mercoledì 11 gennaio 2006

Il libro della settimana: Alain de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della ragione mercantile, Arianna Editrice 2006, pp.224, Euro 12,95 .


http://www.ariannaeditrice.it/vetrina.php?id_macroed=691

Va dato atto a Eduardo Zarelli, fondatore dell'Arianna Editrice (www.ariannaeditrice.it), di saper ben scegliere i libri che pubblica. Il suo catalogo, pur non ampio, può vantare tra gli altri, autori come Etzioni, Goldsmith, Sale, Sorokin, Charbonneau, Bonesio e appunto Alain de Benoist.
In particolare, quest'ultimo volume che raccoglie il meglio della più recente produzione teorica debenoistiana, si presenta di grande interesse oltre che di piacevole lettura (grazie anche all'ottimo, come sempre, lavoro dei traduttori).
I temi affrontati dal pensatore francese sono tutti di grande rilievo: la "terza età" del capitalismo; il borghese; la società depressiva"; libertà, eguaglianza, identità; il mito del progresso; ecologia e partecipazione; federalismo. Va però segnalato in particolare un saggio, che senza togliere nulla agli altri, vale l'acquisto dell'intera raccolta (tra l'altro ben prefata dallo stesso Zarelli): quello intitolato "Obiettivo decrescita!". Qui de Benoist, oltre a mostrare come sempre un'ottima conoscenza critica e bibliografica della materia, riesce a focalizzare gli aspetti filosofici e politici della questione.
Per un verso infatti, secondo de Benoist, l'idea di crescita economica permanente, non può non condurre all'autodistruzione del mondo in cui tutti viviamo ; per l'altro verso non si nasconde però due problemi: il primo consiste nella difficoltà intellettuale, se non impossibilità, di far accettare l'idea di decrescita a una cultura politica (a destra e sinistra) restia a criticare, in nome dei sacri valori dell'illuminismo e del progresso infinito, il mito della crescita economica a ogni costo ; il secondo problema consiste nella difficoltà sociologica, se non impossibilità , di mettere in pratica l'idea di decrescita, in una società, che col consenso interessato dei politici, ha trasformato i suoi membri in bambini viziati e annoiati.
De Benoist pone qui un problema fondamentale, prepolitico, evidenziato a suo tempo, da Rousseau: se l'uomo deve essere educato alla libertà. La libertà è qualcosa che si apprende o è innata nell'uomo? E comunque sia c'è la libertà dell'uomo solitario, estraneo all'altro, che vive nella giungla, e la libertà dell' l'uomo, essere sociale e politico, che non può estraniarsi, perché vive in società...
In questo senso: deve l'uomo essere educato alla "decrescita" (se questa appunto è una forma di libertà)? E se sì, da chi? E come?  Rispondere però, come ammette lo stesso de Benoist,  non è facile.  Il quale si limita a  designare  nella democrazia partecipativa e nel federalismo due preziosi strumenti di trasformazione sociale. Dando però così una risposta politica a un problema prepolitico. A meno che, e su questo sarebbe interessante un suo commento, il pensatore francese non consideri la democrazia partecipativa e il federalismo, strumenti "prepolitici": una specie di patrimonio antropologico, che l'uomo può riscoprire, senza necessariamente sottoporsi a un "processo educativo" alle "libertà partecipative e federali", imposto dall'esterno... 

