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domenica 22 ottobre 2023

La motosega annunciata di Milei

 


Oggi si vota in Argentina. Chiunque vinca non crediamo siano in gioco gli equilibri del mondo. Però se dovesse vincere Javier Milei, candidato ultraliberale, dall’aspetto che in effetti ricorda un  membro  della spagnola Orquesta Mondragón ( Mondragón, a San Sebastián, è sinonimo di manicomio ), potremmo assistere a un esperimento interessante, probabilmente doloroso per gli argentini, almeno all’inizio, ma interessante.

Perché, Milei, in primo luogo è un economista, non un militare con tendenze  al caudillismo.  Un liberale contiguo alle posizioni di Mises e Hayek (per fare due nomi tra i più conosciuti e semplificando per i lettori apporti teorici molto più ampi e diversificati, in primis Rothbard *).

In secondo luogo, sembra non essere della stessa stoffa dei Trump e dei Bolsonaro: non è un conservatore, né un reazionario, né un nazionalista, tipo “Stati Uniti First”, “Brasile First”. Il che spiega le evidenti difficoltà di inquadramento politico da parte della stampa di sinistra. Che con grande fantasia politica lo liquida come “fascista”.  O nella migliore delle ipotesi come "el Loco".

Milei è praticamente favorevole a tutti i diritti civili (con alcuni dubbi sull’aborto), ma non – ecco il punto – a spese dello stato. Ciò che è un fatto privato, dal commercio dei propri organi (non degli altri), alla scelta del genere, all’uso di droghe, resta un fatto privato. Esiste una cosa che si chiama diritto di proprietà. Quindi depenalizzazione (per capirsi)  e libertà di fare della propria vita ciò che sia considerato bene secondo i principi e gli interessi dell’individuo e non dello stato. Che, naturalmente, – parliamo dell’individuo – ne deve pagare le conseguenze personali. Sul piano privato però. La libertà teorizzata da Milei è senso di responsabilità. Non prevede il paracadute welfarista. Liberi di fare tutto o quasi ma non a spese dello stato. Insomma, i diritti sbandierati dalla sinistra non devono essere una scusa per far crescere la pressione fiscale, la burocrazia, eccetera, eccetera. Per inciso, Milei detesta papa Francesco, definito “il gesuita comunista”. Ovviamente sulla questione ambientale il contrasto con il papa – e non solo – è totale.

Queste posizioni politiche trovano una spiegazione proprio nel fatto che Milei non è un populista, come insinua la sinistra, ma un libertario che vuole parlare al popolo. Con tutti i rischi di semplificazione, eccetera, eccetera. Detto altrimenti: un liberale pronto a portare alle ultime conseguenze i principi del liberalismo.  Lo si potrebbe definire un dottrinario. Però con un'idea  che lo caratterizza e distingue .   

Quale? Quella di puntare sul liberalismo di massa. Probabilmente una contraddizione. Tuttavia una cosa del genere, non ha precedenti, neppure nelle figure del presidente Reagan e della signora Thatcher. Si può quindi capire l’imbarazzo della sinistra e di quel fenomeno, oggi composito, tipicamente argentino, che si chiama peronismo: welfaristi incalliti abituati a pensare “per” il popolo, o meglio “al posto” del popolo. Milei invece vuole sottrarre  la materia prima a coloro  che lui chiama “parassiti” (sinistra e peronisti): il popolo. Però responsabilizzandolo, individuo per individuo. La musica può cambiare.  Il popolo capirà l'importanza di essere liberali, ma non a spese degli altri?  Come invece regolarmente  capita alle  ideologie collettiviste?  Difficile dire.

Milei, personaggio mediatico e mediatizzato, che ama presentarsi ai comizi con una motosega, vuole abolire i ministeri sociali, la banca centrale, adottare il dollaro. E ci limitiamo a tre cose principali.

Insomma, una vera rivoluzione economica e politica liberale. Secondo i sondaggi sembra che su trenta milioni di lettori (su una popolazione di quarantacinque) poco meno della metà, sia disposto a votare Milei e ”La Libertad Avanza”, partito da lui fondato. Milei è molto popolare tra i ceti non abbienti, stanchi della corruzione e delle mance welfariste.

Non entriamo nel merito delle riforme economiche, che inevitabilmente, se attuate, non miglioreranno nell’immediato le condizioni economiche di un paese dove l’inflazione viaggia al centoventicinque per cento annuo.

Però, ecco, la vera scelta rimane tra il proseguire nel ciclo welfarista, che si ripete regolarmente, almeno dagli anni Trenta del Novecento, portando tra alti (pochissimi) e bassi (moltissimi) l’Argentina alla rovina di oggi. Oppure tornare al grande ciclo liberale, dell’ultimo quarantennio dell’Ottocento e dei primi quindici anni del Novecento, che permise all’Argentina di competere, economicamente, quindi pacificamente, con gli Stati Uniti e l’Europa. Pensiamo all’ Argentina, meta di tanti fiduciosi migranti italiani, e celebrata da Gugliemo Ferrero nel bellissimo suo Fra i due mondi.

Il realismo politico, anzi metapolitico, purtroppo, insegna che in caso di vittoria, per Milei sarà durissima. Anche perché le radicali riforme liberali che vuole introdurre non daranno risultati a breve. Anzi,  all’inizio potrebbero provocare disordini, che rischiano di essere  sapientemente cavalcati dalle forze peroniste, socialiste e welfariste che temono la motosega della rivoluzione annunciata da Milei.

Ecco, “annunciata”, per ora sembra essere il termine giusto. Perché il ciclo politico argentino, grosso modo, dell’ultimo secolo, sembra indicare, che Milei rischia di fallire.

Però, dal punto di vista del liberalismo romantico, una cosa è cadere, con le armi in pugno delle riforme liberali, un’altra con indosso il pannolone welfarista. Milei, se resterà fedele a se stesso, avrà comunque provato a cambiare le cose.

Buona fortuna professor Milei, comunque vadano le elezioni.

Carlo Gambescia

(*) Per farsi un’idea della varietà teorica del suo approccio si veda J. Milei, W la Libertad Carajo! Breve antologia di saggi in difesa delle libertà individuali e del diritto di proprietà, Facco Editore 2020. Il fatto che si sia interessato a Milei un piccolo ma combattivo editore come Facco e non un colosso dell’editoria, ad esempio come Mondadori, è significativo dell’aria che tira in Italia… (per acquistarlo: https://www.amazon.it/liberda-antologia-libert%C3%A0-individuali-propriet%C3%A0/dp/8832075067 ) .

martedì 21 novembre 2023

L’ “antropología desconocida” di Javier Milei

 


Come è duro dirsi liberali. Poi dichiararsi addirittura libertari significa essere subito liquidati e relegati all’estrema destra. Il che è triste e fastidioso.

Triste perche così vince la menzogna politica; fastidioso perché la vittima predestinata rischia di ritrovarsi in brutta compagnia e di non essere presa  politicamente sul serio.

Ecco quel che abbiamo provato ieri, leggendo e sentendo liquidare in questo modo per l’ennesima volta dalla stampa mondiale Javier Milei, il candidato “anarco-capitalista” (quasi una parolaccia), trionfatore delle elezioni argentine. Lo si è messo fin dall’inizio sullo stesso piano di personaggi come Trump, viziatissimo figlio di papà dalle pulsioni golpiste, di Bolsonaro, un ex  militare mezzo fascista, e di altri personaggi minori delle destra populista e radicale internazionale.

