martedì 3 febbraio 2026

Quando scendere in piazza diventa un crimine

 


La differenza tra dittatura e democrazia si coglie in modo quasi sperimentale osservando che cosa accade quando la gente scende in piazza. In una dittatura la grande manifestazione, specie se potenzialmente conflittuale, non è ammessa: al primo assembramento intervengono le forze dell’ordine e i manifestanti vengono dispersi, imprigionati o eliminati fisicamente. La manifestazione non è un diritto ma un crimine politico: l’assembramento in sé è percepito come una minaccia al potere e viene represso immediatamente, senza mediazioni né scrupoli.

Un esempio immediato è rappresentato dalle proteste nelle piazze iraniane contro il regime teocratico, di cui ci arrivano persino alcune rare foto e video

Ma la lista è lunga.

Nella Germania nazista, dopo il 1933, scioperi e proteste furono cancellati con l’intervento di Gestapo e SS, tra arresti, campi di concentramento ed eliminazioni fisiche; nell’URSS, qualsiasi protesta spontanea era classificata come contro-rivoluzionaria e repressa con l’esercito, come nel massacro di Novočerkassk del 1962 sotto il regime di Chruščëv, con morti occultati come segreti di Stato; nella Cina del 1989, a Piazza Tiananmen, una grande mobilitazione studentesca fu schiacciata dai carri armati e rimossa dalla memoria ufficiale; nel Cile di Pinochet manifestare significava esporsi a carcere, tortura o sparizione forzata. Inutile, parlare della Russia putiniana, che come ai tempi dello Zar, deporta gli oppositori in Siberia (solo che a quei tempi, i deportati, potevano lavorare, addirittura insegnare, e portarsi dietro la famiglia), quando non li avvelena; dell’Italia fascista, con il suo tribunale speciale e la polizia onnipotente; della Spagna sotto Franco, che ancora all’inizio degli anni Settanta fucilava gli oppositori.



Nelle democrazie liberali, al contrario, la piazza è riconosciuta come spazio legittimo di conflitto: si manifesta liberamente e i conflitti violenti vengono, come si dice, “contenuti”. Proprio per questo la morte di un manifestante o di un civile diventa un grosso problema morale, giuridico e d’immagine. Negli Stati Uniti, nel 1970, la Guardia Nazionale uccise quattro studenti alla Kent State University durante le proteste contro la guerra in Vietnam, provocando uno shock nazionale, scioperi di massa e una grave crisi di legittimità; nello stesso anno, alla Jackson State, la polizia uccise due studenti afroamericani, episodio meno ricordato ma discusso come fallimento democratico; nel 2020 la morte di George Floyd, pur non avvenuta durante una manifestazione, innescò la più vasta ondata di proteste dai tempi dei diritti civili, con processi, condanne e un danno d’immagine enorme per le istituzioni. Esistono poi casi-limite, esempi “negativi” che mostrano come anche le democrazie possano avvicinarsi pericolosamente alla logica autoritaria: il Bloody Sunday del 1972 a Derry, con tredici manifestanti uccisi (quattordici in totale per le ferite successive) dall’esercito britannico; la repressione della manifestazione algerina a Parigi nel 1961, con decine di morti; il tormentato Sessantotto in Italia e in Europa, il G8 di Genova del 2001, con la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz e a Bolzaneto. Ma proprio qui sta la differenza decisiva: in tutti questi casi la violenza non è stata normalizzata, bensì seguita da scandali, inchieste, processi, condanne internazionali, scuse ufficiali, memoria conflittuale.



Le democrazie liberali non sono innocenti, ma sono costrette a rendere conto; le dittature non sono più violente, sono semplicemente irresponsabili. Dove la morte in piazza viene rimossa o addirittura celebrata, il potere si rafforza; dove diventa un problema pubblico permanente, il potere si incrina. Ed è in questa incrinatura, non nell’assenza di conflitto, che passa la linea di demarcazione tra dittatura e democrazia.

Per farla breve: il conflitto, talvolta anche violento, è parte integrante della democrazia liberale. Ovviamente, per chiunque abbia radici fasciste, o comunque autoritarie, si tratta di un concetto difficile, se non impossibile, da capire.

