martedì 7 giugno 2022

L’orgoglio dell’Occidente

 


I filorussi tirano in ballo Kissinger, facendo riferimento ad alcune sue dichiarazioni di Davos sulla necessità di non isolare la Russia. Così però si omette un fatto importante.

Che Kissinger ragiona in termini di interessi comuni tra Stati Uniti, Europa e Russia a non mutare gli equilibri ai confini della Russia. Dà per scontato che questa volontà reciproca esista ancora.

La sua visione geopolitica è statica non dinamica. E, ovviamente, la visione statica, cioè il lasciare le cose come sono, è alla lunga preferita dalla Russia, rispetto a una geopolitica dinamica in linea con la storia dell’età moderna, segnata dall’espansione dell’Occidente euro-americano. Di qui la riscoperta – interessata – da parte dei filorussi dell’approccio kissingeriano.

Piaccia o meno ciò che stiamo per dire (a noi dispiace), ma Kissinger si è trovato a vivere e operare in una fase di regressione dell’espansione dell’Occidente, costretto a contenere l’espansionismo russo-comunista, il consolidamento della Cina di Mao e i durissimi effetti di ricaduta dei processi di decolonizzazione. Di qui la sua visione statica, tesa a congelare, qualsiasi tipo di conflitto. Per dirla con Ortega, anche se reagisce sempre in modo acuto e intelligente, Kissinger ha risentito e ancora risente della sua “circostanza”: la costellazione storica in cui si è formato come analista e attore politico di punta della Casa Bianca tra gli anni Sessanta e Settanta. Sia detto senza offesa: sul piano politico è un uomo di altri tempi.

Sembra infatti sfuggirgli un fatto importante: che il 1991 ha mutato la situazione. La “circostanza” non è più quella di prima: il quadro geopolitico, rispetto agli anni Sessanta, da statico si è fatto dinamico. Le condizioni oggettive, soprattutto con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, sono profondamente mutate. Kissinger non ha colto un fatto fondamentale: che il processo di espansione dell’Occidente, davanti al vuoto politico, non poteva non riprendere i suoi diritti.

Ovviamente un processo favorito dalla libera opzione verso i valori democratici ed economici (scoperti, riscoperti, indotti, comunque sempre liberamente apprezzati) dei paesi dell’Europa orientale, usciti finalmente dall’orbita russo-sovietica, stanchi di un modello e di un tenore di vita superati, non più umanamente accettabili.

Tuttavia, a parte alcune fiammate, come la campagna Nato contro la Serbia, Stati Uniti ed Europa non hanno saputo cogliere adeguatamente l’occasione. È vero che sul piano militare e politico si è verificata una espansione ad Est, ma quasi di controvoglia, senza alcuna strategia preordinata: Stati Uniti ed Europa hanno agito non coordinandosi tra di loro.

Diciamo che si è mantenuta una visione geopolitica statica in un mondo – a Est – che invece avrebbe avuto necessità di una risposta dinamica.

Il che spiega gli errori europei, soprattutto tedeschi e italiani legatisi stupidamente alla Russia per gli approvvigionamenti energetici, come pure quelli statunitensi verso la Nato, scioccamente considerata come un’alleanza quasi obsoleta da Obama come da Trump. Ora Biden, messo sotto pressione dall’invasione russa dell’Ucraina, sembra voler fare un passo indietro, ma la sua visione geopolitica resta statica. Come pure quella europea.

Al di là della melassa pacifista, vera e propria ideologia al servizio del disarmo morale e politico euro-americano, l’Occidente continua a ragionare, come se la Russia di Putin, a livello decisionale e militare, fosse forte come quella comunista. E soprattutto continua a non credere nella forza di attrazione dei valori occidentali di liberal-democrazia e di libero mercato. E, ancora peggio, appare corroso da una critica interna ai propri valori, che fa il gioco dei nemici dell’Occidente. La vicenda ucraina, trascinatasi per anni, proprio a causa di questa insicurezza morale dell’Occidente, ne è la prova più lampante.

La questione del rischio di una guerra non convenzionale non può diventare una palla al piede. Del resto l’ostacolo si può aggirare riprendendo il progetto reaganiano di “scudo stellare”, stupidamente accantonato.

Si guardi, con l’ occhio dell’aquila, alla storia euro-americana dalla scoperta dell’America, punto di arrivo e di ripartenza di un civiltà marittima, quella europea, che ha conquistato il mondo.

La prima vera e propria battuta d’arresto si verifica nel 1945. Dopo la gloriosa vittoria contro il nazifascismo.Quando si accettò la spartizione di Jalta e la conseguente fine del dominio coloniale, favorendo così l’ascesa dell’Unione Sovietica a potenza mondiale “liberatrice” di popoli.