In realtà, come leggevamo ieri in un editoriale dello storico Carlos Pagni su “La Nación”, con Milei si entra in una “geografía desconocida” (*). Dal momento che le idee di Milei, un professore di economia, di umili origini, da pochi anni in politica, grazie a una fresca di gloria mediatica, sono dirompenti. Non solo rispetto agli ultimi quarant’anni di storia argentina, dopo il ritorno della democrazia, ma con riguardo a quel drago dalle sette teste che si chiama peronismo, alitante dominatore della politica e dell’economia argentina dalla seconda metà degli anni Quaranta del Novecento. Tuttora vivo nell’immaginario collettivo, pur con sfumature politiche diverse, populiste, sindacaliste, socialdemocratiche.

Insomma, nulla a che vedere, almeno sembra, con il timido tentativo di  Mauricio Macri, presidente dal 2015 1l 2019, altro candidato non proveniente dalle file del peronismo, meno evoluto di Milei sul piano teorico,  anch’egli però vincitore in questa tornata,  perché portatore di  voti preziosi al ballottaggio.

Il linguaggio e le idee liberali di Milei rappresentano qualcosa di radicalmente di nuovo per l’elettore argentino. Il problema è se riuscirà ad attuare il suo programma. Cioè, se questa “geografía desconocida” acquisterà  una morfologia reale.  Dal momento che per ora sulla stoffa politica di Milei nessuno può giurare. Si dovrà giudicare dall’opera.

Progetti come la privatizzazione dell’economia, l’apertura all’economia mondiale, l’abolizione della banca centrale, l’adozione del dollaro, la revisione radicale dei sistemi di assistenza sociale e di istruzione pubblica sono qualcosa di inaudito per le orecchie non solo dei peronisti vecchi e nuovi, come pure di un’imprenditoria argentina dipendente in larga parte dallo stato (la famigerata “oligarchia” vive di sussidi), ma, sul piano esterno, per quel blocco politico mondiale di stampo liberal-socialista, macro-archico (statalista), che come una vischiosa melassa impedisce qualsiasi riforma liberale.

La diversità intellettuale di Milei, cosa che si può scoprire leggendone le pubblicazioni (**), rispetto alle destre radicali e populiste è nella riconduzione dei diritti civili nell’alveo della sfera privata. Le contestazioni, più grossolane, che gli sono mosse, ad esempio di essere favorevole alla cessione di organi e al tempo stesso contrario all’ aborto, rinviano invece a due precise idee liberali: la proprietà individuale del proprio corpo (cessione degli organi) e il principio che si può anche abortire (quindi depenalizzazione) ma non con l’autorizzazione e i denari dello stato. In ultima istanza, deve essere sempre l’individuo a decidere ciò che fare del proprio corpo, non lo stato.

Per contro le destre radicali e populiste non tengono in alcuna considerazione l’individuo, al quale antepongono concetti astratti come il “popolo” “dio”, la “tradizione”, la “famiglia”, la “società”, la “nazione”, lo “stato”. Milei, come vero liberale e autentico libertario (l’uno non esclude l’altro: si può essere liberali in politica e libertari sul piano dei diritti civili), pone alla base del discorso politico l’individuo, una realtà concreta, tangibile e innegabile.

Pertanto, parlare di Milei, come di un politico di estrema destra è totalmente sbagliato. Il trattamento obbligatorio da mezzo fascista è un tentativo di disinnescare il potenziale esplosivo racchiuso nel suo porre al centro del discorso politico non lo stato ma l’individuo. L’analisi politica di Milei riconduce i diritti civili e politici all’individuo, rifiuta qualsiasi forma di mediazione, di qui la sua forte polemica contro le “caste” e le “burocrazie” pubbliche e private.

La differenza tra l’uso del termine “casta” in Milei, quindi in un vero liberale, e l’uso che ne fanno in Italia la sinistra e la destra (populiste o meno),  è data dal giudizio sullo stato: Milei non fa sconti, vuole ridurne il ruolo al minimo se non al grado zero, soprattutto in economia, mentre destra e sinistra vogliono conferire allo stato una veste etica: da stato delle “caste” a stato del “popolo”. Un’utopia pericolosa che non tiene conto di alcune regolarità metapolitiche come  a proposito della distinzione tra governanti e governati e della conseguente e inevitabile deriva oligarchica e burocratica di ogni governo, per quanto democratico si professi.

Ovviamente, quanto fin qui detto rimanda alla teoria politica di Milei. Se si vuole al mondo dell’ideale e dell’astratto. La vera domanda è se riuscirà a tradurla in fatti concreti. Il che dipende non solo dalle idee, ma dalla stoffa politica dell’uomo Milei. E qui torniamo non tanto o non solo alla “geografía desconocida” – le idee – di cui scrive Carlos Pagni, ma all’uomo, all' “antropología desconocida” di un presidente che intorno a sé, come scrive l’editorialista de “La Nación “, ha raccolto il 55,7 per cento dei voti contro il 44,30 per cento dell’avversario.

Potranno bastare per una rivoluzione liberale? Forse. Ma soltanto se dopo il “teorico” anche l’ “uomo politico” Milei saprà mostrarsi all’altezza della situazione.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.lanacion.com.ar/politica/entramos-en-una-geografia-desconocida-nid20112023/ .

(**) Per farsi un’idea del suo approccio si veda J. Milei, W la Libertad Carajo! Breve antologia di saggi in difesa delle libertà individuali e del diritto di proprietà, Facco Editore 2020. Per acquistarlo: https://www.amazon.it/liberda-antologia-libert%C3%A0-individuali-propriet%C3%A0/dp/8832075067 .

martedì 13 febbraio 2024

Divagazioni (liberali) su Javier Milei

 


Fa piacere che “Il Foglio”, unico tra i giornali italiani, scriva che Javier Milei non è un Trump qualsiasi. Cioè un figlio di papà, con manie di grandezza, che gioca a fare il Mussolini post-democratico, sparandole grosse (come, da ultimo, quella sul recupero crediti Nato via invasione Russa dell’Europa). Se Trump non è cretino, forse gioca a farlo: si diverte insomma. La politica come passatempo. Il che è ancora più pericoloso, perché gli Stati Uniti non sono il principato del Liechtestein.

Milei invece è un liberale, probabilmente un dottrinario (in senso particolare, come vedremo), perché non demorde sui principi liberali, fondati sulla difesa dell’individuo rispetto al moderno Leviatano, il welfare state. Sono cose sul liberalismo, che in Italia, asserivano, senza correre dietro alle ultime mode liberali, Nicola Matteucci, filosofo della politica, e Sergio Ricossa, economista. Probabilmente, anche se qualche professore, liberale ma statale per cattedra e paciosi  costumi di vita, storcerà il naso, parliamo dei due più importanti pensatori liberali italiani della seconda metà del Novecento. Leggere per credere.

Dicevamo di Milei e del suo dottrinarismo particolare. Innanzitutto va rilevata l’incompatibilità di carattere (liberale) con Trump, Bolsonaro, Giorgia Meloni, Orbán e altri politici di estrema destra, che se il liberalismo fosse una scuola secondaria, non sarebbero andati oltre le dispense inviate per posta della vecchia Radio Elettra.

Battute a parte, che Milei si dichiari,  come si legge,  "anarco-capitalista" – ecco il dottrinario, ma particolare –   è colpa del pensiero liberale, in particolare europeo, che non ha saputo rivalutare e rilanciare i suoi classici.  Per dirne una, e sempre proposito di Matteucci (che ne scrisse una fondamentale monografia), in Italia non abbiamo ancora un’edizione critica, con i controfiocchi, delle Considération sur la Nature de la Rèvolution de France (1793), di Jacques Mallet-Du Pan, ginevrino: per capirsi, intellettualmente parlando, una specie di Raymond Aron in faccia alla Rivoluzione Francese.

