum (2015, legge 6 maggio 2015, n. 52): prevedeva premio di maggioranza alla Camera e ballottaggio tra liste; fu bocciato dalla Corte Costituzionale e non entrò mai pienamente in vigore.

Oggi si vota con il Rosatellum (2017, legge 3 novembre 2017, n. 165, “Legge Rosato”), un sistema misto proporzionale-maggioritario senza premio di maggioranza automatico, con circa un terzo dei seggi assegnati in collegi uninominali e il resto proporzionalmente, e con maggiore libertà di scelta rispetto alle liste bloccate del Porcellum. In ciascun caso, il tema è sempre lo stesso: governabilità vs rappresentanza, con il rischio di concentrare il potere nelle mani di pochi vertici di partito.



Il nodo non è il premio di maggioranza in sé: la Corte costituzionale non lo ha mai bocciato, ma ha posto vincoli sull’entità del premio e sulla sua proporzione, per evitare che una minoranza di voti controlli artificialmente il Parlamento. Il rischio odierno è evidente: con l’astensionismo alto (alle ultime politiche  ha votato circa il 64 % degli aventi diritto), una minoranza di cittadini può trasformarsi in maggioranza parlamentare, mentre le liste bloccate accentuano la partitocrazia assoluta, conferendo ai vertici di partito un potere di vita e di morte sui candidati, prima e dopo l’elezione.

Qui entra in gioco la prospettiva liberale: regole certe e condivise non schiacciano la minoranza, ma tutelano la dinamica parlamentare. I deputati non rappresentano un partito o una fazione, ma la nazione. Dopo un’attenta discussione, hanno pieno diritto di cambiare opinione e votare come ritengono giusto, sia nella maggioranza sia nell’opposizione. L’idea che chi cambia casacca sia automaticamente un “traditore” o un “venduto” appartiene alla cultura antiparlamentare, nata nel fascismo e purtroppo tuttora presente, in un clima largamente populista e antiliberale. Una visione che applica sospetto e presunzione di colpevolezza a ogni deputato.

Un Parlamento controllato artificialmente ha conseguenze dirette sulle istituzioni: se la maggioranza è garantita da un premio elettorale, il Presidente della Repubblica, che per Costituzione nomina il Presidente del Consiglio e verifica la fiducia delle Camere (art. 92), si trova a dover ratificare un governo già predeterminato. In pratica, la funzione di controllo e bilanciamento del Capo dello Stato viene svuotata di significato, trasformando la fiducia parlamentare in una mera formalità e riducendo il Parlamento a un ingranaggio della maggioranza artificiale.



Per questo motivo, ogni legge elettorale dovrebbe essere scritta in Costituzione, insieme da maggioranza e opposizione. Non si tratta di limitare la politica, ma di salvaguardare la rappresentanza reale, la libertà parlamentare e la legittimità istituzionale, evitando che ogni governo si faccia una legge “su misura”. Così si garantisce un Parlamento in cui ogni deputato può discutere, proporre e votare senza vincoli di fazione, e dove la dinamica tra maggioranza e opposizione resta libera, aperta e legittima, senza ricatti partitocratici.

In questo senso, la legge depositata da Fratelli d’Italia, con premi robusti e liste bloccate, rischia di replicare schemi già visti, trasformando l’elezione del Presidente della Repubblica e la funzione parlamentare in una partita chiusa, con effetti istituzionali e politici pericolosi. Solo un sistema elettorale costituzionalmente ancorato e condiviso può proteggere la democrazia italiana dalla deriva autoritaria, dalla partitocrazia assoluta e dalla riduzione del Parlamento a mera formalità (**).



Il governo migliore è quello che governa di meno. Adam Smith docet. Salvo emergenze straordinarie, come guerre o catastrofi, l’eccesso di governance è pericoloso: trasforma la politica in comando e controllo, soffoca il dibattito e svuota di significato il ruolo dei parlamentari e del Capo dello Stato. La vera libertà democratica non si misura dalla stabilità dei governi, ma dalla capacità dei cittadini e dei loro rappresentanti di discutere, dissentire e correggere la rotta senza paura di ritorsioni partitocratiche.

Una legge elettorale deve servire a garantire pluralismo, dibattito e rappresentanza reale, non a blindare una maggioranza.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/politica/news/2026-02-27/proporzionale-legge-elettorale-scontro-35823382/ .

(**)  Non che la Costituzione  italiana neghi del tutto la questione, ma il controllo è  ex post.  Per gli aspetti tecnici si veda qui: https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/4_2014_Gigliotti.pdf  .



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