domenica 22 febbraio 2026

Del tiranno e del tirannicidio. Come la democrazia liberale può tradire se stessa

 


Per secoli il problema politico fondamentale si è presentato in una forma relativamente semplice: il tiranno era colui che prendeva il potere con la forza e lo esercitava per sé. Diciamo che andava contro le leggi. Da qui una domanda altrettanto semplice, anche se moralmente esplosiva: è lecito eliminarlo?

Dall’antichità fino all’età moderna, la risposta non è stata univoca, ma nemmeno elusiva. Aristotele distingueva il governo orientato al bene comune dalla tirannide come sua degenerazione (Politica); Cicerone arrivava a considerare il tiranno un hostis, un nemico pubblico (De re publica). Di qui le “misure” del caso.

Nel tardo Medioevo cristiano la questione si complica ulteriormente: Tommaso d’Aquino riconosce che il tiranno è un male, ma avverte che la sua eliminazione può produrre un male peggiore, il disordine. Meglio l’ingiustizia del caos, perché il caos distrugge anche la possibilità della giustizia (De Regime principum). E questo elemento dell ordine come risposta a un disordine più percepito che reale tornerà nel Novecento.



Nella prima età moderna, in particolare nell’ultimo trentennio del Cinquecento, i monarcomachi (definizione ex post) giustificarono la resistenza al tiranno — e in casi estremi anche il tirannicidio — non in nome della libertà religiosa in senso moderno, ma della difesa della “vera” religione. Il sovrano che imponeva una confessione ritenuta falsa e perseguitava quella giudicata autentica perdeva, ai loro occhi, la legittimità politica. La possibile repressione delle altre interpretazioni del cristianesimo non veniva rivendicata come principio esplicito, ma risultava come conseguenza implicita di un ordine politico fondato sulla verità religiosa, non sulla tolleranza ( Théodore de Bèze,Traité des droits et devoirs du magistrat; François Hotman, Franco-Gallia; Juan de Mariana, De rege et regis institutione).

Con la modernità il problema cambia forma. In John Locke il tirannicidio individuale lascia il posto al diritto di resistenza collettiva: non è il singolo a giudicare, ma il popolo che revoca un patto violato. Il gesto privato perde legittimità, mentre la ribellione pubblica diventa pensabile (Due trattati sul governo). Il coltello scompare, la rivoluzione prende il suo posto. E qui si pensi all’effetto di Locke sulla Rivoluzione americana e di rimbalzo sulla Rivoluzione francese. Diciamo che il diritto di resistenza ha tuttora una sua grande validità.



Fin qui, diciamo, una storia nota. Ma è nel Novecento che il nodo diventa davvero inquietante, perché il nemico non è più l’usurpatore bensì il tiranno eletto. Colui che arriva al potere in modo formalmente legittimo e poi svuota la legittimità dall’interno. Non nega la democrazia: la utilizza come strumento di concentrazione del potere.

Max Weber aveva colto il pericolo con grande lucidità: il carisma plebiscitario trasforma il consenso in consacrazione. Di qui il pericolo racchiuso nella formula referendaria. Il voto non funziona più come limite, ma come investitura morale. Il leader non governa grazie alla democrazia, ma in quanto incarnazione del popolo. Chi lo critica non è un avversario politico, ma un nemico della volontà collettiva (Economia e società).



Qui si innesta la riflessione di Carl Schmitt, tanto spietata quanto rivelatrice: sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Il tiranno eletto non abolisce la legge, la sospende “temporaneamente” in nome dell’emergenza (La dittatura). Sicurezza, identità, crisi economica, minacce interne o esterne: il repertorio è noto. Però l’emergenza può essere “creata”, lavorando sulla percezione collettiva. Viviamo in società di massa, non immune da nevrastenie collettive, segnate non tanto dalla crisi ma dalla paura della crisi. Sicché, per una falsa percezione della realtà, il temporaneo può diventare permanente, l’eccezione si normalizza, il potere si concentra senza mai dichiararsi assoluto.

Ma il punto decisivo non è solo istituzionale. È sociale. Hannah Arendt ha mostrato come il potere moderno non viva soltanto di repressione, ma di consenso passivo, di stanchezza, di disimpegno. Il tiranno eletto prospera quando la politica appare un peso, la complessità un fastidio, la libertà un lusso inutile. Non serve il terrore immediato: basta semplificare il mondo, moralizzare il conflitto, delegittimare i contropoteri e trasformare ogni critica in tradimento (Le origini del totalitarismo).

