lunedì 16 febbraio 2026

Ricordare Gobetti

 


Ieri si è iniziato a ricordare il centenario della morte di Piero Gobetti, avvenuta a Parigi  nella notte tra  15  e il 16 febbraio del 1926. Esule. Non aveva ancora compiuto 25 anni. Il suo fisico aveva ceduto perché indebolito dalle percosse fasciste. Oggi il profluvio di articoli continua...

Attenzione però: non tutti lo ricordano nello stesso modo. Possiamo distinguere un non approccio più tre approcci:

Perché va subito detto che la destra neppure osa nominarlo, Gobetti è un vero e proprio scheletro nell’armadio. A parte l’ignoranza assoluta del pensiero liberale italiano, troppa violenza, esercitata su di lui, meglio tacere.



Veniamo ora ai tre approcci.

Il primo: il Gobetti “classico”. Editoriali solenni, citazioni d’ordinanza, aria da anniversario scolastico. Gobetti come monumento civile: giusto, ma innocuo. Così non disturba nessuno.

Il secondo: il Gobetti attualizzato. Chi lo guarda davvero come pensatore insiste sulla sua attualità: liberalismo radicale, minoranze attive, allergia al consenso facile. Qui Gobetti torna a mordere: non patriottismo, non pacificazione, non “unità nazionale” a tutti i costi. Buono per il No al referendum sulla separazione delle carriere. Il che non è molto elegante.

Il terzo: il Gobetti scomodo. Si ricorda poco che era ferocemente anti-conformista, ostile a ogni retorica identitaria, convinto che la libertà nasca dal conflitto sociale, non dall’armonia. Un pensatore che oggi guarderebbe con sospetto sia il sovranismo sia il liberalismo da talk show. Basta leggere il suo provocatorio articolo “Elogio della ghigliottina”, scritto subito dopo la marcia su Roma, per cogliere la sua radicalità: la ghigliottina come metafora della necessità di tagliare ogni compromesso, mediocrità e servilismo, e di scuotere le coscienze per difendere la libertà.



Ma il vero Gobetti non è soltanto un “approccio”. Resta qualcosa di reale: giovane coltissimo, organizzatore instancabile, animatore di riviste e circoli, in primis “ La Rivoluzione Liberale”. Il suo lavoro puntava a cambiare l’Italia, a scuotere le coscienze, a costruire strumenti concreti di libertà. 

Chi era in fondo Gobetti? Un miracolo sociale e politico: un piccolo borghese - figlio di un droghiere -  eccezione alla regola, che scelse la via dell'intelligenza liberale e non  quella del manganello.

Antifascista prima ancora che politico, comprese il fascismo nella sua essenza più torbida profonda. Mussolini lo odiava. E Gobetti di manganellate ne prese tante. Ideologicamente parlando preannunciava ciò che, qualche anno più tardi, Carlo Rosselli avrebbe chiamato socialismo liberale: un equilibrio tra libertà individuale e giustizia sociale, tra impegno civico e coraggio politico.

C’era in Gobetti qualcosa del liberalismo alla Stuart Mill, si potrebbe parlare di liberalismo “macroarchico” (*), che anche in chiave pedagogica non disdegna l’intervento pubblico. Un fattore, diciamo, costruttivista: per capirsi da liberali di sinistra, cento volte meglio dei liberali di destra, che all’epoca, dinanzi a Mussolini, si calarono le braghe sperando di normalizzare un delinquente politico nato. 

 


E che oggi governano, felici e contenti con Giorgia Meloni, erede della cultura politica dei fascisti dopo Mussolini. 

Evocando lo stesso realismo politico da quattro soldi, allora dei Facta, oggi dei Tajani.

Non si dimentichi una cosa: nel suo Risorgimento senza eroi, opera forse debole sul piano della ricostruzione storica, come osservò 


 Maturi, ma centratissima nell’identificazione tra fascismo e mali nazionali (retorica, faciloneria, affarismo, quel che Gramsci definì “sovversivismo”) emerge la sua simpatia per due figure, in fondo molto diverse, come Cattaneo (accantonato) e Cavour (dimenticato). Insomma per un liberalismo “altro”: europeo, politico (archico), pragmatico ma onesto, in una parola modernizzatore. 

 


Un liberalismo che vuole parlare al mondo, lontano da ogni forma di nazionalismo e imperialismo. Un liberalismo, antifascista ancora prima che il fascismo nascesse, perché sicura medicina a quei mali che avrebbero portato al fascismo.

Un fiore di campo, calpestato troppo presto, da un branco di cani feroci, come si usa nella caccia alla volpe. Ma comunque capace di lasciare un profumo indelebile. Eccesso di glucosio? Gobetti lo merita tutto.

Una piccola notazione (si fa per dire). Gobetti riposa tuttora al Père-Lachaise, come Pareto a Celigny. Due grandi liberali, il cui giudizio sul fascismo fu  diverso (Pareto però morì nell'agosto del 1923),  ai quali non fu e non è permesso di essere profeti in patria.  



Ricordarlo oggi non significa deporlo su un piedistallo. Significa ascoltare ancora la sua voce, le sue provocazioni, le sue sfide. Significa accettare che la libertà non è come dicevano i sanfedisti napoletani, solo per i professori giacobini, perché hanno il pane e il vino, ma per tutto coloro, professori e non, capaci di lottare per la libertà stessa. 

La libertà richiede passione, fatica e, a volte, il sacrificio.

La libertà è responsabilità. E Gobetti lo sapeva. Come lo sapevano i liberali napoletani, martiri del 1799. Perché il liberalismo viene da lontano. È l’essenza stessa della modernità. 

I fascisti, di ieri e di oggi, anche se travestiti da moderati, quelli del Mussolini che ha fatto cose buone,  non lo dimentichino mai. 

Carlo Gambescia

(*) Sul punto si veda il nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio 2013. Libro in cui tentiamo una classificazione delle varie tipologie di liberalismo.

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