Si dirà: ma se poi la violenza di piazza si trasforma in terrorismo, o comunque sembra avere radici terroristiche? E un rischio che le democrazie liberali, se tali, devono correre. Anche perché sono capaci di avere la mano ferma, quando però realmente necessario, come nell’Italia degli Anni di Piombo. E non è certo questo il caso della manifestazione torinese di sabato scorso. Che la destra prova a far passare per terrorismo.

È proprio a partire da quest’ultima osservazione che si può capire ciò che sta accadendo oggi negli Stati Uniti e ciò che rischia di accadere in Italia.



Nell’America di Donald Trump si assiste a una crescente criminalizzazione dell’opposizione che prova a manifestare, a una retorica securitaria che tende a equiparare il dissenso al terrorismo e a una gestione dell’ordine pubblico sempre meno orientata al contenimento e sempre più alla deterrenza politica. Quando gli oppositori vengono delegittimati prima ancora di scendere in piazza, il terreno democratico comincia a cedere.

In Italia, dopo i fatti di Torino, il governo, ha subito parlato di “terrorismo” annunciando nuove misure restrittive sull’ordine pubblico: il rischio non è l’autoritarismo compiuto, ma lo slittamento culturale, l’idea che la piazza sia di per sé sospetta e che il conflitto sociale debba essere prevenuto più che governato. Perché – ecco il succo del discorso – chiunque manifesti è portatore sano del germe terrorista. È sempre così che si comincia: non abolendo la democrazia, ma svuotandola, un provvedimento alla volta, un linguaggio alla volta, una piazza alla volta.



In fondo, la differenza teorica tra dittatura e democrazia è lampante. Nella dittatura la piazza è illegittima per definizione, la violenza è preventiva e totale e i morti non parlano, né oggi né domani: vengono cancellati, rimossi, assorbiti dal silenzio del potere. Nella democrazia, al contrario, la piazza è legittima, la violenza dovrebbe restare un’eccezione e quando avviene produce fratture, scandali, problemi morali, giuridici e mediatici che il potere non può semplicemente archiviare.

È qui che il verbo “contenere” diventa decisivo: contenere il conflitto significa riconoscerlo come parte del gioco democratico, accettare che il dissenso esista e debba essere governato; eliminarlo, invece, significa negare il gioco stesso. Il passaggio più insidioso avviene quando una parte dei cittadini finisce per sostenere misure repressive sempre più dure: non perché il conflitto sia davvero scomparso o perché l’ordine sia in pericolo assoluto, ma perché il consenso viene costruito attraverso la paura, la semplificazione e la criminalizzazione dell’avversario. È in questa manipolazione del consenso, prima ancora che nelle leggi o nei manganelli, che una democrazia comincia a smettere di riconoscersi come tale.



Del resto, cosa ci si può aspettare da un presidente americano come Donald Trump, che considera lo stato di diritto un ostacolo al proprio potere? E da una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni, che non solo non affronta il passato fascista, ma sembra volerlo ignorare del tutto?

Non sorprende quindi che negli Stati Uniti e in Italia la retorica dell’ordine, della minaccia interna e dell’emergenza permanente raccolga consensi crescenti. 

Ciò che sorprende, semmai, è vedere una sinistra – soprattutto in Italia – che, invece di smontare questo meccanismo, spesso lo imita, facendo il verso alla destra sul terreno securitario e contribuendo, forse inconsapevolmente, allo svuotamento culturale della democrazia liberale che afferma di voler difendere.

Carlo Gambescia

 

Bibliografia minima

Katia Pilati, Movimenti sociali e azioni di protesta, Il Mulino, 2018 ( guida abbastanza aggiornata e comunque completa); Ralf Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità. Saggio sulla politica della libertà, Laterza, 1989 (un piccolo classico); Charles Tilly, Conflitto e democrazia in Europa, 1650 - 2000, Bruno Mondadori, 2007 (eccellente cavalcata tra storia comparata e sociologia).

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