I dazi imposti da Donald Trump, sui quali insiste, funzionano un po’ come nei vecchi luna park, quando i mingherlini, o comunque fisicamente disfatti, si facevano fotografare dietro sagome di uomini muscolosi: ciò che conta è l’apparenza di forza, non la realtà. È un po’ come il Mago di Oz: grande e potente dietro il sipario, ma in realtà è solo un uomo ordinario che gestisce un’illusione.
Ufficialmente pensati per “difendere l’industria americana” e riportare lavoro e ricchezza sul suolo nazionale, i dazi stanno invece mostrando chi ne paga il conto.
I consumatori americani hanno visto crescere i prezzi di beni di largo consumo, elettrodomestici, componenti elettroniche e materiali da costruzione. Le piccole e medie imprese, spesso integrate in catene globali di produzione, hanno pagato di più per i componenti importati, riducendo competitività e margini. Agricoltori ed esportatori hanno subito le contromisure di Paesi come Cina e UE, perdendo mercati e necessitando di sussidi federali. In breve, i dazi funzionano come una tassa regressiva: a perdere sono cittadini e imprese americane, mentre i nemici esterni per ora sembrano meno colpiti. Per dirla alla buona: Trump sta inguaiando l’America (*).
Perché Trump si comporta così? Non si può liquidare tutto come ignoranza o stupidità. Sapeva bene, dai report dei suoi economisti e del Congresso, quali sarebbero stati gli effetti dei dazi. Per lui sembra contare la razionalità politica, non quella economica.
Qui ci aiuta Max Weber. Parliamo di razionalità di scopo politico: accrescere il potere a ogni costo. Cambiando lo scopo, cambiano i risultati e le conseguenze. Ciò che è razionale sul piano politico può essere irrazionale su quello economico, che mira alla massimizzazione del benessere collettivo e all’efficienza produttiva.
In altre parole, la razionalità politica non è vincolata alla logica dei mercati: è orientata al potere, alla sua espansione e visibilità. Se l’economia ne soffre, poco importa: ciò che conta è mostrare muscoli, capacità decisionale e controllo sul consenso. L’atto protezionistico diventa simbolo di autorità più che strumento economico.
Il dazio è un gesto visibile, immediato, comprensibile da tutti: “Io colpisco loro, io difendo voi”. Non serve che l’effetto sul Pil sia positivo; serve che crei un nemico chiaro e rafforzi la postura di comando del presidente. Politicamente è razionale: coerente con gli obiettivi di consenso e potere, indipendentemente dalla logica economica.
Ma questa razionalità politica si scontra con la realtà economica. Tassare i beni importati significa tassare i fattori produttivi delle industrie che si vorrebbero proteggere, aumentando costi e riducendo competitività. Contenziosi legali e inefficienze si accumulano, socializzando le perdite e privatizzando il consenso politico.
L’aspetto istituzionale è drammatico. La Corte Suprema ha ricordato che il presidente non può aggirare il Congresso per imporre tariffe generali. Il protezionismo moderno, per funzionare politicamente, richiede di forzare i limiti legali. I dazi diventano simbolo di autorità, atto simbolico più che strumento economico.
È una forma di autorità "spettacolarizzata": efficace per il consenso e la percezione di un leader muscolare, ma catastrofica in termini di benessere reale. I cittadini pagano, l’economia perde, ma la scena politica appare potente. È la logica dell’atto visibile che prevale sul risultato concreto, una pedagogia dell’arbitrio che soddisfa gli occhi del pubblico più che le casse dello Stato.
Un esempio finale? I dazi hanno fatto salire i prezzi e danneggiato imprese e consumatori, scatenando ritorsioni sui prodotti agricoli. Per compensare i danni, lo Stato ha promesso sussidi agli agricoltori: i cittadini americani finiscono per pagare due volte. La presunta “difesa dell’America” si traduce così in un boomerang economico interno.
Carlo Gambescia
(*) Sul punto rinviamo al documentatissimo videoblog di Tony Quattrone: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .

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