Carlo Gambescia

martedì 10 gennaio 2006

Harry Potter 

e l'ideologia delle libere professioni 



Il successo mondiale della saga di Harry Potter può essere studiato a due livelli.
Il primo livello riguarda l'esame dei meccanismi editoriali e mediatici che hanno trasformato una delle tante storie per ragazzi in una macchina per fare soldi: un processo, come per altri "prodotti" simili, legato al nesso consumistico libro-film-gadget. Niente di nuovo sotto il sole.
Il secondo livello, quello più interessante, riguarda invece il tipo di messaggio che i libri di Harry Potter "inviano" a un pubblico di adolescenti, e di riflesso a genitori e famiglie. Si tratta di "segnali" molto rassicuranti, "law and order". E che non hanno nulla a che spartire con le accuse mosse alla Rowlings di scrivere libri "intrisi di magia".
Dietro l'intera saga, infatti, non c'è come ideologia-guida la celebrazione della magia ma il culto del "professionismo liberale", quello un tempo veicolato dalle storie a fumetti di Walt Disney: dello "studia sodo, preparati, scegli una professione, molto remunerativa, e divieni esercitandola un pilastro di quella stessa comunità, che fornendo gli "strumenti" di studio (scuole e università), ti ha concesso di diventare uno stimato professionista" . Che poi in realtà nelle nostre società la selezione delle élite segua altri percorsi fiduciari e clientelari, e che spesso funzioni al contrario, provocando sfruttamento, nevrosi, fallimenti, rabbia e violenza, poco importa... Il ruolo di una "ideologia-guida" è quello di fornire un modello di comportamento, come dire, a prescindere dalla realtà effettuale.
Harry Potter è un aspirante mago, professione ben remunerata, e che sicuramente, poiché rivolta al bene, gode della stima della comunità. Inoltre la scuola di Hogwarts, è aperta a tutti (anche ai figli dei "babbani", dei "non maghi", ma anche ai figli dei maghi poveri: ecco un esempio di interclassismo che piacerebbe a un Rawls (sinistra liberale). E che non sarebbe sgradito neanche a un Hayek (destra liberale), dal momento che per accedere a Hogwarts si deve dimostrare di poter raggiungere i più alti livelli di eccellenza: Harry Potter e i suoi compagni di corso, sono perciò scelti perché, già possiedono tali qualità, a prescindere dalla "classe sociale" di appartenenza. E nei sette anni di studio, a poco a poco, i "maghetti" oltre a scoprire di possederle, acquisiranno quell'idea di "professionismo", che una volta diventati "maghi" li renderà a un tempo eguali e diversi: eguali all'interno del gruppo sociale dei maghi (pur nel rispetto delle gerarchie interne) ma diversi, perché professionalmente qualificati, rispetto al resto (e alla "media") della società. Ma al servizio di quest'ultima, nei termini, di uno gnosticismo (in senso sociologico però, come elitismo politico-sociale), a fin di bene...
Si tratta, insomma, di un messaggio socialmente conservatore, che non ha nulla di rivoluzionario. Con in più quel "pizzico" di individualismo, anarchicheggiante, che segna certe improvvise decisioni di Harry Potter ( prese sempre a fin di bene), che piacerebbe al versante anarchico-libertario del liberalismo contemporaneo (non tanto a un Nozick, quanto un Walter Block).
Di qui perciò la volontà mediatica, già intrisa ideologicamente di professionismo liberale (senza per questo parlare di complotti), di dare massima diffusione a una "saga" che indica ai dodicenni, coniugando abilmente "evasione" e consenso, come unica strada percorribile, quella che va verso Hogwarts: quella della divisione sociale e liberale del lavoro. E quindi  del  capitalismo come il migliore dei mondi possibili.

Carlo Gambescia

lunedì 9 gennaio 2006

La "diversità" della sinistra 
secondo Eugenio Scalfari



Su "Repubblica" di ieri, Eugenio Scalfari, ha spiegato perché la sinistra è "superiore" o "diversa" dalla destra.
Ora, sul problema specifico delle differenze tra destra-sinistra, sono stati scritti moltissimi volumi, e sarebbe inutile, e presuntuoso affrontare qui l'argomento. Anche perché quel che emerge, "oggettivamente" dalla articolessa di Scalfari, al di là di alcune banalità moralistiche da "salotto televisivo" (su Berlinguer, Craxi, Berlusconi, eccetera), è la sempre più evidente, non diversità, ma identità tra destra e sinistra, in particolare sul piano governativo, e soprattutto su quello della politica economica. Perché?
Se c'è una "diversità", o "superiorità" della sinistra nei riguardi della destra, in particolare quella conservatrice, liberale e liberista, questa è rappresentata dal controllo politico dell'economia. Per tutto il Novecento, ma si potrebbe risalire ideologicamente al socialismo e alla democrazia post-Rivoluzione Francese, la sinistra si è caratterizzata per il tentativo (introduzione del welfare, delle tutele sul lavoro, della programmazione economica, eccetera), di sottrarre, attraverso la "decisione politica", il lavoro e la "domanda" alla mercificazione prodotta da un mercato sempre più aggressivo e dominato da un ristretto numero di imprese. Un tentativo riuscito, come prova il cosiddetto "Glorioso Trentennio" ( grosso modo,1945-1975)
Questa situazione è cambiata negli anni Ottanta del Novecento, con l'arrivo della "rivoluzione neoliberista", che alle politiche imperniate sulla domanda, e quindi sulla tutela del lavoro, ha sostituito politiche basate sull' offerta e sulla difesa dell'impresa.
Il principio, tutto liberista, che da allora si è imposto, è quello che mercato - e dunque l'impresa, il cosiddetto lato dell' offerta- avrebbe la forza di farcela da solo (nel senso di produrre crescita economica e sviluppo sociale), a patto che lo si lasci operare, libero da qualsiasi vincolo sindacale e welfarista.
Ora, Scalfari, nella terza parte del suo lungo editoriale, propone alla sinistra, come segno di "diversità" e "superiorità", rispetto alla destra, quello di mostrare di aver capito i nuovi tempi, scegliendo di occuparsi proprio della "riforma del mercato del lavoro", della "riforma del 'welfare' e, soprattutto la riforma dell'offerta di beni e servizi".
Insomma, di abbandonare ogni progetto di controllo politico dell'economia e di praticare, come fa attualmente la destra conservatrice e liberista, una "politica dell'offerta" attenta solo alle esigenze delle imprese, o al massimo, al rispetto delle famigerate "regole" del gioco (certo, "regole" che la destra spesso elude, ma che in quanto tali, fanno però parte, è bene ricordarlo, di quella che Marx chiamava la "sovrastruttura giuridica"...).
E in questo, consisterebbe, secondo Scalfari, la "diversità" o "superiorità" della sinistra...