Certo, la divisione bipolare del mondo garantì anni di pace. Ma favorì anche l’ indebolimento morale e politico dell’Occidente. Però nel 1991, come detto, la storia si rimette in moto.

Tuttavia Stati Uniti ed Europa ne approfittano di malavoglia: si continua a ragionare come se la Russia fosse un grande potenza. Invece di adottare una visione dinamica, ci si consacra alla visione statica. Alla quale, come dicevamo all’inizio, Kissinger sembra ancora legato.

La storia insegna, nonostante si faccia finta di non capire (anche se i cinesi sembrano aver compreso, magari a metà) che cinque secoli di espansione, di cui dovremmo andare orgogliosi, attestano la forza morale, politica, economica e militare dell’Occidente.

Certo, tra il 1945 e il 1991 si verificò una battuta di arresto, ma cosa sono 46 miseri anni dinanzi ai 500 epici anni che hanno sancito la grandezza dell’Occidente euro-americano? Dov’ è finito l’orgoglio dell’Occidente?

Carlo Gambescia

lunedì 6 giugno 2022

Il fascino sottile della monarchia…

 


Non è facile a prima vista capire l’entusiasmo degli italiani per la monarchia britannica. In particolare per il Giubileo della regina Elisabetta che si è celebrato in questi giorni.

Una voglia di partecipare concretizzatasi in ricchi collegamenti televisivi (Rai e privati) per trasmettere in diretta “ il concerto” e la “parata finale” in onore della regina.

La monarchia resta la più antica forma di governo. Ha migliaia e migliaia di anni. Esercita un fascino sottile.

Invece la repubblica, come oggi la concepiamo, fondata sulla sovranità popolare, rimanda alla Rivoluzione francese. A qualcosa che è appena dietro l’angolo della storia. Nulla di consolidato. Di archetipico. Ci spieghiamo meglio.

Da un lato c’è una specie di archetipo millenario, un fatto di mentalità collettiva, che privilegia il governo di un solo individuo, dipinto come una specie di padre (o madre). Dall’altro un esperimento politico, tuttora in evoluzione, contestato da conservatori e rivoluzionari, addirittura in Occidente, insomma in patria.

La facciamo difficile? Certo, la gente comune non sottilizza, non indaga, non si occupa di storia delle idee. Si “sente” semplicemente attratta dal cerimoniale, dal fasto, che in realtà la spartana monarchia britannica, sotto l’effetto del partito laburista e di una pubblica opinione progressista ha da  tempo ridotto al minimo indispensabile, soprattutto da Edoardo VII in poi. Senza però dimenticare il cattivo gusto che innerva il nostro tempo, che poi si vendica, come si è potuto vedere, con installazioni a dir poco improbabili…

Ovviamente, va pure considerato il cosiddetto fattore di rinforzo morale rappresentato dall’industria mondiale del gossip. Una gigantesca multinazionale dell’informazione che produce in enormi quantità il sale che insaporisce la pietanza più amata: quella del pettegolezzo, soprattutto sui ricchi e potenti. Si vuole sapere tutto delle aristocrazie, ieri di spada, oggi di roba. Perché come recita il titolo di una famosa telenovela: “Anche i ricchi piangono”.

Di fatto in Italia la Monarchia Savoia fu liquidata in fretta e  furia all’indomani della guerra mondiale, perché ritenuta colpevole, crediamo giustamente, di gravissime connivenze politiche con il fascismo. L’Italia da un giorno all’altra, seppure per poco più della metà, si ritrovò repubblicana: schierata dalla parte del popolo sovrano. Eppure il popolo erede del famoso referendum istituzionale del 1946 continua ad apprezzare, in modo inconsapevole, se non l’istituzione almeno la prassi monarchica.

Qualche esempio?

Uno: il doppio mandato degli ultimi due presidenti della repubblica, indica una ricerca di stabilità o conservatorismo istituzionale (dipende dal punto di vista), che rappresenta l’esatto contrario delle rotazione veloce delle cariche, anche ai massimi livelli, teorizzata dalla democrazia repubblicana. Eppure nessuna reazione popolare.

Due: i continui appelli, non solo dei partiti, al Presidente della Repubblica, perché intervenga, con “parola dirimente”, come si legge, nelle più diverse sfere sociali, rivelano le crepe dell’edificio ideologico repubblicano. Si evoca, seppure indirettamente, il presidente-re taumaturgo, che con la sua parola guarisce. Anche qui nessuna reazione popolare. Anzi. 

Perché parliamo di “prassi monarchica”? Diciamo di monarchia senza re? Perché non si tratta di una scelta ragionata, di una vera e propria motivazione monarchica. Si tratta, più semplicemente, dell’ oscuro desiderio collettivo del governo di uno solo.  Senza curarsi più di tanto che quell’ “uno”, evocato come il miracoloso salvatore della patria, il padre buono ( o madre) che dall’alto vede e provvede alle necessità della numerosa figliolanza, possa assumere la forma del tiranno antico o comunque del moderno dittatore.

