sabato 14 febbraio 2026

Donald Trump e il liberalismo alla Lucky Luciano

 


Donald Trump negli ultimi mesi ha preso una decisione strategica sulla pelle di Cuba. Per capire il suo “liberalismo alla Lucky Luciano” (al secolo Salvatore Lucania, famoso boss mafioso italo-americano), bisogna partire da qui: l’amministrazione statunitense ha tagliato l’accesso dell’isola al petrolio che la teneva in vita, imponendo sanzioni e tariffe a chiunque provasse a rifornirla, inducendo Venezuela, Messico e altri fornitori a fermare le spedizioni di greggio verso l’Avana. Cuba, che produce circa 40.000 barili al giorno ma ne consuma oltre 110.000, si è trovata senza combustibile: blackout, blocchi dei voli, crisi nei servizi essenziali già in atto e un potenziale collasso economico-sociale ormai tangibile (Worldmeter – Oil Cuba Reserves ).



L’approccio è semplice: prima lo strangolamento energetico, poi la discussione sulla libertà. Una scelta che, per durezza e sistematicità, non ha precedenti. Formalmente Trump può — e infatti lo fa — sostenere che l’obiettivo sia spingere il regime cubano verso “maggiore libertà” o verso un accordo con gli Stati Uniti; nei fatti esercita una coercizione economica estrema, facendo leva su un bisogno vitale per ottenere concessioni geopolitiche.

Ed è qui il punto decisivo: non siamo di fronte al liberalismo, inteso come rispetto universale delle libertà, ma a una politica di pressione strutturata, a un ricatto permanente mascherato da missione emancipatrice. 

 


Il liberalismo storico ha avuto mille contraddizioni, ipocrisie, ombre coloniali e classiste. Ma ha sempre portato con sé un’idea essenziale: il limite del potere. Lo Stato vincolato, il diritto sopra la forza, l’individuo protetto dall’arbitrio. Qui quel limite evapora.

Se allarghiamo lo sguardo alla politica estera di Trump, lo schema si ripresenta ovunque, con impressionante coerenza: Ucraina, Venezuela, Iran, Medio Oriente, Europa. In Ucraina gli aiuti non sono un investimento in libertà, ma una leva negoziale, soggetta a continue revisioni in funzione del consenso interno e delle dinamiche di coalizione. In Iran e in Medio Oriente il richiamo ai diritti civili diventa improvvisamente secondario davanti alla ricerca di assetti di potere favorevoli agli interessi trumpiani. In Europa, la retorica del libero mercato e della cooperazione assume spesso la forma ultimativa del “fai come dico o ti colpisco con tariffe e minacce”.



Questo non è liberalismo: è pressione commerciale e politica travestita da libertà. È liberalismo alla Lucky Luciano. Anzi, non è liberalismo affatto.

C’è poi un altro tratto, tipicamente “the Mob”, dell’approccio trumpiano: la simpatia per i dittatori, finché utili. Il gangster non ama la legalità, ama la stabilità degli affari. Vuole buoni rapporti con le altre “famiglie”. Così Trump mostra rispetto, indulgenza o ammirazione per chi governa senza troppe mediazioni: Putin, Orbán, Erdoğan, e altri capifamiglia del mondo contemporaneo.

Non importa come governino i loro popoli. Importa che mantengano il controllo e sappiano trattare da pari a pari. Qui il liberalismo scompare del tutto: resta una diplomazia muscolare tra uomini forti. La libertà diventa una parola ornamentale, buona per i comizi.
 

Come nel film “Casinò”, con De Niro e Pesci, ora boss, ma con trascorsi da killer di mafia: “Sam, ti ricordi di quei due tizi a Malibù?”. Un colpo alla testa e il deserto che inghiotte tutto. Oggi suonerebbe così: “Vladimir, ti ricordi di quel tizio a Kiev…”.
 

Altro che liberalismo. 





