La morte di Paolo Sylos Labini
Un economista eretico?
La notizia della morte di Paolo Sylos Labini (1920-2005) non può che
rattristare tutti coloro che ne apprezzavano le capacità teoriche,
scientifiche, espositive e la grandissima verve polemica, negli ultimi anni
rivolta particolarmente contro Berlusconi (si veda ad esempio l'interessante e
per certi aspetti divertente, "Un paese a civiltà limitata",
libro-intervista pubblicato nel 2001 per i tipi di Laterza).
Del resto sono ancora oggi molto importanti i suoi studi
sulle tendenze oligopolistiche del capitalismo, sui rapporti tra sviluppo e
progresso tecnico, sui ceti medi; volumi ricchi di osservazioni interessanti e
di senso storico e sociologico. Si può ritenere che Sylos Labini sia stato dopo
Pareto il primo economista italiano a occuparsi seriamente dell' evoluzione
delle classi medie.
Quel che però non convince, e basta dare un'occhiata ai
"coccodrilli" apparsi ieri sui giornali, è la pretesa di considerarlo
un eretico. Su questo giudizio non si può essere d'accordo. Perché?
In primo luogo, Sylos Labini fu allievo negli Stati Uniti
di Schumpeter, grande e tragico profeta (ma anche apologeta) del capitalismo.
Un'esperienza che lasciò su di lui segni indelebili. Infatti, fin dai primi
suoi lavori (cfr. la voce "investimenti", nel "Dizionario di
economia" a cura di Napoleoni - 1956, pp. 765-793), Sylos Labini, sulla
scia di Schumpeter, non si è mai stancato di ripetere che il capitalismo, pur
con le sue manchevolezze (burocratizzazioni, oligopoli, rendite parassitarie)
resta sempre il migliore dei mondi possibili: l'unico scenario economico capace
di favorire gli investimenti e dunque di promuovere lo sviluppo umano nella
democrazia.
In secondo luogo, anche l'importanza che nella sua opera
ha assunto l'innovazione teconologica "creatrice" in rapporto allo
sviluppo non solo sociale ma produttivo, testimonia quanto l'interpretazione
schumpeteriana del capitalismo, come forza creatrice e distruttrice al tempo
stesso, abbia pesato sullo sviluppo del suo pensiero.
In terzo luogo, il problema dell' innovazione resta in
lui legato, come del resto anche in Schumpeter, a quello della funzione
imprenditoriale. Di qui la sua critica alle forme di imprenditoria
semipubblica, parassitarie e nemiche delle regole di mercato, che secondo
l'economista italiano, sono splendidamente illustrate, e per sempre racchiuse,
nella "Ricchezza delle Nazioni" di Adam Smith.
In quarto luogo, il rapporto Sylos Labini-Marx è
piuttosto controverso. L'economista italiano ne sempre ammirato più la
sociologia che l'economia (il collegamento tra economia capitalista e classi
sociali), ma di Marx non ha mai condiviso due tesi: quella sulla caduta del
saggio di profitto e quella sull' impoverimento bipolare delle classi sociali.
Ora, proprio per queste ragioni (sostanzialmente: il
muoversi teoricamente all'interno della visione schumpeteriana del
capitalismo), Paolo Sylos Labini non può essere considerato un eretico. O
comunque non nel senso che oggi viene dato a questo termine. Detto in breve
Sylos Labini è per la "crescita" e non per la "decrescita".
Tutta la sua opera è un elogio dell' innovazione produttiva e dello sviluppo
economico infinito, come solo strumento per redistribuire la ricchezza.
Questo spiega, ma è solo una curiosità, perché la bibbia
dell'economia eterodossa il "Biographical Dictionary of Dissenting
Economists" (Elgar 1992, 2000 www.e-elgar.com)
non gli abbia dedicato alcuna voce.
Dispiace ma è così.
Carlo Gambescia
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