Personaggi – il tiranno e il dittatore – che, attenzione, si dichiarano sempre dalla parte del popolo.

Diciamo che si potrebbe persino parlare di un fattore cesaristico della politica. Qualcosa che si è profilato, come una specie di ombra sempre più lunga e avvolgente, soprattutto dopo la fine giudiziaria della Prima Repubblica.

Va detto che nel cesarismo sussiste anche un’idea di revoca: “io l’ho eletto, io lo depongo”.

Il che rinvia alla nera onda populista che rischia di sommergere gli ideali repubblicani. Infatti, quando si parla di repubblica presidenziale, si pensa sempre, seppure a termine, a una specie di monarchia repubblicana. Si vuole un esecutivo forte nelle mani di un uomo forte. Il che però imporrebbe il bipartitismo e una serie di nuove regole costituzionali per avvicinarsi al modello americano, che è l’unico, almeno fino a Trump, capace di funzionare.

In Italia, la repubblica presidenziale, non casualmente desiderata da una destra di origine neofascista o comunque da politici con radicamento autoritario, potrebbe invece sfociare in esperienze di tipo sudamericano, favorendo addirittura il ritorno dei militari in politica.

Inoltre, piaccia o meno, il repubblicanesimo in Italia ha antipatiche tradizioni di guerre civili, interne ed esterne, come pure di inviti allo straniero, nel senso del “fuori le mura” (il capitano, il podestà, poi signore, principe, re), perché, come “terzo”, pacifichi le fazioni. Come però? Facendosi una fazione propria.

Si dirà che il nostro è un processo alle intenzioni (monarchiche o repubblicane che siano). Che rapporto può esistere tra il telespettatore della diretta da Buckingham Palace e un colpo di stato “monarchico-repubblicano” in Italia?

Probabilmente esageriamo. Però, non si dimentichi mai, che in ultima istanza, come provano storia e sociologia, gli uomini al governo delle leggi sembrano preferire il governo di altri uomini. E in particolare, il governo di uno solo: un cesare carismatico, una specie di padre, o se donna, madre. Un Cesare al quale, ci si può anche ribellare, magari periodicamente, come capita al classico, sociologicamente classico, “figlio prodigo”.

Ma si tratta pur sempre di un’entità fisica – il Cesare – dipinta sul piano dell’immaginario (dell’archetipo collettivo, insomma), come protettrice e salvatrice. Alla quale appellarsi: da Cesare a Mattarella.

O meglio a chi verrà dopo di lui. Però, tra sette anni…

Carlo Gambescia

 
(*) Qui i dati  sugli ascolti televisivi per il 2 giugno : https://newsexplorer.net/ascolti-tv-2-giugno-2022-boom-di-spettatori-per-la-festa-della-repubblica-s1715614.html. Per domenica 5 giugno si veda qui: https://www.superguidatv.it/auditel-gli-ascolti-tv-del-giubileo-regina-e-di-domenica-in-5-giugno-2022/ .

domenica 5 giugno 2022

Guerra in Ucraina. NewsGuard, un utile strumento contro la disinformazione

 


Cari amici lettori oggi segnalo un sito molto interessante che si occupa del monitoraggio delle “narrazioni” russe (diciamo bufale) che ruotano intorno all’invasione dell’Ucraina:

https://www.newsguardtech.com/it/special-reports/centro-di-monitoraggio-della-disinformazione-sul-conflitto-russia-ucraina-oltre-100-siti-pro-putin-e-le-10-false-narrazioni-piu-diffuse/

Linko la versione italiana di NewsGuard (*), che può essere letta anche da coloro che non conoscono la lingua di Shakespeare. Per inciso la terminologia non è del tutto felice: News Guard nella lingua di Dante rimanda a guardia, custode, talvolta sentinella, se non proprio poliziotto. Insomma, a guardia (Guard) delle notizie (News). Va però detto che nella tradizione giornalistica americana la stampa ha sempre cercato di svolgere – una vera e propria idea regolativa – il ruolo di custode della verità.

Comunque sia, reputo il sito, nato nel 2018, molto affidabile (al riguardo si vedano le finestre in Home Page su team e investitori). NewsGuard, a dire il vero, prende in esame anche la disinformazione da parte ucraina. Insomma ne ha per tutti. Quel che però emerge dalla lettura è il predominio della disinformazione russa. Anche perché, rispetto a  quella ucraina, dispone di mezzi superiori e molto potenti.