Le democrazie costituzionali possono tentare una difesa preventiva. Karl Loewenstein parlava di "democrazia militante": una democrazia deve potersi difendere anche da chi intende abolirla utilizzando le sue stesse regole (Democrazia militante e diritti fondamentali). Ma il rimedio è delicato e pericoloso. Limitare un leader eletto significa entrare in tensione diretta con la volontà popolare che lo ha prodotto. La difesa della libertà rischia di assumere tratti illiberali.



Il tirannicidio classico eliminava un uomo. Il tiranno eletto pone un dilemma infinitamente più lacerante: come fermare un potere che si legittima attraverso il consenso? Non cade per illegittimità, ma solo se perde appoggio o se i contropoteri resistono abbastanza a lungo. Quando una società arriva a chiedersi se un leader sia un tiranno, spesso è già tardi: le regole sono state riscritte, il linguaggio deformato, il conflitto trasformato in guerra morale.

Oggi questo schema non appartiene ai manuali, ma alla cronaca. Leader eletti che concentrano il potere in nome dell’efficienza, governi che trattano i contropoteri come intralci, maggioranze che rivendicano un mandato morale illimitato. Le costituzioni non vengono abolite, ma interpretate creativamente e modificate secondo modalità perfettamente legali ma illegittime dal punto di vista dei valori fondanti la costituzione.



Le emergenze non finiscono, si moltiplicano. Il linguaggio pubblico si riduce a opposizioni binarie, e ogni dissenso viene presentato come ostilità verso il “popolo”. Non servono stivali né colpi di Stato: basta una lunga erosione, come detto, perfettamente legale, accompagnata dall’applauso di chi scambia la protezione con la libertà e la decisione rapida con la decisione giusta. È in questo spazio grigio, ma affollato, che il tiranno eletto non appare come un usurpatore, bensì come una soluzione. Ed è proprio qui che la democrazia liberale corre il suo rischio più grande: non quando viene attaccata, ma quando viene ridotta a strumento di chi ha imparato a usarla contro se stessa.

A questo punto la domanda ritorna, più scomoda di prima: chi decide che uno è tiranno? La prima risposta è che sarà la storia a pronunciarsi, a posteriori: se vinci sei un liberatore, se perdi sei un sovversivo. Detto altrimenti, Churchill vale Hitler, Roosevelt vale Mussolini. L’uno vale l’altro. Si chiama realismo politico criminogeno: la legittimità segue la logica del successo. Di regola, chi propugna questa tesi rischia di spianare la strada a forme autoritarie, perché lega la legittimità al successo piuttosto che a regole o principi.

La seconda risposta è normativa e istituzionale: dovrebbero essere le istituzioni, i parlamenti, i contropoteri a stabilire i limiti del potere, a sancire quando diventa tirannico. In questa prospettiva, il liberalismo non è solo un insieme di norme astratte, ma un patrimonio da difendere: libertà individuali, regole costituzionali, diritti civili, Stato di diritto. Il vantaggio è che non dipende dalla vittoria o dalla sconfitta, ma da regole, procedure e istituzioni solide. Il limite, tuttavia, è evidente: se questi strumenti vengono svuotati o aggirati dall’interno, il tiranno eletto può neutralizzarli senza perdere alcuna legittimità formale, mentre la società resta intrappolata nella facciata di legalità.



In fondo, alla base di qualsiasi teoria sulla tirannide, e di riflesso sul tirannicidio, c’è un principio fondamentale, ben presente nella storia politica del pensiero occidentale. È meglio essere governati da un uomo o dalle leggi?

Il liberalismo, per la prima volta nella storia umana, ha razionalizzato il governo delle leggi, imperfetto, ma governo delle leggi. E qui si pensi allo stato di diritto. Purtroppo gli uomini sembrano invece apprezzare il governo di un uomo, ancora meglio se solo al comando.

Alla fine, il rischio non è che il tiranno esista, ma che la società lo scelga come soluzione. Difendere le regole significa difendere la libertà: tutto il resto è illusionismo o cinismo.

Carlo Gambescia

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