Molti osservatori, dagli analisti politici ai commentatori internazionali, hanno notato questa discrasia costante: da un lato l’evocazione rituale di libertà e democrazia, dall’altro una politica fondata sulla coercizione e sull’imposizione in nome dell’interesse americano, come raramente nella storia della Repubblica stellata. Definire tutto questo “liberalismo” è fuorviante: non si tratta di un progetto coerente di diffusione delle libertà, ma di un uso strumentale del linguaggio liberale a fini di pressione geopolitica.

Non serve molta filosofia per capirlo. Questo modello non nasce da un manuale di dottrine politiche, ma da un contesto sociale preciso: un Occidente affamato di individualismo protetto, welfarizzato se si vuole — anche per responsabilità di una sinistra talvolta più protettiva che emancipatrice — e insieme angosciato da insicurezza, instabilità e disillusione verso le istituzioni. Da qui il refrain demagogico: “destra e sinistra sono la stessa cosa”. È il foyer del fascismo. Altro che liberalismo.

 


In questo clima di confusione, paura e rabbia, il populismo ha offerto una figura paterna: il Padrino-Stato, garante ultimo dell’individuo. Nella retorica trumpiana il cittadino non è un soggetto autonomo dentro una comunità di diritti, ma un individuo in fila per essere ricevuto dal capo, dal capo-famiglia, dal “padre” o meglio ancora dal “padrino”. Un modello che parla di libertà mentre rafforza dipendenza e ricatto: ti proteggo se obbedisci; se no, ti tolgo energia, mercati, alleati. Questo è il cuore del “liberalismo alla Lucky Luciano”: una promessa di libertà incatenata a una logica di punizione.

Inciso dotto. Se avessimo parlato di “liberalismo hobbesiano”, pochi avrebbero capito. Lucky Luciano, invece, lo capiscono tutti. Perché Hobbes? Perché fu il primo tra i moderni a teorizzare lo scambio protezione–obbedienza tra Stato e cittadino. Liberale perché moderno (Bobbio al riguardo scrisse cose non banali…). 


 

Ma non basta essere moderni per essere liberali. In realtà, diciamolo pure, Hobbes teorizzò politicamente il ricatto politico. In tempi di guerra civile Hobbes fu disposto a tutto pur di evitarla, anche all’assolutismo, purché fondato sul consenso di cittadini affamati di sicurezza. Qui sta la sua modernità, il nesso tra popolo sovrano e sovrano assoluto. Lucky Luciano come suo allievo tardivo e pragmatico.

Dal punto di vista teorico, qualcuno ha cercato di ripensare il liberalismo in chiave radicalmente critica. Domenico Losurdo, nella Controstoria del liberalismo (2005), ha mostrato come la tradizione liberale abbia convissuto con schiavitù, razzismo e colonialismo. È una critica storica dalla sinistra radicale: utile per smascherare le ipocrisie, ma non per definire cosa intendiamo oggi per liberalismo politico. Losurdo finisce per fare di Hobbes il fondatore e l’amministratore unico della ditta “Liberalismo & Co.”, operazione scorretta sia sul piano della storia delle idee sia su quello della storia reale.



Per questo né il liberalismo alla Losurdo né quello alla Lucky Luciano sono modelli accettabili. Il primo insiste giustamente sulle violenze rimosse della tradizione liberale; il secondo descrive una pratica geopolitica che usa la parola libertà come strumento di ricatto economico e politico. Entrambi, però, ci impongono una vigilanza: contro le letture ingenue del liberalismo e contro il sequestro del suo linguaggio da parte di pratiche di potere che con la libertà reale hanno poco a che fare.

In definitiva, se vogliamo capire cosa sta accadendo, dobbiamo tenere distinte due cose: la storia critica delle idee — con i limiti e gli errori del liberalismo — e la pratica contemporanea di una politica che usa la libertà come slogan e la coercizione come metodo. Il risultato è una forma di potere che si presenta come liberale ma opera come un padrino geopolitico: persuasivo a parole, minaccioso nei fatti. E che fa sempre “proposte” alle quali lo sfortunato interlocutore di turno non può rinunciare...

Il che dovrebbe essere di  monito per Meloni, Milei, Orbán e ammiratori vari di Lucky Trump. Ma per ora non sembra essere così. Purtroppo.

Carlo Gambescia



Nessun commento:

Posta un commento