Non è necessario aggiungere altro. 

Carlo Gambescia

sabato 7 gennaio 2006

 Chàvez "l'autocrate competitivo"




Il "pensiero unico" ruota intorno a tre precisi assiomi: occidentalismo (nel senso di "filo"), filoamericanismo, filocapitalismo. L' uno rinvia agli altri e viceversa: chi è occidentalista non può non essere anche filoamericano, visto che gli Stati Uniti sono il braccio militare ed economico dell'Occidente, e chi è filocapitalista, non può non essere pure filoamericano e occidentalista, visto che gli Stati Uniti sono l'esempio più riuscito ed eclatante di capitalismo. E così via.
Ovviamente, per i seguaci del "pensiero unico", soprattutto quando si tratta di combattere gli avversari, vale il contrario: chi è antiamericano è anche contro l'occidente e soprattutto contro il capitale. Per farla breve in ogni anticapitalista c'è un nemico del mondo occidentale, e in ogni nemico del mondo occidentale un anticapitalista.
Da questo punto di vista Hugo Chàvez, il presidente venezuelano, è una specie di avversario ideale, dal momento che le categorie di antiamericanismo, anticapitalismo e antioccidentalismo sembrano essere "tagliate" su misura per lui.
Resta però il fatto che quasi il 60 per cento della popolazione è dalla sua parte. Di qui la necessità per il "pensiero unico", e in particolare per quei media occidentali che ne sono il principale veicolo di diffusione, di aggiornare il lessico della disinformazione, coniando nuove terminologie mediatico-giornalistiche.
Ad esempio, sul "Corriere della Sera" di oggi, nella rubrica "Il Documento", in un lungo articolo di certo Javier Corrales, oltre a usare contro Chàvez, le classiche categorie lessicali del "pensiero unico" (antioccidentalismo, antiamericanismo e anticapitalismo) si cerca di spiegare il favore popolare e l'esistenza di una combattiva opposizione all'ex paracadudista, introducendo una nuova terminologia della disinformazione. Chàvez viene ricondotto nell' alveo di una nuova tipologia ripresa (ma in chiave pragmatica) dalla politologia accademica: quella dell "autocrate competitivo", che a differenza dell' "autocrate temuto" e dell' "autocrate rilassato", ha "abbastanza appoggio [popolare] per poter competere nelle elezioni ma non tanto da sovrastare l'opposizione". Di qui, secondo l'articolista, la "scoperta", da parte di Chavez " di essere in grado di concentrare il potere nelle sue mani più facilmente con una opposizione aggressiva piuttosto che negando il suo diritto a esistere".
Ma come, dove non c'è opposizione, c'è dittatura, e dove c'è opposizione c'è dittatura lo stesso?
Se non è disinformazione questa... 