Come esempio di un’ analisi, che non usa algoritmi, si veda lo “smontaggio” della tesi russa sul “nazismo” che dominerebbe la politica ucraina: tesi ridicola ma purtroppo ritenuta vera da non pochi frequentatori dei social:

« BUFALA: Il nazismo, sostenuto dalle autorità di Kyiv, è prevalente nella politica e nella società ucraine.
I FATTI: In Ucraina esistono gruppi radicali di estrema destra e questi gruppi, secondo un rapporto di Freedom House del 2018, rappresentano una “minaccia allo sviluppo democratico dell’Ucraina”. Tuttavia, il rapporto afferma anche che gli estremisti di estrema destra hanno una scarsa rappresentanza politica in Ucraina e nessuna possibilità di prendere il potere. Infatti, alle elezioni parlamentari del 2014, il partito nazionalista di estrema destra Svoboda ha ricevuto il 4,7% dei voti. Nelle elezioni presidenziali del 2019, il candidato di Svoboda, Ruslan Koshulynskyy, ha ottenuto solo l’1,6% dei voti. In quelle parlamentari, Svoboda ha ottenuto il 2,2% dei voti. Svoboda detiene attualmente un solo seggio parlamentare.
Questa bufala va di pari passo con affermazioni false riguardanti un presunto diffuso antisemitismo in Ucraina. Nel 2014, il presidente russo Vladimir Putin ha parlato di una “furia” di “forze antisemite” in alcune parti dell’Ucraina, dichiarazione contraddetta dai rappresentanti della comunità ebraica nel Paese. I leader della comunità ebraica hanno indirizzato una lettera a Putin in cui dichiaravano che le sue affermazioni sull’ascesa dell’antisemitismo non corrispondevano “alla realtà dei fatti”. Inoltre, un rapporto del 2018 del National Minority Rights Monitoring Group, che monitora l’antisemitismo e la xenofobia in Ucraina, ha affermato che il numero di episodi antisemiti nel Paese è diminuito negli ultimi anni.
In un discorso tenuto il 24 febbraio 2022, l’attuale presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky, che è ebreo, si è rivolto al pubblico russo, dicendo che queste affermazioni non riflettono la “vera” Ucraina. “Vi è stato detto che siamo nazisti. Ma come può sostenere il nazismo un popolo che ha perso più di 8 milioni di vite nella battaglia contro il nazismo?” ».

Una precisazione: coloro che invece ritengono che la disinformazione sia soprattutto opera dell’Occidente scorgeranno inevitabilmente in NewsGuard uno strumento propagandistico del giornalismo maistream “servo” dell’Occidente, eccetera, eccetera. L’ultima parola perciò spetta ai lettori. Che giudicheranno, nella maggior parte, secondo un mix, per così dire, di buon senso e preferenze politiche verso l’uno o l’altro dei contendenti.

Ovviamente, quanto più prevale il buon senso, come capacità di distinguere tra ciò che è illogico e ciò che è logico, tanto più le scelte di campo, frutto di pregiudizi ideologici, di regola illogici, risultano ininfluenti.  Purtroppo, non sempre, anzi quasi mai, le cose vanno così.

Una riflessione finale.

Come si sente ripetere, è vero che in ogni guerra la prima vittima è la verità. Perciò “smontare” la disinformazione è importante, ma non decisivo. Infatti, le guerre si vincono sempre sul campo. Purtroppo la verità da sola non basta. Senza un decisivo appoggio militare dell’Occidente l’Ucraina rischia la sconfitta. Le parole, da sole, ripeto, non sono sufficienti. 

Carlo Gambescia

(*) Qui un’intervista a uno dei fondatori, Steven Brill, l’altro è L. Gordon Crovitz : https://zetaluiss.it/2022/04/04/newsguard-disinformazione-steven-brill-intervista/. Qui altre informazioni sul sito: https://it.wikipedia.org/wiki/NewsGuard .

sabato 4 giugno 2022

Se io fossi il direttore…

 


Se io fossi il direttore non titolerei mai: “Putin apre sul grano”, “ Putin, proposta per il grano (“Mattino” e “Messaggero”) , oppure sono “ Sono passati cento giorni: Questa guerra ha stufato tutti, sui social crollano le discussioni sull’Ucraina” (“Libero”) .

L’idea che passa, parliamo di giornali che si rivolgono a un elettore di centro, di centro-destra, insomma che parlano a un elettore moderato, non bellicista già di suo, è che la guerra in Ucraina sia inutile e che in fondo Putin sembra più che disposto a fare la pace. Ergo, “tutti a casa”.

Che dire? Due cose.