Milei, che è professore di economia, si è perciò  inevitabilmente formato alla scuola dei Mises e degli Hayek (semplifichiamo le sue letture). Pensatori che rappresentano la sacrosanta reazione liberale, soprattutto degli economisti, al collettivismo e al costruttivismo sociale novecentesco: un fenomeno che abbraccia il comunismo, il socialismo, il nazionalsocialismo, estendendosi al welfarismo nelle sue varie versioni, cristiano-socialista, liberalsocialista, social-sciovinista.

Insomma Milei, ha fatto tesoro di ciò che ha trovato. E non è poco, perché Mises e Hayek sono due signori pensatori. Ma non sono “tutto” il liberalismo. Se proprio lo si deve criticare, si pensi a  un Milei, che ora gioca in Seria A, ha doti agonistiche enormi,  però è privo dei fondamentali tecnici, come l’approfondimento – semplifichiamo, uno per tutti – degli scritti di Mallet-Du Pan.

Fondamentali politici che lo aiuterebbero, sul piano del pensiero, a riallacciare i ponti con la grande tradizione liberale ottocentesca, dei Constant, dei Guizot, dei Tocqueville (per fare solo tre nomi, per giunta  francesi) sviluppatasi come critica ragionata del giacobinismo (e al cesarismo), che prima di essere un collettivismo economico, fu una specie di teologia politica. Detto altrimenti una secolarizzazione, consapevole o meno, di concetti teologici. Su questo processo, per capirsi, di “bene assoluto” (rivoluzione e democrazia diretta), contro il “male assoluto” (le riforme e la democrazia rappresentativa) Mallet-Du Pan scrisse pagine immortali.

Diciamo questo per quale ragione? Perché insistere troppo, anche se giustamente sui fondamentali economici, rischia di condurre alla sottovalutazione degli aspetti politici del liberalismo, come per l’appunto la democrazia rappresentativa. Di qui due pericoli: 1) il pericolo del liberalismo populista, destrorso, gran calderone che vede sobbollire e mescolarsi Trump, Meloni, Bolsonaro, Orbán, come reazione al socialdemocratismo di un Lula e di un Sánchez, oppure al liberalismo welfarista di un Macron ; 2) la tentazione, altrettanto pericolosa, di ricorrere alla figura contraddittoria del “dittatore liberale”, per portare a effetto le agognate e necessarie riforme economiche.

Il “decretone” d Milei respinto dal Congresso prevedeva i pieni poteri per due anni (prorogabili) allo scopo di attuare le riforme economiche. Però, con i precedenti di Pinochet padrino dei Chicago Boys, sebbene molto romanzati dalla sinistra, Milei rischia di incagliarsi del tutto. Soprattutto sul piano della pubblica opinione, dei salotti buoni  e meno buoni.  Cosa che non merita, perché le sue  idee sono interessanti e valide.  O comunque dirompenti per i vecchi equilibri welfaristi basati sul voto di scambio (consenso  per assistenza sociale). 

In questo quadro, la visita italiana di Milei ha prodotto due effetti: la solidarietà delle destre, ma come sembra solo formale (Giorgia Meloni è statalista), e il disappunto della sinistra (altrettanto statalista, che dipinge Milei come uno spettinato pazzo ultraliberista). Quanto ai baci e agli abbracci con il papa, siamo davanti al puro folclore televisivo. Francesco, non è comunista come sostiene Milei, ma sicuramente è pauperista, perciò  peggio ancora.

Francesco riteologizza la politica. E qui torniamo alla critica radicale del giacobinismo (una teologia politicamente mascherata, diciamo in uscita, quella di Francesco invece è in entrata), splendidamente condotta da Jacques Mallet-Du Pan. E da Matteucci e Ricossa.

Concludendo, Milei deve insistere sulle riforme liberali, ma come direbbe un altro grande filosofo del Novecento (liberale, anch’egli, “nel suo “piccolo”), Franco Califano, “se deve da ‘na regolata”. Soprattutto sul piano politico, del rispetto delle regole liberal-democratiche. Non deve farsi risucchiare dall’estrema destra statalista se non addirittura neo o semifascista. Deve pesare le parole. E pensarci sopra non una ma mille prima di allearsi con certa gente, anche sul piano internazionale.

Benché, cosa che va onestamente riconosciuta, vedere quella che Milei chiama “la casta” argentina, socialdemocratica e peronista, perseverare, dandosi le arie da prima della classe, nell’errore assistenzialista, può far perdere la pazienza. Che serva veramente un dittatore liberale? Ma allora Mallet-Du Pan, Matteucci, Ricossa?

Julien Freund, altro pensatore di sentimenti liberali – e concludiamo veramente – parlò dell’assenza di una generazione di politici capaci di frenare la decadenza dell’Occidente. Milei potrebbe essere uno di questi? E’ ancora presto per dirlo. Ma, comunque sia, in che modo può diventarlo? Per dirla tutta, a mali estremi, estremi rimedi? Coercizione per giungere alla libertà? Ma non è la stessa ricetta di giacobini e comunisti? Oppure, altra ricetta politica, rialzarsi, riprendere la lotta, ma senza forzature illiberali? Dal momento che la politica è soprattutto pazienza e attesa del momento giusto.   O no?

Carlo Gambescia

mercoledì 1 maggio 2024

Sorman contro Milei

 


Guy Sorman, classe 1944, filosofo politico ed economista liberale, non avrebbe bisogno di presentazioni. L'uso del condizionale si spiega con il fatto che in Italia, a parte qualche puntata editoriale negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, Sorman è tuttora un oggetto misterioso. Di lui ricordiamo La soluzione liberale (Longanesi 1985), lucida testimonianza, sulla rinascita del liberalismo negli anni Ottanta, oggi preistoria, causa di lucciconi.

Sorman più che un teorico resta tuttora un attento osservatore del fenomeno  liberale, animato da una profonda vena di realismo politico. Un approccio irrituale  che, più di una volta, lo ha trasfigurato nel nemico di dio e dei nemici di dio. Detto altrimenti dei liberali e degli antiliberali. Una specie di capro espiatorio.

Gli stessi professoroni liberali, qui in Italia (i famosi quattro gatti in disaccordo su tutto, persino sul colore dei cappellini delle consorti di Hayek), al solo udire del nome storcono il naso. Su di lui pesa l’accusa di dilettantismo. Oltre che di certo presenzialismo mediatico, ormai però ricordo del passato.

Comunque sia, non desideriamo polemizzare. Sorman è un liberale serio, attento al ruolo delle istituzioni e delle mentalità. Semplificando (si fa per dire): è individualista (metodologico) ma non troppo. Ha scritto una trentina di libri, insegnato nelle università di mezzo mondo e scrive, meno di un tempo, su tutto ciò che si chiama carta stampata. Le cose non le manda mai dire. Cosa che capita, come vedremo, anche con il Presidente Milei (classe 1970, per par condicio).

Sorman ha la doppia cittadinanza: americana e francese. Qui il suo blog (non aggiornato, a proposito di presenzialismo…): https://gsorman.typepad.com/guy_sorman/ .

