Il 24 febbraio 2022 la Russia invadeva l’Ucraina. Un terremoto politico e militare. Era l’inizio della più grande guerra convenzionale in Europa dalla fine della Guerra fredda. Quattro anni dopo, l’anniversario passa quasi sotto silenzio sulle prime pagine dei principali quotidiani europei (*). La guerra continua, ma la memoria collettiva si è assottigliata. Non è una distrazione: è un fatto sociale e politico. Diremmo metapolitico. Spiegarlo è necessario; assolverlo, no.
Le stime delle perdite militari, sebbene controverse per quanto riguarda le fonti che le forniscono, indicano che si tratta di centinaia di migliaia di morti e feriti per entrambe le parti. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha stimato all’inizio del 2026 che la Federazione Russa abbia circa 1,2 milioni di perdite militari (morti, feriti, dispersi), di cui 325.000 decessi, mentre l’Ucraina ha registrato tra i 500.000 e i 600.000 tra morti e feriti, con fino a 100.000-140.000 decessi. Inoltre, al 31 gennaio 2026, sempre tra gli ucraini, sono stati registrati 15.172 morti civili e 41.378 feriti. Numeri inevitabilmente incompleti, ma sufficienti a ricordare che questa guerra non è una metafora geopolitica: è una distruzione umana di massa nel cuore dell’Europa (**).
Tuttavia per dare una misura storica di questi ordini di grandezza, il confronto con il passato è istruttivo. Nel 1916, nella battaglia di Verdun, Francia e Germania registrarono circa 700 mila tra morti, feriti e dispersi in meno di un anno, in quello che divenne il simbolo della guerra totale europea (***).
Lì la carneficina non fu un effetto collaterale, ma il risultato di una scelta politica consapevole: resistere fino all’esaurimento delle risorse umane perché si riteneva che la posta in gioco fosse assoluta. Oggi, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, si muore in numeri comparabili solo se sommati e diluiti nel tempo, e soprattutto senza ciò che allora, nel bene e nel male, era evidente: la decisione di assumere fino in fondo il costo politico del conflitto.
Le guerre lunghe soffrono di una maledizione precisa: smettono di fare notizia. La ripetizione anestetizza. I bombardamenti diventano aggiornamenti, i morti numeri, le città distrutte uno sfondo ricorrente. I media, strutturalmente dipendenti dalla novità, faticano a raccontare ciò che persiste.
Così il conflitto arretra non perché sia meno tragico, ma perché è diventato prevedibile. Un pubblico, di “signorini viziati” (Ortega), anestetizzato da un pacifismo nobile quanto si voglia, ma che aspira alla pace universale per i prossimi trenta secoli, sopporta la sofferenza solo a rate, regge poco l’intensità morale: alla lunga, cambia canale. A questo si aggiunge lo spostamento dell’agenda.
Crisi economiche, conflitti concorrenti, elezioni, paure interne: l’attenzione pubblica è una risorsa scarsa. Kiev non è sparita dal mondo reale, è stata retrocessa nella gerarchia simbolica delle notizie; e ciò che perde centralità mediatica perde anche forza politica. C’è poi un passaggio ancora più inquietante: la normalizzazione dell’eccezione.
Nel 2022 l’invasione fu uno shock: confini violati, sovranità calpestata, guerra d’aggressione in Europa. Oggi quella rottura è diventata uno scenario “stabile”. Non scandalizza più perché è stata incorporata nella normalità. È qui che la spiegazione strutturale arriva al suo limite.
Perché il silenzio sull’anniversario non è solo mediatico. È il riflesso di una responsabilità politica elusa. L’Unione Europea non è stata solo impotente: è stata timorosa. Timorosa del costo economico, della reazione russa, del proprio elettorato. Ha scelto la retorica della fermezza e la pratica del rinvio: armi sì, ma col contagocce; sanzioni sì, ma sempre negoziabili; solidarietà sì, ma mai fino in fondo.
Giorgia Meloni è la sintesi politico-umana di questa scaltra ideologia che trasforma la prudenza in convenienza, l’apparenza in azione e l’umanità in calcolo. Dietro la facciata di fermezza, ogni scelta sembra misurata più sul rischio personale che sul dovere morale: un compromesso continuo tra decoro internazionale e quieto vivere interno, dove il prezzo più alto lo pagano sempre gli altri.
Il risultato è una guerra protratta non per necessità strategica, ma per mancanza di coraggio politico. Ed ecco perché ricordare oggi quella data dà fastidio: significherebbe ammettere che si poteva fare di più, e prima. Il silenzio non è distrazione; è imbarazzo.
Il quadro si oscura ulteriormente guardando agli Stati Uniti. L’affievolirsi del sostegno a Kiev, quando non il fastidio esplicito, segnala un mutamento profondo. Il ritorno sulla scena di Donald Trump, con il suo liberalismo alla Lucky Luciano, lo rende lampante.
L’idea che, se fosse stato presidente nel 2022, l’Ucraina sarebbe stata rapidamente occupata e Volodymyr Zelensky eliminato politicamente—se non fisicamente—non è una provocazione. È una deduzione coerente con l’ostilità verso la NATO, la riduzione della guerra a questione di “costi” e gli ammiccamenti sistematici a Vladimir Putin. In nome del realismo - realismo criminogeno - non una pace giusta, ma una resa rapida. Il fatto che questa visione trovi oggi spazio e consenso spiega bene perché l’anniversario disturbi: ricorda ciò che si è scelto di non difendere.
Pertanto, alle luce di questa logica politica degna della Banda della Magliana, non resta che dire, “Biden santo subito”. Perché, nonostante tutto, fece la scelta giusta.
Il problema, dunque, non è che la guerra continui.
Il problema è che l’Occidente ha imparato a convivere con la propria rinuncia. Il 24 febbraio 2022 non è solo la data di un’aggressione russa: è l’inizio di una lunga prova morale per Europa e America.
Una prova che, quattro anni dopo, molti preferiscono non ricordare. Perché ricordare obbliga a scegliere.
E scegliere—si vede—fa ancora paura.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://es.kiosko.net/ .
(**) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=7B-_Z7IXVgM .
(***) Sulla battaglia di Verdun rinviamo all’interessante volume di A. Horne, Il prezzo della gloria. Verdun 1916, Rizzoli, 2014. Invece per una verifica in tempo reale: https://www.britannica.com/event/Battle-of-Verdun .
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