La prima. I social sono ondivaghi, è vero. Ma la guerra purtroppo continua: che stufi gente viziata che vuole andare al mare, può anche essere vero. Ma non basta per far cessare la guerra. Un titolo del genere alimenta, per così dire, i livelli collettivi di stupidità divertentistica. E di sicuro non il senso di responsabilità delle persone. Siamo davanti a un titolo stupido che rinvia al populismo mediatico. Nel senso che la gente, anche quando dice stupidaggini, ha sempre ragione eccetera. Hitler seppe cogliere bene l’occasione. Anche Grillo, diciamo, nel suo piccolo…

Seconda cosa. Quanto alla “proposta” di Putin, il titolo è addirittura fuorviante. Perché in realtà l’atteggiamento russo ricorda quello degli ufficiali nazisti, che dopo aver rinchiuso gli ebrei nel campi di sterminio, allungavano, magari di poco, la vita di coloro che potevano tornare utili, in cucina, in segreteria e altre attività lavorative che facevano risparmiare tempo e personale esecutivo ai nazisti. Detto altrimenti, i russi prima hanno messo a ferro e fuoco il porto di Mariupol, ora lo offrono come punto di attracco per garantire l’export di grano via mare. Ammesso e non concesso, che sia ancora agibile. Titolo più fuorviante di così…

Ecco, da un lato la noia che dilaga , si dice, verso la guerra, dall’altro, l’immagine – "Ma sì dai in fondo è un buon diavolo…" – di un Putin ragionevole.

Io, come avrei titolato? “Grano? Putin finge di fare una proposta”. “Sono passati cento giorni: in Ucraina si muore, in Italia ci si annoia”.

Carlo Gambescia

venerdì 3 giugno 2022

Ucraina, a cento giorni dall’invasione russa: parole e fatti

 


I fatti sono sempre più duri delle parole. Se i calcoli di Zelensky sono giusti, la Russia a cento giorni dall’invasione russa controlla il 20 per cento dell’Ucraina. Sicché, entro la fine dell’anno, se la tempistica della conquista non cambierà, la Russia potrebbe controllare il 60 per cento dell’Ucraina, per giungere il prossimo anno al 100 per cento.

I “cervelloni” della Nato, come pure i “geniali” strateghi euro-americani delle “sanzioni, che, come si ripete a pappagallo, “faranno effetto entro l’anno”, ne avrebbero di materiale per riflettere. E invece, si continua a cincischiare, sperando che la Russia si stanchi, che Putin muoia di cancro, che i russi si sollevino in nome di un 1917 liberal-democratico.

E intanto in Occidente la situazione economica peggiora, i prezzi dell’energia salgono alle stelle, i bilanci pubblici rischiano il collasso, l’ inflazione corre sempre più veloce.

Siamo davanti a ciò che abbiamo chiamato strategia della lumaca. O se si preferisce un’altra espressione: del prendere tempo, del minacciare a vuoto, nella speranza che i russi ci ripensino e si accontentino del 20-30 per cento dell’ Ucraina.

Gli aiuti militari occidentali sono al minimo, non si dia retta ai dati in materia, imprecisi e confusi, o ai titoli, altrettanto nebulosi dei giornali occidentali. Anche perché, in ogni caso, manca la fondamentale solidarietà sul campo fra truppe Nato e ucraine: un surplus strategico che potrebbe rappresentare una vera e propria svolta morale e militare. Ovviamente, la Nato – premesso che sarebbe necessaria un’ operazione di trasferimento logistico di truppe dell’Alleanza Atlantica pari alla traversata di Annibale delle Alpi – dovrebbe limitarsi a respingere le truppe russe al di là del confine ucraino. Escludendo ufficialmente, davanti all’Onu, l’uso di armi non convenzionali e qualsiasi volontà di penetrare in territorio russo. Una guerra difensiva in piena regola ma sul campo, per marcare i confini dell’Occidente. Altro che le chiacchiere su missili di Biden con un occhio ai sondaggi d’opinione americani.

Non si vuole questo? Allora si costringa l’Ucraina a cedere.

Ciò che invece non si deve più fare è di rimanere con le gambe zuppe nell’acquitrino del non volere la guerra, senza però volere la pace. In realtà, non c’è volontà di battersi, né, ripetiamo, di costringere l’Ucraina alla resa. Sicché i russi hanno compreso benissimo che l’Occidente lascerà fare, facendo finta di voler fare.

Una tragica buffonata. Il cui conto sarà pagato dal popolo ucraino. Ma anche da quello europeo, prigioniero di una stretta economica sempre più soffocante. Che il popolo russo, abituato a un basso tenore di vita, non teme affatto. E i suoi governanti lo sanno, anzi addirittura se se fanno forti.

Altri cento giorni e mezza Ucraina potrebbe finire sotto controllo russo, pronta per essere russificata. Una nazione sfortunata che vedrà la sua popolazione deportata, secondo il copione già visto all’opera nel 20 per centro dell’Ucraina già conquistato. Copione storico che risale agli Zar.