Per capirne l’approccio, ma anche per una valutazione critica, molto critica, dell’ “esperimento liberale Milei” in corso nella turbolenta e statalista Argentina, abbiamo tradotto un editoriale di Sorman apparso ieri su “La Nación”, prestigioso quotidiano di Buenos Aires  fondato nel 1870. Al quale collaborò, solo per fare un nome, José Ortega y Gasset.

Sorman contro Milei, un duello interessante. Buona lettura.

Carlo Gambescia

 

***

 

Javier Milei e il liberalismo al contrario
di Guy Sorman

 


Come è capitato con il generale Pinochet, che rivendicando il liberalismo economico, lo ha reso illegittimo, ora ci troviamo di fronte a una situazione simile, però ancora più pericolosa. Sappiamo che il presidente argentino si qualifica come il profeta della dottrina liberale e che intende applicarla senza remore.

Se riuscirà a tirare fuori l’Argentina dal pantano economico e politico in cui è precipitata, dovremo ringraziarlo: avrà dimostrato che il liberalismo è la soluzione alla povertà, alla discriminazione e alla decadenza. E se invece dovesse fallire? Il liberalismo non si riprenderà non prima che sia trascorsa un’ intera generazione. O comunque per tutto il tempo che sarà necessario per dimenticare uno stravagante presidente.

Perciò spero che riesca, ma ne dubito. Non per pessimismo, ma perché mi sembra che concepisca il liberalismo al contrario, rispetto a ciò che realmente significa.

Il liberalismo è soprattutto una filosofia della società e della storia. Si basa sul presupposto che l’individuo, grazie al suo spirito imprenditoriale e al suo senso morale, è più capace dello Stato nel far progredire se stesso, la sua famiglia e la società. Nessuno dei grandi filosofi liberali, ad eccezione di alcune figure marginali come Murray Rothbart, ha liquidato il ruolo dello Stato, ignorato la storia o l’esistenza della società civile, così ricca di tensioni e contraddizioni.

Pertanto un liberale riflessivo non può che partire dalla realtà e dal riconoscimento che ovunque la maggioranza della gente non capisce cosa sia il liberalismo, e non capendo non lo abbraccia spontaneamente, anzi è più propensa a rivolgersi allo Stato come supremo protettore . Per questo motivo è praticamente impossibile vincere le elezioni puntando su un programma strettamente liberale.

L’elezione di Milei è perciò frutto di una inaspettata congiuntura storica, e non è ancora chiaro se fortunata o meno . Gli argentini che lo hanno votato hanno voluto soprattutto esprimere la loro noia e il loro rifiuto nei confronti di uno statalismo sociale inefficace, che più o meno risale all’ epoca del generale Perón.

Milei è stato scelto per difetto e non per applicare alla lettera una dottrina liberale che conosce solo per aver sfogliato alcuni libri sull’argomento. Pertanto, il presidente argentino, già parte con il piede sbagliato, quando presuppone in modo immaginario che l’intera popolazione possa aderire alla sua visione fondamentalista, in cui l’individuo occupa tutto lo spazio, la “società” non esiste e lo Stato viene ignorato. Essere liberali, caro presidente Milei, significa soprattutto essere umili. E negoziare per convincere gli avversari a diventare partner nell’attuazione di una politica ragionevole, progressista e non violenta.

Non è però questa la strada che egli ha intrapreso. Il suo metodo è di escludere coloro che non sono d’accordo con la la sua visione fondamentalista. Milei non sa cosa significhi negoziare. Il suo fondamentalismo è l’esatto opposto del liberalismo, sicché non può che accentuare il suo isolamento.

A parte la sorella, indovina di professione, chi consulta? Gli unici ad applaudirlo in Argentina e altrove (al vertice dei miliardari di Davos, per esempio) sono alcuni oligarchi che credono di pagare troppe tasse quando, in genere, non è così.

Di fatto, le uniche misure adottate finora dal Presidente sono consistite nell’eliminazione dei sussidi per i prodotti essenziali, senza i quali gli argentini di umile condizione, cioè più della metà della popolazione, non possono sopravvivere. L’unico vantaggio apparente di questa politica della motosega è quello di ridurre il deficit pubblico e soddisfare i severi requisiti contabili del Fondo monetario internazionale.

Il che implica il rischio, atteso da molti, di una rivoluzione sociale che, come accaduto con alcuni suoi predecessori, rimuova il presidente dall’incarico. Naturalmente non sto dicendo che dovremmo violare la Costituzione argentina e liberarci del Presidente Milei. La mia speranza è che rimetta sulle sue gambe il liberalismo, partendo però dalla società così com’è: fondamentalmente povera, ad eccezione di una molle élite abituata a depositare presso banche estere i suoi considerevoli capitali.

Se Milei prendesse in considerazione la società così com’è, la povertà così com’è, si porrebbe la domanda di come i più poveri possano essere reintegrati, passo dopo passo, in un mercato del lavoro capace garantire retribuzioni in grado di favorire la sopravvivenza di tutti.

Ciò può essere possibile solo incoraggiando l’imprenditorialità e gli investimenti esteri, cioè creando un clima giuridico rassicurante e sostenibile, e non sommando altro disordine a quello ereditato. La stessa proposta iniziale del candidato Milei di sostituire la moneta nazionale con il dollaro era una teoria interessante, ma, a parte il fatto che l’idea è stata abbandonata, essa si basava su un’analisi falsa, insinuando che la Banca Centrale fosse la principale colpevole dell’inflazione. La verità è che l’inflazione deriva dalle richieste illimitate di finanziamenti da parte del governo centrale e delle province. Per contenere l’inflazione non occorrono quindi proclami teorici, quanto piuttosto un ripensamento delle istituzioni argentine che invece non è stato intrapreso.

Finché i potentati provinciali potranno sperperare senza risparmiare sulle spese, i deficit si accumuleranno, la moneta crollerà, l’inflazione continuerà a distruggere la vita dei  più poveri.

Se Milei dedicasse più tempo a un’autentica comprensione del pensiero liberale, scoprirebbe che innanzitutto ci si deve occupare delle istituzioni. Ciò che i pensatori liberali hanno auspicato fin dal XVIII secolo (da Adam Smith a Hayek) è una Costituzione economica, che abbia sul piano giuridico e morale una forza equivalente a quella della Costituzione politica. Proprio come una Costituzione politica si basa sull’ordine, sulla legge e sul rispetto dei diritti umani, una Costituzione economica liberale – che non esiste in Argentina – imporrebbe il rispetto della proprietà, il diritto di intraprendere e la stabilità della moneta, e dovrebbe punire le violazioni di questi tre principi.

Infine, non esiste una politica liberale che non sia a lungo termine. Ciò significa che il Presidente Milei dovrebbe collaborare con i suoi avversari per elaborare un piano in grado di far coincidere la tempistica delle riforme con la durata del suo mandato.

In questo modo il popolo argentino potrebbe finalmente capire dove lo si vuole condurre. Mentre al momento la politica di Milei risulta incomprensibile alla maggioranza dei cittadini. Peggio ancora, se nei prossimi mesi, se si tradurrà in sofferenze popolari e nell’ inasprimento delle ostilità sociali e politiche.

Ci auguriamo quindi che i leader politici, economici, sociali, religiosi e culturali dell’Argentina salvino il Presidente Milei dai suoi stessi eccessi. Salvare Milei equivarrebbe a salvare il liberalismo. Sarebbe come salvare l’Argentina e impedire che in futuro il liberalismo non sia visto nel continente latino-americano come l’invenzione diabolica di pochi economisti, dalla mentalità ristretta, sostenuti da plutocrati.

