Ieri si è celebrato il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004. Con discorsi e interventi della premier Meloni, La Russa e altri membri di Fratelli d’Italia e alleati di governo. Si condannano negazionismi e si esalta la memoria nazionale.
In realtà, questa retorica serve soprattutto a dare l’immagine di uno Stato italiano che ricorda le vittime delle foibe e gli esuli giuliano-dalmati, ma ignora sistematicamente la responsabilità storica dell’Italia fascista. Rinvia a una memoria divisa e divisiva.
Sono in gioco due interpretazioni della storia italiana contemporanea. Da una parte coloro che vedono nel 1945 una ingiusta sconfitta, disprezzando, nella sostanza, tutto ciò che verrà dopo: i fascisti e i loro eredi oggi al governo. Dall’altra coloro che scorgono nel 1945 la giusta vittoria delle libertà contro il fascismo, e che invece apprezzano, magari con sfumature politiche diverse, tutto ciò che verrà dopo: una società aperta e liberale.
L’antifascismo non è un valore inventato a tavolino da comunisti, professori, attori e cantanti, come scrive oggi la stampa organica al governo di destra, ma rimanda a un fondatissimo giudizio sulla storia italiana contemporanea.
Perciò non è in gioco il solo silenzio postbellico chiamato in causa in modo ossessivo da Fratelli d’Italia e alleati per attaccare quello che ormai è il capro espiatorio della destra: l’odiata sinistra colpevole di tutti i mali italiani, argomento già motivo conduttore storico del fascismo. C’è dell’altro, perché le violenze contro le minoranze slovene e croate sono documentate e concrete e sono di prova al truce volto oppressivo del fascismo, ieri come oggi.
Negli anni Venti e Trenta, i fascisti italiani perseguitarono le popolazioni slovene e croate residenti in Istria, Dalmazia, Trieste, Gorizia e Fiume. Bruciarono centri culturali: il protosimbolo più eclatante è il rogo della Narodni dom (Casa del popolo) di Trieste nel 1920, compiuto da squadre fasciste alle loro prime prove: cuore della lingua e dell’identità slovena in città. In seguito chiusero scuole e associazioni, imposero la sostituzione di nomi di strade e toponimi, intimidendo chi osava parlare la propria lingua o conservare la propria identità.
Durante la Seconda guerra mondiale, alcuni fascisti collaborarono con i nazisti nei rastrellamenti e nelle deportazioni di civili, intellettuali, ebrei e partigiani, soprattutto nelle aree di confine e durante la Repubblica Sociale Italiana. Queste violenze non erano casuali: si inserivano in un’ideologia più ampia, quella della “vittoria mutilata”, secondo cui l’Italia usciva dalla Prima guerra mondiale tradita e privata di territori che le sarebbero spettati. Quel mito — promosso da nazionalisti e fascisti — servì come giustificazione per aggressioni, annessioni e repressioni delle minoranze, trasformando rancore e frustrazione in un vergognoso vettore politico di violenza e dominio.
C’è un’altra cosa che spesso si dimentica. Dopo la Prima guerra mondiale non era scontato che l’Italia si incamminasse solo sulla strada nazionalista e fascista. Esisteva un filone di interventismo democratico, rappresentato da figure come Gaetano Salvemini, Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi e democratici di vario colore politico, tra cui Guglielmo Ferrero, Alcide De Gasperi, e altri ancora, che proponevano di guardare alla pace e ai nuovi assetti europei come un’opportunità di dialogo e cooperazione con le popolazioni slave e con la nascente Jugoslavia, invece che come rivendicazione nazionalista a qualunque costo.
Un episodio che incarna bene il contrasto tra queste forze e la spinta nazionalista/fascista avvenne nel gennaio 1919 a Milano, quando Bissolati venne contestato e fischiato durante un comizio, con in prima fila gruppi legati ai futuristi e a nazionalisti, che nel successivo 23 marzo, e poi più copiosamente dopo la marcia su Roma confluirono nel fascismo. La frattura interna al fronte interventista stava diventando un conflitto politico aperto, che favoriva l’ascesa delle forze più aggressive e reazionarie.
In sostanza, mentre molti nazionalisti e non pochi futuristi cavalcavano il mantra della “vittoria mutilata” per alimentare risentimento e rivalse, una parte significativa di democratici vedeva nell’esperienza bellica — e nel dopoguerra — l’opportunità di un’Italia più aperta e dialogante con i popoli vicini. Quella corrente fu progressivamente marginalizzata o schiacciata dai fascisti e dai nazionalisti, e il vuoto lasciato da questa alternativa democratico-riformista contribuì alla deriva autoritaria. Una frattura politica che ancora oggi pesa come un macigno sulla storia italiana.