In realtà, dietro Putin, “l’orco cattivo”, come lo dipingono i mass media occidentali, si scorgono un blocco ideologico-reazionario e una macchina militare lenta ma che cammina, magari piano, ma che cammina.

Pertanto che Putin sia malato di cancro o meno, nulla toglie nulla aggiunge al diesel ideologico-militare russo. Quindi se anche Putin venisse a mancare, la politica estera russa non muterebbe. Anzi, il suo posto potrebbe essere occupato da qualche generale ancora più determinato.

E poi, che razza di strategia politico- militare è quella di attendere la morte di Putin?

Un’ultima cosa. La strategia della lumaca dell’Occidente, favorisce quella disinformazione in cui i russi sono maestri. Un ricorrersi di menzogne e di mezze verità, come ad esempio sullo sminamento del porto di Odessa o sui bimbi ucraini interrogati e deportati (se ci si pensa bene, in Spagna i comunisti russi fecero la stessa cosa con gli orfanelli spagnoli). Un susseguirsi di menzogne, sapientemente studiato, dicevamo, che rischia di incidere, e pericolosamente sul morale degli ucraini e degli europei. Inoltre, se l’opinione pubblica europea mostra qualcosa di più delle classiche prime crepe, quella americana, per ora è contraria a una guerra di terra. Anzi appare completamente ripiegata, diremmo addirittura inginocchiata, su questioni interne.

Però – ecco la verità dei fatti che si vendica – ogni giorno che passa la Russia consolida e accresce le sue posizioni in Ucraina. Alla fine dell’anno, quando le sanzioni economiche, come ripetono i cervelloni della Nato e dell’Ue, dovrebbero dare i primi frutti, si rischia invece che la Russia sia già arrivata a Kiev.

Carlo Gambescia

giovedì 2 giugno 2022

La Repubblica degli italiani...

 


Ieri l’amico Carlo Pompei a proposito del mio articolo sul fallimento politico di Berlusconi – in sintesi: ottimo imprenditore, pessimo politico (*) – ha posto una questione molto interessante su cosa si aspettavano gli italiani dal Cavaliere, soprattutto i suoi elettori, i dipendenti e i tifosi del Milan.

La risposta, se ho capito bene, è quella di vivere tranquilli. Il classico pane e lavoro. E pure qualche divertimento.

Era ed è, parlo degli elettori, un programma politico? No. Diciamo che la politica, come partecipazione informata ed equilibrata – antico sogno liberale – resta una specie di utopia, soprattutto nella società di massa. Non bisogna mai aspettarsi troppo. Di qui, la norma da seguire per ogni “buon” politico. Quella dell’agire con lo sguardo rivolto verso il comportamento della gente normale: un agire che si riduce all’apprezzamento e alla pratica del voler vivere tranquilli. Come? Perseguendo gli affari propri. Come tutti gli altri. Quindi, impolitico Berlusconi, impolitici gli italiani. Furbetto lui, furbetti gli italiani. Per la serie, ogni popolo ha i politici che si merita.

La chiave di Pompei è interessante, perché rinvia all’antropologia dell’italiano medio. Va sviluppata.

Oggi è il 2 Giugno, Festa della Repubblica. Ecco, cosa si aspettavano nel lontano 1946 gli italiani dalla Repubblica? Per i professori comunisti, socialisti e cattolici della Costituente la Repubblica era una specie di via privilegiata al socialismo e al solidarismo: la Costituzione non recita forse che la Repubblica è fondata sul lavoro? Non si delimita il concetto di proprietà privata ancorandolo strettamente all’interesse pubblico? La stessa guerra, di principio, non viene ripudiata? Solo per limitarsi a tre punti fondamentali

Pertanto gli italiani, cosa si aspettavano dalla Repubblica? Pane e lavoro. E mai più morire per Danzica (oggi si direbbe per Kiev). Vivere per sempre come innocenti bambini, magari un poco egoisti…

Le stesse cose che poi gli italiani hanno chiesto a Berlusconi. Insomma di vivere tranquilli. Però, la Costituzione racchiude elementi di socialismo, non presenti nel programma politico di Berlusconi, che invece si proclamava liberale, dando, temporaneamente, ascolto ai professori liberali.

Probabilmente, “un trucco”, come sostengono i suoi avversari, oppure, ipotesi che ha la stessa dignità dell’altra, una “scelta liberale irrealizzata” – il pessimo politico – come noi sostenevamo ieri.

Una cosa però è certa: la gente comune, alla fin fine, non è liberale né socialista, vuole solo vivere tranquilla. Sotto questo aspetto, si dice, inutile complicare troppo le cose. Questa diciamo è l’ipotesi-Pompei su Berlusconi, da noi estesa anche alla Repubblica.