Per un verso, l’ ottimismo mi spinge a credere che questo liberalismo, se moderato, pianificato e a lungo termine, potrebbe salvare l’Argentina fino a farla diventare un modello per altri paesi impantanati in difficoltà simili. Per altro verso, purtroppo, il realismo, mi porta a dubitare di questa felice prospettiva. Temo che l’Argentina non riesca a superare l’esperimento liberale e ritorni alla dittatura.

Milei potrebbe benissimo tramutarsi in dittatore, stando almeno ai suoi discorsi revisionisti sul regime militare degli anni Settanta. Se le cose andassero così il liberalismo non si riprenderebbe più

Perché una Costituzione economica liberale – che in Argentina non esiste – impone il rispetto della proprietà, il diritto di intraprendere e la stabilità della moneta.

Guy Sorman (*)

(*) “La Nación”, 30 aprile 2024, traduzione di Carlo Gambescia©. Per il testo originale qui:
https://edicionimpresa.lanacion.com.ar/la-nacion/20240430/281513641225442/textview

 

mercoledì 29 ottobre 2025

Milei e il rischio leninista

 


Seguiamo l’ “esperimento Javier Milei” fin dall’inizio. Per l’Argentina devastata da ottant’anni di ideologia peronista nelle sue varie incarnazioni è qualcosa di nuovo e interessante (*).

Tuttavia Milei, a sua volta, incarna le contraddizioni, inevitabili, dell’introduzione dei principi liberali (a cominciare dai principi economici) in società welfarizzate o comunque contagiate dall’individualismo protetto. Cioè dal perseguimento personale della felicità  sentito  non  più come diritto individuale ma come dovere dello stato. 

E poichè  la politica, almeno dalla Rivoluzione francese in poi,  risulta divisa in destra e sinistra, il ruolo dello stato interventista non può che riflettere, con smottamenti talvolta gravissimi, come in questo momento, letali divisioni tra posizioni conservatrici, in molti casi addirittura reazionarie, e progressiste, ciclicamente sconfinanti nel radicalismo.

Sicché il dibattito politico degenera – semplificando – in battaglie tra estremisti politici, al punto di favorire il successo di demagoghi che sposano le cause più radicali, a destra come a sinistra. Oggi si chiamano populismi.

Al momento sta prevalendo la destra estrema, che sventola la bandiera del dio, patria e famiglia, alla quale si oppone una sinistra che proclama la necessità improrogabile di un’uguaglianza sostanziale.

 


Sia destra che sinistra proclamano l’importanza del ruolo dello stato nel perseguimento della felicità individuale. Di qui la tendenza degli individui a scorgere nei poteri pubblici un padre al quale chiedere protezione, perché conosce alla perfezione quale sia il bene per ogni singolo cittadino. 

 La credenza, in questo fatto, finta o vera che sia, genera ciò che abbiamo definito l’ individualismo protetto. L’esatto contrario dell’individualismo puro, spesso addirittura eroico, che ha fatto grande la società occidentale e liberale, dalle navi da corsa alle navi digitali.

In questo contesto, già di per sé abbastanza complicato, si muove Milei, che però se fosse veramente, come dice ( e dicono i suoi sfegatati fans), libertario, anarco-capitalista, “austriaco” (seguace di Mises, Hayek, eccetera), non dovrebbe neppure stringere la mano a Trump.
 

Si rifletta. Che Milei non la stringa ai suoi avversari socialisti, nazionali o meno, è scontato. Ma cosa può avere in comune un liberale an-archico, con un protezionista, fondamentalista religioso, reazionario come Trump? Nulla.

Certo, ogni ideologia politica, una volta al potere, non può non fare i conti con la realtà. E per chi sia nato in Argentina è difficile non tenere conto della potenza statunitense.

 


Ma il liberalismo è un’ideologia come le altre? O qualcosa che costituisce la spina dorsale del mondo moderno? Oppure ne è  una   vertebra, come può essere il socialismo, per giunta difettosa...

Spina dorsale. E lo si dica senza esitazioni. 

Si pensi al liberalismo come contenitore di tutto ciò che nel mondo moderno respira aria propria: idee, libertà, desideri, persino le sue contraddizioni. Un grande serbatoio d’ossigeno politico, dove convivono -  litigando civilmente, senza dover chiamare la polizia o l’esercito -  destra e sinistra. Grazie allo stato di diritto, alle istituzioni parlamentari, alla separazione dei poteri, alla libertà di stampa.

Detto questo, come si possono definire, i quasi due anni di governo Milei? Tra l’altro culminati nel successo elettorale di domenica scorsa?   Che però lo vede dipendere per governare dai partiti di centro?

Vediamo prima cosa ha combinato Milei in questo lasso di tempo.

Milei ha tentato il colpo di machete sullo stato argentino: ha tagliato, deregolato, smontato ministeri, ottenendo il primo surplus di bilancio dopo 14 anni e un calo dell’inflazione.

Ma il prezzo sociale è stato alto : povertà esplosa nel 2024, poi rientrata solo parzialmente.

 


Altra cosa, Milei ha tolto controlli sui capitali ma li ha messi sui giornalisti; parla di libertà ma nel frattempo ha ridotto gli spazi di manifestazione e informazione.

Raymond Aron, liberale triste, ricordava  a un pensatore del calibro di Hayek (il quale, tra il serio e il faceto non respingeva del tutto l’idea), i pericoli di un liberalismo economico che vada troppo a braccetto con l’ autoritarismo politico (**).

Detto altrimenti il rischio è quello di privatizzare i beni pubblici e di “statizzare” le coscienze, trascurando gli aspetti interiori dell’uomo, che hanno inevitabilmente una ricaduta sociologica in chiave di riduzione di fatto del pluralismo delle idee (***).

Ciò significa che l’ Argentina rischia di diventare  il laboratorio di una “libertà zoppa”, dove la mano invisibile del mercato convive con il pugno visibilissimo dello stato.

 


Ecco perché, se ci si passa l’espressione, il “pappa e ciccia” con Trump, l’uomo dei decreti esecutivi, della guardia nazionale federalizzata, dello squadrismo contro i migranti, non promette nulla di buono.

Perciò, al di là delle esagerazioni delle opposte tifoserie pro o contro il sacro ( o maledetto) esperimento argentino, non è facile emettere un giudizio “sereno” su Milei. Al momento diremmo che è quasi impossibile: chi lo adora vede il ribelle che taglia le unghie alla casta; chi lo detesta vede un demolitore con il martello in mano che mena colpi alla cieca.

Come detto, Milei si proclama “anarco-libertario”: nemico dello Stato, difensore dell’individuo assoluto. 

Eppure governa come un statista interventista: decreti d’emergenza, limitazioni al diritto di sciopero, sorveglianza digitale, insulti ai giornalisti.

Qui la contraddizione è teorica e profonda: l’anarco-libertarismo nasce per ridurre il potere coercitivo dello stato, ma in Milei lo stato diventa il braccio armato, come pare, della “libertà economica”.

È come se Milei volesse distruggere il Leviatano usando il Leviatano stesso. Un po’ come se un pacifista si affidasse ai carri armati per spiegare la pace.

 


Il risultato è un libertarismo autoritario: un ossimoro politico che rivela la fragilità di una visione dottrinaria quando passa dal seminario per pochi alla realtà sociale di tutti.

Certo, come si ripete, si deve avere pazienza,  perché la mano invisibile vincerà o  comunque l'economia decollerà  grazie all'opera di individui razionali e informati.

