martedì 17 febbraio 2026

Liberalismo, metapolitica e referendum sulla separazione delle carriere. Un invito a ragionare

 


La separazione delle carriere viene oggi discussa come se fosse una questione tecnica, o peggio come una prova di fedeltà ideologica, quando in realtà è un problema pienamente politico e, prima ancora, metapolitico.

Da un lato, i liberali schierati per il Sì mostrano un’ingenuità teorica disarmante: immaginano che una riforma istituzionale possa produrre un assetto più razionale, più ordinato e più stabile, come se la politica fosse un meccanismo correggibile una volta per tutte. Dall’altro lato, il fronte del No oppone spesso un costituzionalismo rigido e protervo, che difende la lettera della Costituzione come se fosse un testo intangibile, dimenticando che le Costituzioni, come tutte le opere umane, nascono, mutano e talvolta invecchiano.



A completare il quadro vi è l’uso dello strumento referendario, che inevitabilmente semplifica ciò che è complesso e contribuisce a un progressivo imbarbarimento del linguaggio politico. Come è sotto gli occhi di tutti. È su questo sfondo che la metapolitica offre un criterio di giudizio meno emotivo e meno illusorio.

Prenderemo in considerazione solo le principali regolarità metapolitiche (*).

La prima regolarità metapolitica è la persistenza del potere. Il potere non viene mai abolito, ma conquistato, conservato e infine perduto. Ogni riforma che si presenti come razionalizzazione o riequilibrio non elimina il potere: lo redistribuisce. I liberali per il Sì sembrano ignorarlo, confidando nell’idea che una diversa architettura delle carriere possa rendere il potere più neutrale o meno influente. Ma la separazione delle carriere non riduce il potere giudiziario: ne riorganizza la distribuzione, modificando i rapporti di forza interni ed esterni. Qui l’ingenuità liberale è evidente: scambia una promessa normativa per un esito reale.



La seconda regolarità è la persistenza della stratificazione politica. Ogni struttura di potere, osservata dal punto di vista organizzativo, tende a differenziarsi, a produrre gerarchie, ruoli asimmetrici e percorsi distinti. Separare le carriere non elimina questa stratificazione, ma la intensifica, creando sottocorpi, élite differenziate e canali autonomi di legittimazione. In nome di una presunta maggiore imparzialità si finisce per indebolire la compattezza del corpo istituzionale, riducendone l’indipendenza effettiva. Anche qui, la fiducia liberale nel “buon disegno” istituzionale mostra tutta la sua fragilità.

La terza regolarità riguarda la persistente dinamica tra inclusività ed esclusività politica. Ogni ordine politico include alcuni ed esclude altri, ridefinisce confini e accessi, seleziona chi può partecipare e in che modo. La separazione delle carriere non fa eccezione: ridisegna i percorsi professionali, introduce nuove soglie di accesso e nuove esclusioni. Non è un semplice aggiustamento procedurale, ma una ristrutturazione del campo politico-professionale, che produce vincitori e perdenti, anche quando si presenta come scelta neutrale o tecnica.



La quarta regolarità è la dinamica costante tra forze centrifughe e centripete. La politica oscilla senza sosta tra frammentazione e ricomposizione, tra movimento e istituzione. Separare significa attivare una forza centrifuga all’interno di un corpo già strutturato. Ma ciò che viene disarticolato tende poi a ricomporsi altrove, secondo equilibri nuovi e spesso meno trasparenti. La separazione delle carriere non chiude il conflitto istituzionale: lo sposta, lo rinvia, lo maschera. Pensare il contrario significa credere che la politica possa essere “messa in sicurezza” per via normativa.