Per capire meglio le responsabilità storiche, è utile distinguere i diversi contesti della regione. Durante il fascismo (1922–1943), i fascisti italiani perseguitarono le minoranze slovene e croate, imponendo italianizzazione forzata e violenze fisiche, culminate nella guerra in collaborazione con i nazisti nei rastrellamenti.
In Croazia, sotto Pavelić (1941–1945), il regime ustascia, nella forma cattolicissimo ma di stampo addirittura nazista più che fascista, perseguitò principalmente serbi, rom, ebrei e oppositori politici, mentre gli italiani, va ricordato, intervennero solo in alcune zone di Dalmazia, svolgendo attività di controllo e repressione della resistenza locale, senza essere protagonisti della persecuzione sistematica dei croati stessi.
Quanto ai serbi, durante l’occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943), i fascisti italiani non adottarono una politica di sterminio, come fecero ustascia e nazisti, ma agirono da potenza occupante repressiva, internando civili, collaborando con milizie locali (Cetnici, ad esempio), quando utile, e ricorrendo senza scrupoli alla violenza contro popolazioni considerate ostili.
Infine nei casi di collaborazione italo-tedesca, come nella fase successiva al 25 luglio e all’Armistizio (1943-1945), fascisti italiani affiancarono i nazisti nelle repressioni contro sloveni e croati sospettati di resistenza, contribuendo direttamente a deportazioni e morti. Infine dietro l’eccidio delle foibe si ritrovano come esecutori sloveni, croati, serbi, tutti sotto comando jugoslavo ( i “titini”), mossi più dall’ideologia comunista e dalla conquista dello stato che dall’etnia pura. Il clima era quello della guerra civile europea: tutti contro tutti, e in mezzo gli innocenti. Purtroppo.
Pertanto tra le vittime delle foibe non tutti erano affiliati al fascismo, e comprendevano individui di ogni età, sesso e professione. Analogamente, gli esuli giuliano-dalmati persero beni e radici per eventi politici al di fuori del loro controllo, confermando la dinamica, nota nella storia delle società in conflitto, per cui le tensioni e le violenze ricadono spesso su soggetti innocenti (“chi semina vento raccoglie tempesta”).
Eppure oggi Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Fratelli d’Italia parlano di memoria nazionale, come se bastasse dichiarare il ricordo per lavarsi la coscienza. Non collegano la tragedia delle foibe alle radici ideologiche italiane, al nazionalismo espansionista, all’ossessione per la “vittoria mutilata” che giustificava violenze e italianizzazione forzata.
Si parla solo della “congiura del silenzio”, facendo finta di ignorare tutto quel che c’è dietro la reazione contro gli italiani. La memoria, per essere seria, non può limitarsi a commemorare chi ha subito, spezzando la catena delle conseguenze, dimenticando chi ha cominciato per primo: in questo caso i fascisti.
E qui ritorniamo al giudizio negativo sulla storia contemporanea dei fascisti dopo Mussolini, come frutto di una sconfitta che deve essere vendicata.
La Meloni e Fratelli d’Italia trasformano il Giorno del Ricordo in uno strumento di legittimazione politica, di un fascismo lavato dai suoi gravissimi peccati, ma non pentito, ignorando, ripetiamo, la responsabilità storica concreta dei fascisti italiani. Usano le foibe come vetrina, senza mai assumersi il peso delle colpe che furono della dittatura fascista.
Questa ipocrisia istituzionale non è solo propaganda: è la continuità di una narrazione di comodo, tutta fascista, che cancella la storia vera e tradisce la memoria delle vittime. Tutte le vittime, italiane e non.
Carlo Gambescia
Bibliografia minima
Marina Cattaruzza, L’ Italia e Il Confine Orientale: 1866 – 2006, il Mulino, 2007 (rigoroso); Raoul Pupo, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Editori Laterza, 2021 (grande equilibrio); Jozo Tomasevich, War and Revolution in Yugoslavia 1941–1945: Occupation and Collaboration, Stanford University Press, 2002 (ottocento pagine di ricche ricostruzioni e analisi, mai troppe su un argomento così importante, ma probabilmente sufficienti per scoraggiare la traduzione italiana).








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