Una visione che dal punto di vista della struttura mentale ricorda quella di Lenin. Il quale confidava nella dittatura del proletariato, proprio come Milei confida in quella dello stato. E si badi, tutti e due (il primo apertamente, il secondo molto meno), sostengono la stessa tesi. Un miscuglio di utopia e dottrinarismo: un veleno ideologico molto pericoloso.

Si dirà che senza maniere forti, nessuna idea può essere realizzata. E qui torniamo a quanto dicevamo sul liberalismo come contenitore. 

Il liberalismo non è di destra né di sinistra. E per questo garantisce, grazie a una serie di istituzioni (a cominciare dallo stato di diritto), quella tensione naturale tra destra e sinistra che è molla di progresso. Che però non deve mai degenerare come sta accadendo.  Serve senso della misura.

Detto altrimenti Tocqueville non deve mai cedere il posto a Lenin, che a sua volta può generare Mussolini. E nel caso argentino, un nuovo Peron.

Che poi siano idee anarco “qualche cosa” o comuniste non cambia nulla. Perché ogni eccesso di dottrinarismo rischia di provocare l’agonia e la morte del liberalismo. 

Al momento, il  migliore dei regimi politici possibili. E come dicevamo,  spina dorsale della modernità.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=milei .
 

(**) Su Hayek si veda R. Aron, Il concetto di libertà, pref. di E Craveri, Ideazione Editrice, Roma 1997, pp. 33-76.
 

(***) Su punto si veda sempre di R. Aron, Teoria dei regimi politici, Edizioni di Comunità, Milano 1973.

martedì 7 aprile 2026

Aprile 2026. Milei, un primo bilancio (liberale)

 


Javier Milei è entrato da qualche mese nel suo terzo anno alla guida dell’Argentina, perciò un primo bilancio è possibile. Ed è, come spesso accade nei momenti di svolta, ambivalente. Soprattutto quando si leggono certi commenti italiani che vanno dalla celebrazione alla denigrazione.

Il personaggio, di cui parleremo più avanti, può destare perplessità, soprattutto per coloro, come chi scrive, che non accettano una visione schematica del liberalismo, da stadio, da cori calcistici, per capirsi, osannante alla Nicola Porro o luciferina scuola Santoro. Abbiamo seguito le sue mosse fin dall'inizio  con attenzione liberale, cercando di valutare i risultati senza pregiudizi né entusiasmi facili. La figura di Milei resta complessa e le sue scelte, anche quando radicali, richiedono una lettura attenta: non è semplice, da liberale a liberale, distinguere tra liberalismo e liberismo, tra ordine contabile e stabilità istituzionale (*).

L’idea guida di questa rassegna è che Milei incarna, in modo emblematico, i paradossi del liberalismo contemporaneo.

Partiamo dall’economia

I conti pubblici sono stati rimessi in ordine (o quasi). Il deficit è diventato surplus, l’inflazione — pur restando elevata — ha rallentato, e il debito in rapporto al PIL è diminuito drasticamente. Un risultato tutt’altro che scontato in una terra storicamente segnata da instabilità cronica, crisi ricorrenti e indisciplina fiscale.
E tuttavia, a questa ritrovata stabilità contabile non corrisponde, almeno per ora, una piena stabilità economica e sociale. La crescita resta incerta, il mercato del lavoro fragile, e soprattutto la tenuta complessiva del sistema appare ancora dipendente dalla fiducia internazionale e dal sostegno esterno. In altre parole: ordine nei conti, ma non ancora ordine di sistema, per parlare difficile: nel senso che permane il rischio di una ricaduta nel ciclo politico del populismo economico, come alternanza di cicli pro o contro l’economia di mercato (**).
È qui che il caso argentino smette di essere un semplice esperimento economico e diventa una questione più ampia, propriamente liberale.

Libertà economica e libertà politica

Le riforme di Milei hanno ampliato significativamente gli spazi della libertà economica: liberalizzazioni, riduzione dell’intervento statale, apertura ai capitali, flessibilizzazione del mercato del lavoro. Tutto questo ha inciso profondamente sulla struttura economica del Paese.
Ma la domanda decisiva, per un osservatore liberale, è un’altra: questa espansione della libertà economica si accompagna anche a un rafforzamento delle libertà politiche e delle garanzie istituzionali?
La questione non è retorica. Il liberalismo non coincide con il mercato, ma con il limite al potere. E il potere può concentrarsi non solo nello Stato, ma anche nei processi economici e nelle leadership politiche.
La libertà economica è condizione necessaria del liberalismo, ma non sufficiente. Senza di essa non esiste autonomia reale; ma senza una cornice giuridica e istituzionale solida, che ovviamente non scivoli nel welfarismo iperprotettivo, essa può tradursi in nuove forme di dipendenza o in squilibri difficilmente governabili.
Il punto, dunque, non è contrapporre liberalismo e liberismo, ma comprendere se e come la libertà economica venga istituzionalmente incanalata e resa compatibile con l’equilibrio dei poteri.

Governo stabile ma fragile

Il governo di Javier Milei non è debole nel senso classico del termine: ha consenso, ha agenda e, dopo le elezioni di metà mandato, anche una maggiore capacità di incidere. Ma resta strutturalmente fragile, perché privo di una maggioranza piena e inserito in una società ancora attraversata da forti tensioni.
A ciò si aggiunge un elemento decisivo, spesso sottovalutato: il tempo. Con poco meno di due anni alla fine del mandato — che si concluderà alla fine del 2027 — la fase dell’urto è ormai alle spalle. Si apre ora quella, più difficile, della stabilizzazione.
È in questa fase che gli esperimenti di riforma radicale vengono realmente messi alla prova. Governare contro un sistema è possibile nel breve periodo; trasformarlo richiede invece capacità di consolidamento istituzionale, costruzione di alleanze durature e, soprattutto, una certa misura nel conflitto politico e sociale.
Da questo punto di vista, il rischio è duplice. Da un lato, che le riforme restino sospese, producendo effetti economici senza tradursi in un nuovo equilibrio stabile. Dall’altro, che l’assenza di una piena integrazione politica e sociale renda reversibili i risultati ottenuti, esponendoli a possibili inversioni nel medio periodo.
In altre parole: il successo iniziale non garantisce la durata. Ed è proprio nel passaggio dalla rottura alla stabilizzazione che si decide il destino di esperienze politiche come quella argentina.

Il nodo della politica estera

A questa ambivalenza interna, unitamente al mix di stabilità e fragilità, si aggiunge un altro elemento, meno discusso ma non meno rilevante: la politica estera.
L’allineamento dell’Argentina appare oggi molto marcato. Non tanto — o non solo — verso gli Stati Uniti in quanto tali, ma verso una specifica declinazione della leadership americana, quella incarnata da Donald Trump, che rappresenta una specie di volto selvaggio della destra internazionale, sempre più reazionaria e violenta.
Ora, un orientamento atlantista è perfettamente compatibile con una visione liberale. Ma quando l’allineamento assume tratti personalistici, sia in chi lo favorisce, Milei, sia in chi ne beneficia, Trump, il rischio è quello di una politica estera meno ancorata a istituzioni e più esposta a dinamiche contingenti.
Un liberalismo coerente, anche sul piano internazionale, dovrebbe privilegiare relazioni stabili, istituzionali, prevedibili, non legate alla figura di un singolo leader, soprattutto quando si tratti di una mina vagante come Trump.


