Mentre iniziamo a scrivere, sentiamo l’inutilità di questo articolo. Ormai si legge sempre meno, e poi, politica… “Signora mia, so’ tutti uguali”. Oppure: “Eh, però ‘sta Meloni, signora mia, non governa male”… “Da quando c’è lei, mi ritrovo più soldi in busta paga”…
Noi invece sfidiamo il lettore: provi a trovare, anche nei prossimi giorni, su giornali, social o dovunque, qualcuno che si prenda la briga di criticare la prima pagina del “Secolo d’Italia”, quotidiano con radici storiche nella destra missina e oggi editato dalla Fondazione Alleanza Nazionale, che lo colloca ben vicino a Fratelli d’Italia.
Eppure oggi c’è una frase che spicca: “Sicurezza è libertà”.
Non è solo uno slogan infelice. È qualcosa di peggio: una falsificazione concettuale che cancella, con un tratto di penna, tre secoli di dibattito politico liberale: da Locke a Constant, da Mill a Berlin – buttati nel cestino con un titolo da cartellone elettorale. Però lo stesso giornale qualche giorno fa rivendicava i diritti di proprietà della destra su Tolkien, scrittore sopravvalutato, proprio lui, il cantore di un tradizionalismo da calendario dell’Avvento.
Nella tradizione liberale – quella vera, non quella evocata a uso ornamentale, tipo Forza Italia a direzione Tajani – sicurezza e libertà non coincidono mai. Stanno in tensione. Si limitano a vicenda. Ed è proprio questa tensione a rendere la politica un terreno tragico, complesso, discutibile. Dove c’è identità perfetta tra le due, non c’è liberalismo: c’è obbedienza al capo, al partito unico, eccetera, eccetera.
Dire che “la sicurezza è libertà” significa abolire il problema invece di affrontarlo. È la scorciatoia autoritaria per eccellenza.
Il sottotitolo – puro melonismo manipolatorio – chiarisce il quadro: “Tuteliamo i cittadini e difendiamo chi ci difende”. Qui la semantica è già tutta politica. I “cittadini” non sono un insieme plurale di soggetti portatori di diritti, ma un corpo indistinto da proteggere. “Chi ci difende” non è sottoposto al controllo democratico, bensì elevato a figura sacrale, sottratta al conflitto.
È la classica retorica dell’assedio: dentro l’ordine, fuori il caos. Tuttavia quando lo stato si dipinge come fortezza, il diritto diventa una opzione e la libertà una concessione.
L’editoriale insiste: non sono misure spot, ma un tassello coerente di una strategia. Ed è vero. Proprio per questo preoccupano. Non siamo davanti a un’emergenza, ma a una normalizzazione dell’eccezione. Ieri il governo ha varato un pacchetto sicurezza che amplia i poteri repressivi sulle manifestazioni, ordine pubblico e immigrazione. In parallelo torna l’ipotesi del “blocco navale” nel Mediterraneo: respingimenti, esternalizzazione, chiusura preventiva delle rotte. La sicurezza diventa così non una tutela dei diritti, ma una tecnica di esclusione, con tanto di “kit antieccessi” per la polizia, nel caso qualche poliziotto si dimentichi di essere gentile.
La destra, oggi al governo, opera in modo più sobrio ed efficace: non sospende la Costituzione, la svuota per accumulo. Non grida, non marcia, non proclama. Decreta. E proprio per questo pericolo di svuotamento si deve votare NO al prossimo referendum sulla divisione della carriere (*).
Questa destra normalizza l’eccezione, trasforma misure straordinarie in prassi ordinaria.
Qui il lascito politico-culturale che discende dalla cultura dei fascisti dopo Mussolini: non un regime nel senso classico del termine, ma una tecnica di governo. Chiamarlo in altro modo serve solo a tranquillizzare le coscienze.
Del resto anche le immagini parlano. La leader isolata, decisionista. I ministri in posa istituzionale, la bandiera alle spalle. In basso, le piazze, le opposizioni, liquidate come “chiacchiere”.La gerarchia simbolica è evidente: lo stato governa, la società disturba; l’ordine decide, il dissenso rumoreggia.
È una visione profondamente illiberale, che riduce il conflitto politico a fastidio e il pluralismo a intralcio.
Qui non c’è il sospetto verso il potere, che è il cuore del liberalismo. Non c’è il principio di proporzionalità. Non c’è la tutela delle minoranze. Non c’è l’idea che la libertà valga anche per chi sbaglia, disturba, protesta. C’è solo un messaggio netto: la libertà è il premio per coloro che si comportano bene. Chi non rientra nello schema viene rieducato, represso o escluso.
Chiamarlo realismo è un insulto all’intelligenza. È opportunismo autoritario travestito da buonsenso.
Voto finale: zero in liberalismo.
Carlo Gambescia
(*) Ne abbiamo già parlato qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/la-svizzera-sotto-accusa-e-la-giustizia.html





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