La quinta regolarità è la persistenza della dinamica amico/nemico. Anche negli ordinamenti che si proclamano tecnici e impersonali, il politico continua a organizzarsi attraverso contrapposizioni. Le riforme istituzionali non eliminano questa logica: la interiorizzano. La separazione delle carriere introduce linee di frattura stabili all’interno dello stesso ambito istituzionale, favorendo contrapposizioni strutturali che incidono sulla cooperazione e sull’autonomia complessiva del corpo. Anche qui, la semplificazione referendaria oscura il problema, riducendolo a uno scontro morale tra “buoni” e “cattivi”.



La sesta regolarità è la persistenza della razionalizzazione ideologica dei fenomeni politici. Ogni trasformazione del potere viene accompagnata da una retorica che la giustifica come necessaria, moderna e razionale. Questa razionalizzazione interviene sempre a posteriori, per legittimare esiti prodotti da dinamiche più profonde. I liberali per il Sì la utilizzano per presentare la separazione delle carriere come soluzione ovvia; il fronte del No, quando si rifugia in un costituzionalismo letterale, produce una razionalizzazione speculare e altrettanto miope. Entrambi finiscono per eludere il nodo metapolitico.

Il referendum, in questo contesto, aggrava il problema. Trasforma una questione complessa in un’alternativa secca, impoverisce il linguaggio, polarizza le posizioni e favorisce il folclore politico. Un vero liberale dovrebbe essere scettico verso questo strumento, non perché diffidi del giudizio popolare, ma perché sa che la semplificazione è nemica della comprensione. Qui il referendum non chiarisce: imbarbarisce. Inaridisce le fonti stesse dell’intelligenza metapolitica dei fatti.

Alla luce di queste regolarità, la separazione delle carriere non può essere valutata né come atto di fede riformista né come violazione sacrilega dell’ordine costituzionale. È, più semplicemente, un intervento sulla struttura dei corpi e sulla distribuzione del potere, destinato a produrre effetti non interamente prevedibili e comunque non neutri. La metapolitica non invita all’immobilismo, ma diffida delle riforme che si presentano come soluzioni definitive a problemi strutturali. Ricorda che  - ripetiamo -  la politica non riparte mai da zero e che ogni tentativo di “metterla in sicurezza” per via normativa finisce per spostare il conflitto, non per risolverlo.



In questo quadro, il No non va letto come una difesa dell’esistente né come un atto di conservazione ideologica. È piuttosto una scelta di cautela razionale, una sospensione del consenso di fronte a una riforma che promette semplificazione là dove la realtà istituzionale è irriducibilmente complessa. Non perché l’assetto attuale sia soddisfacente o intoccabile, ma perché intervenire sulla struttura dei corpi senza una chiara consapevolezza delle dinamiche di potere che ne seguiranno significa preparare nuovi squilibri sotto nuove forme.

Ma vi è anche un problema di cultura politica che i liberali non dovrebbero eludere. Il fronte del Sì è oggi largamente egemonizzato da una destra che coltiva, più o meno consapevolmente, una visione cesarista - se non apertamente di sapore fascista - del potere: una cultura che privilegia la decisione sul processo, il comando sulla mediazione, l’atto risolutivo sulla lenta composizione dei conflitti. In questa cornice, le riforme istituzionali non sono strumenti di equilibrio, ma leve di disciplinamento.



Che alcuni liberali vi si accodino in nome dell’efficienza o della “modernizzazione” è, metapoliticamente, un errore grave. Non perché ogni convergenza sia illecita, ma perché qui non si tratta di una convergenza contingente, bensì di una subordinazione culturale. Un liberalismo che si mette al servizio di un immaginario cesarista rinuncia alla propria funzione critica e smette di essere tale.

In politica, e ancor più nelle istituzioni, il vero errore non è rinviare una decisione, ma accettare il quadro concettuale dell’avversario. Per questo, in questa fase, votare No non significa difendere lo status quo, ma rifiutare che una riforma presentata come tecnica diventi il veicolo di una cultura del potere incompatibile con  l’autentica intelligenza liberale.

Carlo Gambescia

(*) Ovviamente su queste tematiche, per chi desideri approfondire, rinviamo al nostro Trattato di Metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 voll.

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