Però, se la si mette così, tra la via socialista e la via liberale non c’è alcuna differenza: per capirsi tra Cavour e Togliatti, tra Giolitti e Nenni. Naturalmente, restano sempre figure di mediazione, magari poco ascoltate, come De Gasperi ed Einaudi.

Con Einaudi si giunge alla soglia degli anni Sessanta. Dopo di lui, anzi dopo di loro, non vi è stato alcun politico liberale di simile levatura. L’Italia è scivolata lentamente verso la poltiglia ideologica welfarista: un formula spandi e spendi, basata, tecnicamente, sulla correlazione tra spesa pubblica e consenso elettorale, un mix velenosissimo che ha saldato l’ Italia legale a quella reale, dissestando però in modo irreparabile le finanze pubbliche.

L’Italia Repubblicana – per dirla con Giolitti, che qui in fondo sbagliava: nessuno è perfetto… ha cucito su misura un abito per un gobbo. Di qui la gobba welfarista, che tanto piace agli italiani. Si dice il fascismo, eccetera. Ma Mussolini, non viene ancora oggi ricordato con gratitudine, sebbene mescolando realtà e fantasia, come l’inventore dello stato sociale?

Per tornare a Berlusconi, ma anche alla Repubblica, al di là delle questioni antropologiche (il “carattere” degli italiani eccetera), esiste una deriva storica, legata alla natura di “latecomer” ( “ritardatario”) dell’Italia nel quadro delle rivoluzioni liberali europee. Un specie di maligna forza di gravità che rende tuttora gli italiani diffidenti se non addirittura contrari ai valori liberali. Semplificando, al rischio imprenditoriale si preferisce la sicurezza sociale. Di qui, la costituzione semisocialista, le timidezze, se non le paure di Berlusconi, le scomuniche verso i professori, le vittorie dei populismi, eccetera. Frutto di un interessato gioco di specchi tra governanti e governati. Gobba forever.

Il 2 Giugno, in fondo, è la celebrazione di una Repubblica antiliberale, in alto come in basso. Insomma, si è ben oltre il Cavaliere. Che intanto si gode i successi del suo Monza.

Che dire? Ogni italiano, compreso Berlusconi, alla fin fine, ha quel che si merita.

Non è un complimento, né una critica, ma solo una constatazione. Soprattutto nei riguardi del Cavaliere. E del suo fallimento politico.

Dimenticavo, buon 2 Giugno a tutti.

Carlo Gambescia

(*) Qui il mio articolo: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/decostruendo-berlusconi/ . Questo invece il commento di Carlo Pompei, che ringrazio:
“A mio giudizio personalissimo la questione si “liquida” (è proprio il caso) con due domande: che cosa si aspettavano gli italiani da Berlusconi nelle varie fasi e viceversa? Parlo di MEDIASET, FININVEST, MILAN e discesa in campo. Il non conseguito che enunci è corretto, ma a chi interessava conseguirlo?Ai suoi dipendenti e familiari? (migliaia di stipendi in oltre 40 anni). Ai tifosi del Milan? Ai nostalgici di Bettino in stivaloni neri visto da Forattini? A tutti quelli che dicevano di non votarlo ma poi tutti lo votavano? Berlusconi è la cosa migliore che sia capitata all’Italia dal dopo guerra. Ringraziano tutti, beneficiari ed acerrimi nemici, travaglio compreso, all’italiana e alla francese. Avrebbe potuto fare di più e meglio? Sicuramente, ma forse interessava a pochi, probabilmente non a lui, poiché tutto ciò che gli premeva fare lo ha fatto.Anche passare dal Milan al Monza, forse l’unico atto modesto di un grande protagonista del panorama politico sociale. Che alla fine ha scontentato tutti, ma non se stesso, come a dire che ognuno sceglie come e se passare alla storia.Per chi dovesse equivocare, non sono, nell’ordine:milanista, monzese, lombardo, berlusconiano, stipendiato, tesserato, etc., etc”.

mercoledì 1 giugno 2022

Decostruendo Berlusconi

 


La promozione del Monza in serie A, che appena quattro anni fa giocava in serie C, è passata quasi inosservata. Certo, negli ambienti sportivi si è commentato. Negli altri, soprattutto politici, la cosa è passata in cavalleria. Probabilmente a causa dell’interdetto della cultura di sinistra, egemone sui mass media, che pesa come la lama di una ghigliottina su Silvio Berlusconi: nemico dei lavoratori, fascista, mafioso, corruttore, puttaniere e quant’altro.

Ecco, piaccia o meno, la vulgata condivisa anche dai bimbi delle elementari. Quella del “Berlusconi oggetto di consumo” come scrivono i sociologi alla moda.

Però, con la conquista della serie A, per la prima volta nella lunga storia del Monza, Berlusconi ha provato ancora una volta di essere un buon imprenditore. Lotito, presidente della Lazio, in diciotto anni, ha vinto alcune coppe del nonno.