Relazioni internazionali e influenza regionale

Sul piano internazionale, l’Argentina di Javier Milei mostra, come anticipato, un forte allineamento con gli Stati Uniti e l’Israele di Netanyahu seguendo in gran parte la linea trumpiana e appoggiando le scelte occidentali in Medio Oriente e in Ucraina, anche però in termini di ripensamento. In America Latina, Milei rompe in parte con la tradizione pragmatica, avvicinandosi a governi conservatori o populisti di destra e criticando blocchi regionali tradizionali, pur mantenendo aperture verso economie emergenti.
In un mondo segnato da una guerra con l’Iran, dal conflitto in Israele e in Ucraina, e dall’accerchiamento politico economico di Cuba, la politica estera di Milei, come visto, privilegia schieramenti netti e rapporti personali tra leader, più che strategie multilaterali stabili. Questa scelta si riflette sia nelle dichiarazioni ufficiali che nelle azioni diplomatiche, come la designazione della Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terrorista — una misura che allinea esplicitamente Buenos Aires con Washington e Tel Aviv (o Gerusalemme) e indebolisce invece spazi di mediazione autonoma nelle crisi regionali.
In questo senso, la libertà economica e l’autonomia interna si intrecciano a vincoli esterni, riducendo la manovra politica nazionale di fronte ai grandi scenari globali.
Da un punto di vista liberale, un approccio coerente richiederebbe relazioni internazionali fondate su regole condivise e istituzioni multilaterali, difesa dei diritti umani e sovranità nazionale, e gestione delle crisi – fin quando possibile – tramite dialogo e cooperazione, evitando che l’allineamento diventi un riflesso delle alleanze dei leader del momento.

Diritti tra carta e realtà

Nel caso argentino, almeno finora, non si assiste a una sistematica abrogazione legislativa dei diritti civili: norme rilevanti, dall’interruzione di gravidanza ai diritti delle minoranze, restano in larga parte in vigore.
Tuttavia, alcune scelte di politica pubblica — tagli, riorganizzazioni, soppressione o ridimensionamento di strutture — incidono sulle condizioni concrete di accesso a tali diritti. Si pensi all’interruzione di gravidanza, formalmente legale ma resa più diseguale nella pratica, o alla soppressione del Ministero delle Donne, che riduce strumenti pubblici deputati alla promozione dei diritti di genere. Analogamente, l’assenza di vincoli diretti alla libertà di stampa si accompagna a condizioni economiche e professionali più incerte per chi la esercita.
Diritti sindacali e del lavoro, già messi alla prova da deregolazione e ridefinizione dei rapporti tra Stato, imprese e rappresentanza collettiva, mostrano quanto l’effettività possa divergere dal riconoscimento giuridico. A ciò si aggiunge un approccio più marcatamente securitario, che si è già tradotto in una gestione più rigida dell’ordine pubblico e delle proteste, con un rafforzamento del ruolo delle forze di polizia.
Più che di restrizione esplicita, si tratta dunque di una possibile divaricazione tra diritti sulla carta e capacità effettiva di esercitarli. Per un’analisi liberale, è un terreno delicato: da un lato, la riduzione dell’intervento pubblico può restituire neutralità allo Stato; dall’altro, senza condizioni minime di esercizio, i diritti rischiano di rimanere incompleti.
Osservare empiricamente come e quanto questa distanza tenda ad ampliarsi è più utile che affidarsi a formule generiche. È su questo terreno concreto, più che sulle definizioni, che si misura la qualità liberale di un ordinamento.

Precedenti storici e illusioni di breve periodo

Il caso argentino si presta inevitabilmente al confronto con altri momenti di liberalizzazione radicale.
Il thatcherismo nel Regno Unito ha mostrato come riforme profonde possano produrre crescita e trasformazioni durature, ma al prezzo di tensioni sociali significative. Diversa invece, e meno significativa, l’esperienza reaganiana negli Stati Uniti, che oggi hanno addirittura rilanciato il protezionismo.
La Russia degli anni Novanta rappresenta invece l’esempio opposto: liberalizzazione senza solide istituzioni, con esiti caotici e concentrazione del potere, che ha condotto a una reazione autocratica.
Più indietro nel tempo, le grandi stagioni liberali dell’Ottocento — tra il 1850 e il 1870 — insegnano che le trasformazioni realmente durature sono lente, graduali, istituzionali.
Questi confronti suggeriscono una cautela elementare: rivoluzioni di questo tipo non si misurano in anni, ma in decenni. Da questo punto di vista, il dibattito attuale appare spesso viziato da un eccesso di immediatezza: c’è chi canta vittoria e chi annuncia il fallimento. Entrambi sbagliano. Semplicemente, è troppo presto.

Un leader fuori schema

Resta infine la figura di Milei stesso, difficilmente classificabile. Probabilmente un “leader agitatore”, per dirla con Lasswell. Milei si definisce anarco-libertario, un’etichetta che combina l’idea di massima autonomia individuale con un forte liberalismo economico. In pratica, significa riduzione dello Stato al minimo (liberalismo micro-archico), se non alla sua cancellazione (liberalismo an-archico), libertà economica quasi assoluta e difesa rigorosa della proprietà privata (***). Tuttavia, nel contesto argentino, il termine assume più una valenza retorica e politica che una reale proposta di abolizione dello Stato: è una versione radicale e personalizzata del liberalismo, che mescola libertà individuale e mercato senza sempre chiarire i limiti istituzionali.
Leader carismatico, outsider e portatore di una visione radicale: queste caratteristiche potrebbero far pensare a figure della storia politica, passata o contemporanea. Tuttavia, c’è una differenza cruciale: il suo esplicito richiamo al liberalismo si concentra su un’interpretazione fortemente economicista. Su questo fronte, Milei non è né Gladstone né la Thatcher. Qui emerge una questione di portata e respiro
Inoltre non è facile stabilire un confronto diretto con altre figure storiche del liberalismo argentino. L’esperienza di Javier Milei (1970) si colloca in un contesto contemporaneo molto diverso: personalizzazione del potere, pressioni internazionali e sfide economiche immediate. Tuttavia, se guardiamo alla storia, possiamo intravedere alcuni punti di riferimento: dal liberalismo ispirato a Guizot di fine Ottocento con Carlos Pellegrini (1846–1906), attento a stabilità economica e istituzioni ma con partecipazione politica limitata; al liberalismo più sociale e politico di Hipólito Yrigoyen (1852–1933), che ampliò diritti e democrazia; fino a Arturo Frondizi (1908–1995), che cercò un equilibrio pragmatico tra libertà economica, sviluppo e stabilità istituzionale. Milei, in modo radicale e personale, si concentra invece sulla libertà economica, con minor attenzione al consolidamento istituzionale e alle garanzie civili.
Il punto, ancora una volta, non è psicologico ma politico. Milei è l’interprete di una fase in cui il liberalismo tende a essere identificato con il suo versante economico, perdendo — o rischiando di perdere — la complessità della propria tradizione. Questione che va ben oltre la stessa Argentina.

