Ieri sera “Tiro al piccione” è tornato in televisione, su Rai Storia.
Un passaggio quasi clandestino, fuori da ogni rituale commemorativo, senza dibattiti a seguire né fanfare culturali. Saremo stati in pochi a vederlo, inevitabilmente: non è un film da prima serata né da consumo distratto. È un’opera scomoda, che non consola nessuno e non offre appigli identitari. Proprio per questo, però, continua a parlare, forse più oggi di ieri.
“Tiro al piccione” (1961), tratto dall’omonimo romanzo di Giose Rimanelli del 1953 e diretto come opera prima da Giuliano Montalto, è molto più — o forse molto meno — di un film sulla Resistenza: è un film sulla guerra civile. Una poetica della disperazione politica, il racconto di un vicolo cieco esistenziale in cui la politica, quando si assolutizza, smette di essere soffio libertà e diventa cupo destino. In questo senso, tra film e romanzo si registra una sorprendente identità di linguaggio.
Rimanelli sapeva bene di cosa scriveva. Nato nel 1925, fu giovanissimo fascista, aderente alla Repubblica Sociale Italiana. Un’adesione breve, acerba, segnata più dal bisogno di appartenenza e dalla violenza delle circostanze che da una vera elaborazione ideologica. Rimanelli, poi stabilitosi in America del Nord, non rimosse mai quell’esperienza, ma nemmeno la rivendicò. Ne parlò più volte — in saggi, interviste, testimonianze autobiografiche — come di una scelta sbagliata vissuta dall’interno, una ferita che non si chiude e che proprio per questo genera scrittura. Tiro al piccione nasce da lì: non come apologia, ma come resa dei conti con se stessi.
Il giovanissimo protagonista del romanzo (e del film) non combatte per vincere. Combatte per restare fedele. E questa fedeltà, privata di ogni orizzonte, si trasforma in accanimento. La guerra è già persa; ciò che resta è la coerenza come valore assoluto. È qui che “Tiro al piccione” diventa un’opera politica nel senso più radicale: mostra ciò che non va mai fatto. Mostra cosa accade quando la politica smette di cercare uscite e preferisce la chiusura identitaria.
Non stupisce, allora, che all’epoca il film non piacesse ai missini, che in alcune città ne interruppero la proiezione. Il Movimento Sociale Italiano cercava una mitologia dei vinti, una narrazione eroica, una consolazione simbolica. “Tiro al piccione” faceva l’opposto: negava il mito, mostrava la nudità della sconfitta, l’inutilità del sacrificio, l’assenza di redenzione. Non c’erano martiri, ma ragazzi persi. Non c’era grandezza, ma ostinazione.
Del resto fin dal titolo “Tiro al piccione” allude anzitutto alla vulnerabilità estrema di quei ragazzi, esposti al fuoco come bersagli facili, “piccioni” in una guerra ormai senza senso. Non manca però — ed era una lettura diffusa già all’epoca — chi vi scorgeva anche un significato simbolico più amaro e corrosivo: il rovesciamento dell’aquila, emblema di potenza e di destino imperiale portato sul berretto repubblichino, ridotta a bersaglio inerme, svuotata di ogni aura eroica. Una lettura non canonica, ma rivelatrice del modo in cui il film demoliva ogni mitologia dei vinti.
A dire il vero il film non piacque neppure alla sinistra che non gradì l’approccio sì politico, ma anche esistenzialista. Un materialismo storico , ancora imperante, non consentiva sfumature individualistiche e piccolo-borghesi, come allora si sottolineava.
Si dice invece, per bocca dello stesso Montalto, che il pubblico capì. Probabilmente, il pubblico della domenica (allora il cinema era fenomeno festivo), attirato da un cast importante, vi vide null’altro che un film di guerra, girato, tra l’altro, molto bene. Insomma nessun travaglio interiore, solo un pomeriggio di emozioni a colpi di mitragliatore e di qualche timida erezione provocata dalla statuaria Elena Rossi Drago (*).
È qui che il film incrocia in modo profondo La morte dei fascisti di Giano Accame, saggio uscito quasi quindici anni fa.
Accame, anche lui “uno di quei ragazzi”, volontario a sedici anni della RSI per un solo giorno, affronta il tema della morte non come simbolo retorico, ma come esito tragico di una politica vissuta come assoluto esistenziale. Il suo libro va oltre l’analisi del simbolismo funebre del fascismo: interroga la possibilità stessa di una sopravvivenza dopo la morte politica di quel fenomeno.
Accame sembra in realtà parlare della vita: di ciò che resta quando una forma politica si esaurisce e lascia dietro di sé solo fedeltà senza futuro. Scrive con passione, ma senza nostalgia. Sa che alcune idee non muoiono perché vengono sconfitte, ma perché si rifiutano di mutare, di riconoscere i propri limiti, di riaprire il campo delle possibilità.
Dentro Fratelli d’Italia sopravvive infatti una cultura della fedeltà ferita, dell’idea che il sacrificio non sia stato vano, che la sconfitta non richieda una vera revisione ma soltanto una gestione simbolica. È una cultura che non elabora la fine, la sospende. E ciò che non viene elaborato resta disponibile, pronto a riemergere sotto altre forme nemiche della libertà.
“Tiro al piccione” mette in scena esattamente questo: la politica che si irrigidisce in trincea morale, che sostituisce la libertà con l’identità e trasforma la coerenza in destino. Visto oggi, senza apparati celebrativi, il film appare come un ammonimento ancora attuale.
Rimanelli e Accame, ciascuno a suo modo, dicono la stessa cosa: quando la politica diventa un vicolo cieco, produce solo disperazione organizzata.
Il compito di una politica intelligente è riconoscere quel punto prima che sia troppo tardi.
Ieri sera, davanti a “Tiro al piccione”, questo appariva con una chiarezza spietata. Ed è forse per questo che il film continua a tornare, in sordina: come fanno le opere che non servono a rassicurare, ma a far pensare.
Carlo Gambescia
(*) Il film fu presentato Venezia: https://www.insidetheshow.it/447434_tiro-al-piccione-la-rivincita-di-montaldo-alla-76esima-mostra-del-cinema-di-venezia/ .








Nessun commento:
Posta un commento