Però, va pure riconosciuto, che l’abilità imprenditoriale del Cavaliere, ripetiamo, confermata in numerosi ambiti (in primis quello televisivo e delle costruzioni), ha mostrato di essere inversamente proporzionale alla sua abilità politica. Tradotto, grande imprenditore, pessimo politico.

Decostruiamo il punto. Decostruiamo il Berlusconi politico.

Sì, il Cavaliere, in passato ha vinto, ma non ha mai convinto (per usare un espressione da titolo caldo sportivo d’antan). La rivoluzione liberale di Berlusconi, più volte promessa, non è mai arrivata. Anzi, diciamo pure che non è mai partita.

Il Cavaliere non è stato neppure capace, al di là delle chiacchiere statistiche sui decimi di punto, di abbassare radicalmente la pressione tributaria, non solo agli italiani, ma anche, cosa fondamentale, come vedremo, agli investitori stranieri. Pensiamo in particolare al secondo governo Berlusconi  (2001-2006), pur diviso in due fasi governative (2001-2005; 2005-2006): quando comunque, soprattutto nella prima fase, la più lunga, c’erano i numeri anche in Parlamento.

Per fare che cosa? Per puntare su un’Italia tramutata in paradiso fiscale, o quasi. La tanto evocata “Rivoluzione Liberale”, al di là del folclore ideologico di molti finti liberali, significava intervenire drasticamente, pur nel nuovo quadro dell’euro forte (che premiava le importazioni sulle esportazioni), sulla macroeconomia degli scambi sull’estero, alzando più in alto l’asticella dei movimenti di capitali in entrata e in uscita come pure quella meccanismo importazioni-esportazioni.

Come? Abbassando le tasse e favorendo in questo modo potenti iniezioni di capitale estero privato. Investitori stranieri che, allettati dall’idea di benefici fiscali, avrebbero chiuso un occhio anche su un costo del lavoro non proprio basso. Il che avrebbe però rilanciato l’economia italiana, riacceso le esportazioni e favorito al contempo le importazioni.

Si pensi a un gigantesco aumento di capitale dell’ Azienda Italia: con denaro fresco privato e non frutto di indebitamento pubblico. Una svolta epocale: un ciclone di ricchezza, per così dire, si sarebbe abbattuto sull’Italia, sollevando quell’onda virtuosa dei redditi che crescono a vista d’occhio.

Onda miracolosa che avrebbe favorito tutti i ceti, certo, premiando in misura maggiore quelli più in alto, che però promuovono ricchezza, anche per successivo effetto di ricaduta.

Insomma, un circolo virtuoso. E comunque sia, si sarebbe creata liquidità vera, non quella falsa del debito pubblico crescente.

La triste parabola del Ministro degli Esteri Renato Ruggiero, una prestigiosa figura liberale, già direttore generale del WTO, durato in carica sei mesi perché sgradito ai trogloditi economici della Lega (di ieri e di oggi), riassume il più grave errore politico del Cavaliere. Anzi la sua debolezza. L’esatto contrario di una Margaret Thatcher, che sosteneva giustamente l’idea che se non le avesse fatte lei, le riforme, non le avrebbe fatte nessun altro. La Thatcher è entrata nella storia, Berlusconi si è comprato il Monza.

Ovviamente, due dirompenti scelte macroeconomiche, come il radicale abbassamento dei tributi e la rivoluzione del commercio estero, sarebbero andate a colpire gli interessi corporativi dei gruppi di pressione organizzati, imprenditoriali e sindacali, legati a un’economia contrattata nemica del rischio economico. E forse creato pure frizioni con il welfarismo fiscale dell’Unione Europea.

Per non parlare del gigantesco sforzo di razionalizzazione e di modernizzazione, anche mentale, da imporre alla pubblica amministrazione in vista di un afflusso di investimenti esteri da gestire in tempi rapidi.

Berlusconi, in particolare, come detto nel suo secondo governo (2001-2006), non ebbe il coraggio – la vera e unica dote dei grandi statisti – di avviare questa rivoluzione nella macroeconomia degli scambi con l’estero e di sfidare il mostro gelatinoso del corporativismo italiano, sia imprenditoriale che sindacale, costringendolo ad accettare la sfida del grande commercio mondiale. A redditi crescenti il costo del lavoro, diventa questione secondaria: la produzione fa premio sulla redistribuzione, che avviene direttamente tramite il mercato, rendendo così innecessari i patti corporativi, fonti  velenose di rigidità economica.

Qui il suo fallimento, qui i suoi pesanti limiti come leader politico. Tutto il resto è noia, anzi Travaglio, per dirla con un grande filosofo romano del Novecento.

Carlo Gambescia