Il vero problema

Il caso Milei, in definitiva, mette in luce una tensione che attraversa il liberalismo contemporaneo. Qui il nostro parlare di paradossi: come tenere insieme libertà economica, garanzie istituzionali e equilibrio dei poteri.
Ridurre il liberalismo al solo mercato è un errore. Ma lo è altrettanto dimenticare che senza mercato non esiste libertà concreta. Tra queste due semplificazioni si gioca una partita decisiva, che implica anche una critica severa del welfare state iperprotettivo.
Milei, con la sua “terapia d’urto”, ha dimostrato che è possibile rimettere ordine nei conti anche in un contesto storicamente instabile. Ma resta aperta la questione più difficile: se a questo ordine contabile corrisponderà, nel tempo, un ordine propriamente liberale. Un vero liberale, infatti, non può limitarsi a seguire o approvare figure come Donald Trump, perché la libertà politica, le istituzioni solide e i contrappesi al potere costituiscono la sostanza del liberalismo, non solo l’alleanza con leader carismatici o populisti. Non dimentichiamo che Donald Trump sta distruggendo la Costituzione americana: la più antica al mondo. La prima scritta.
È su questo terreno — non su quello delle tifoserie — che l’ esperimento di Milei andrà giudicato.

Carlo Gambescia

(*) Non è la prima volta che ci occupiamo di Javier Milei. Qui il link dei nostri precedenti articoli: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=Milei&updated-max=2024-01-25T09:49:00%2B01:00&max-results=20&start=14&by-date=false .

(**) Qui per una disamina tecnica, né pro né contro: https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/largentina-milei-due-anni-dopo-conti-ordine-poca . Su ciclo del populismo economico in America latina si veda il nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, vol. II, pp. 34-35.

(***) Su queste classificazione rinviamo al nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio, 212.

giovedì 14 dicembre 2023

“Vamos por la gloria”, Presidente Milei

 


Il “paquetazo” del Ministro all’economia Luis Andrés Caputo, concordato ovviamente con il Presidente Milei, come al solito viene interpretato, in particolare dalla stampa italiana ed europea, in chiave socialdemocratica e antifascista (*).

Per capirsi:  viene giudicato come roba da nemici del popolo, secondo la consueta equazione politica, facile facile, liberalismo-fascismo. Del resto la vulgata politica, non solo europea, colloca Milei all’estrema destra. Ecco  la triste e dura sorte di chiunque oggi ami la libertà: finire automaticamente in compagnia dei nipotini di Hitler e Mussolini. Ma questa è un’altra storia.

Del “paquetazo” sfugge un aspetto che si può definire epocale, di natura-storico culturale. Un aspetto che in Europa, forse, è possibile ritrovare nelle politiche della Lady di Ferro, Margaret Thatcher, che addebitava giustamente la crisi britannica al welfarismo dei governi laburisti, succedutisi dopo la caduta di Churchill, all’indomani della vittoria. Una mentalità politica, basata su spesa pubblica a pioggia e nazionalizzazioni a gogò,  che aveva contagiato anche i conservatori. Un approccio, alla realtà politica ed economica durato, pià o meno,  trent’anni:  i  “Trenta Gloriosi” (1945-1975),  tuttora celebrati dai socialisti europei.

Era insomma una autentica analisi storica: un discrimine epocale. La Thatcher metteva un paletto: fissava la data d’inizio del declino britannico. Coraggiosamente andò avanti, ignorando le critiche interne allo stesso partito conservatore, mezzo “laburistizzato”. Non temeva l’impopolarità. Fu una ventata di aria pura liberale. Un momento magico.

Ora  Caputo –  ma è un concetto che risale a Milei –  fissa, sulla falsariga della Thatcher, la data di inizio della crisi argentina almeno a cento anni fa e al conseguente seguito di governi statalisti, peronisti e di sinistra. 

Per contro, altro aspetto importante di queste tesi è  che  intorno agli Novanta dell’Ottocento,  grazie a una serie di misure liberali,  più o meno  le stesse del “paquetazo” (di sicuro nello spirito),  l’Argentina aveva conosciuto un periodo di grande prosperità fino al termine (o quasi) della Prima guerra mondiale.

Non è questa la sede appropriata per ripercorrere la storia dell’Argentina negli ultimi centocinquant’anni, quel che è importante sottolineare è l’importanza che Milei e i suoi, a differenza della fugace esperienza Macri (come Caputo sa bene), attribuiscono alla prospettiva storica: le misure economiche, di contenimento della spesa pubblica e di liberalizzazione-privatizzazione (sintetizzando), non sono campate in aria, ma rinviano a un’analisi storica accurata.

Insomma, mai dimenticare che se un paese ricchissimo come l’Argentina (45 milioni di abitanti, nove volte l’Italia) negli ultimi cento anni ha perso la sua bussola economica, la colpa va imputata a quel ciclo politico-economico (almeno a far tempo dagli anni Trenta del Novecento), imperniato su spesa pubblica, nazionalizzazioni e protezionismo. Una pozione alla lunga venefica, usata   come fattore di consenso elettorale a breve, di facile popolarità, giocando sullo scaricabarile governativo: la colpa era sempre dell’altro governo o de “el yanqui”.

Milei e Caputo sembra vogliano mettere fine a questa giravolta, andando alle radici. E soprattutto di  non temere l’impopolarità. Anche perché sono misure sbandierate in una campagna elettorale, vittoriosa, all’insegna di un elettrizzante “Vamos por la gloria”, pezzo famoso di un gruppo rock argentino, La Beriso, prediletto da Milei e usato durante la campagna (*). Ecco qual è la chiave per un “nuovo” liberalismo: non avere paura dell’impopolarità.  Puntare alla gloria, però nel senso contrario dei cosiddetti "Trenta Gloriosi" dei socialisti.

Sappiamo benissimo che il riferimento al rock è puro “colore” politico. Però, a chiunque voglia oggi scoprire la grandezza, la “gloria”, anche di prospettive, dell’Argentina liberale all’inizio del Novecento, consigliamo di leggere Fra i due mondi (1913), il capolavoro letterario e filosofico di Guglielmo Ferrero. Una sorta di Montagna incantata (1924), ma in mezzo all’Oceano: il romanzo, trapuntato di dialoghi e conversazioni tra personaggi emblematici si svolge su un transatlantico e non tra le mura di un sanatorio come nel romanzo di Thomas Mann. Ferrero che aveva viaggiato in lungo e  in largo per l’America di lingua ispanica, parlava di cose conosceva molto bene. A suo avviso l’Argentina, poteva rappresentare rispetto agli Stati Uniti, civiltà della quantità, una civiltà della qualità: liberale e moderna nelle pratiche, ma antica nel cuore latino (***).

Purtroppo, in Italia, Ferrero viene considerato un autore minore e non lo si legge quasi più. Però si continua a credere nell’equazione politica liberalismo-fascismo. E di conseguenza a capire poco o nulla di quella che potrebbe essere la “rivoluzione” Milei.

Certo, se non arretrerà. Però al momento si può parlare di una lezione di cultura storica e di amore per la libertà che potrebbe essere utile anche per l’Italia, dove la mentalità welfarista, risale almeno dalla dittatura fascista. Strano paese l’Italia. Sembra andare al passo del gambero. Oggi vede addirittura i nipoti e bisnipoti del duce al governo.

Concludiamo con un appello: “Vamos por la gloria, Presidente Milei. Avanti tutta!”.Se l’esperimento liberale riuscisse potrebbe essere un esempio per l’Italia.

Qui però sorge spontanea la domanda: dove sono finiti i liberali italiani?

Carlo Gambescia

(*) Qui la sintesi delle misure: https://www.pagina12.com.ar/694570-el-paquetazo-del-ministro-caputo-en-15-frases . Qui la versione integrale dell’ intervento di Caputo : https://www.youtube.com/watch?v=eJQvxvEVA8k .
(**) Qui:  https://www.youtube.com/watch?v=newqmCxSyns .
(***) Di Ferrero si veda Bogdan Raditsa, Colloqui con Gugliemo Ferrero, Edizioni Il Foglio 2022.