Carlo Gambescia

giovedì 5 gennaio 2006

Profili/7
Vilfredo Pareto





Suggerire una rilettura di Vilfredo Pareto (1848-1923) non è facile. Per tre ragioni.
In primo luogo, per l'ampiezza dell'opera e soprattutto per la necessità di distinguere tra l'economista e il sociologo. Due aspetti interessanti e complementari della sua opera, ma che richiedono da parte del lettore, o comunque dell'interprete, vaste conoscenze.
In secondo luogo, la sua opera, proprio per l'ampiezza, è priva di organicità, e quindi non è facile indicare da quale libro iniziare a rileggere o leggere per la prima volta Pareto.
In terzo luogo, perché su Pareto, ma oggi probabilmente meno che passato, continua a pesare l'accusa di essere un conservatore, se non proprio un reazionario, sostenitore dell'uso della forza in politica e dunque "cattivo maestro" di crudeli dittatori.
Alla prima questione si può rispondere consigliando di leggere il sociologo. Pareto sosteneva, già un secolo fa, che l'economia ( o il solo homo oeconomicus) da sola non era sufficiente per studiare e capire il perché delle azioni umane. Di qui la necessità, come prova la sua opera, di fondare una "sociologia", che a differenza dell'economia si sforzasse di spiegare anche i comportamenti "irrazionali" dell'uomo. E' inutile sottolineare, alla luce delle "battaglie" antiutilitaristiche di oggi, l'importanza e l'attualità di questo approccio.
Alla seconda questione si può replicare consigliando di partire proprio dalla preziosa raccolta di Scritti sociologici, curata da Giovanni Busino (il massimo studioso vivente di Pareto), Utet, Torino 1966 (www.utet.com/). Dove sono raccolti testi metodologici e teorici (soprattutto articoli), di grande interesse, e veri e propri gioielli politologici e sociologici, ricchi di osservazioni profondissime, come Fatti e teorie (1920), Trasformazione della democrazia (1921) e il gustosissimo Il mito virtuista e la letteratura immorale (1914), testo in cui Pareto fustiga, spesso ridendo, e in certo senso mettendosi sulla scia di Freud, quel finto moralismo di tanti ipocriti castigatori dei costumi, che invece nasconde "altre" inconfessabili, "pulsioni".
Alla terza questione non è facile rispondere in modo netto, dal momento che Pareto, come pensatore realista, ha sempre ammesso che la politica, non è solo dibattito, ma anche contrasto, decisione  e uso della forza. Di qui,  il fascino da lui esercitato su quei movimenti politici che in un'epoca di gravissimi conflitti sociali, economici e militari, come quella apertasi dopo la prima guerra mondiale, avrebbero però ridotto la politica, a differenza  di  quanto sosteneva il pluralista Pareto, al  solo esercizio della violenza fisica. 
Comunque sia, Pareto morì il 19 agosto 1923, in tempo per rifiutare di sottomettere al Senato quei documenti a lui richiesti per la convalidazione della nomina a Senatore del Regno, voluta da Mussolini, appena giunto al potere. Ma sul pensiero politico di Pareto, che sostanzialmente era un liberale conservatore, si consiglia di leggere i due volumi di Scritti politici (1872-1923), curati da Busino (Utet 1974). A Giovanni Busino si deve anche l'edizione delle Opere complete di Vilfredo Pareto, il lingua francese, (Libraire Droz, Genève 1964, in corso di pubblicazione - www.droz.org).

Buona lettura ai "coraggiosi". In tutti i sensi.

Carlo Gambescia

mercoledì 4 gennaio 2006

Il libro della settimana. Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 376, Eruo, 24,00

http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842077176


Che cos' è il liberalismo? Non è facile rispondere. In molti si sono cimentati, e da buon ultimo Domenico Losurdo, storico della filosofia, autore profilico, del quale va ricordato un importante e originale studio su Nietzsche (Bollati Boringhieri 2004, 2° edizione).
Anche questa volta Losurdo ha scritto un libro non comune: una "controstoria del liberalismo" che va dalle origini seicentesche alla prima guerra mondiale. Si tratta - e in ciò è l'originalità dell'approccio, ma anche il suo preciso limite - di un storia del liberalismo basata, a giudizio dell'autore, sul contraddittorio rapporto tra la teoria e la pratica liberali.
Come si può, si chiede Losurdo, riferendosi al colonialismo inglese e all'imperialismo americano (le due potenze "liberali per eccellenza) conciliare libertà e schiavitù? Lo si può, ma solo a prezzo, ecco la sua tesi, di privilegiare due spazi politici: quello sacro, riservato alla comunità dei liberi ( i "signori", i "bianchi" gli unici in grado di capire, gestire ed apprezzare la "libertà" in tutte le sue forme); e quello profano, riservato alla comunità dei "non liberi (i "servi", gli schiavi "neri", i "pellerossa", i messicani, i popoli coloniali, incapaci "razzialmente" di autogovernarsi). In certo senso, anche se l'autore non lo ammette direttamente, le guerre "liberali" americane di oggi, non sarebbero altro che una rivendicazione di quello "spazio sacro" che riunisce e santifica i popoli liberali dell'Occidente, gli unici, appunto, in grado di apprezzare, e mettere a frutto la "libertà liberale".
L'intero libro è costruito sulla ricerca, come dire, delle "pezze d'appoggio" storiografiche per comprovare questa tesi. E Losurdo, è così bravo ed erudito, che riesce a individuare in ogni autore liberale, grosso modo, da Locke a Hayek il passo o la citazione "giusta".
Ma purtroppo, da questo tour de force erudito, emerge anche quello che è il limite del libro . Infatti l'accento, troppo stretto, posto sul rapporto teoria-pratica, se per un verso gratifica il lettore di "palato grosso", quello che ama sentire parlar male del liberalismo, per l'altro scontenta il lettore più attento, quello che, anche se non apprezza il liberalismo, ama le ricostruzioni teoriche e storiche accurate.
Il limite evidente del testo è appunto di non delimitare prima teoricamente e storicamente il liberalismo, tracciandone poi un ritratto fedele e completo, ma di usare, "parti" della sua teoria e storia (che possono essere benissimo contestate, basta sfogliare qualsiasi altra storia del liberalismo a partire da quella classica e insuperata di Guido De Ruggiero...), collegandole a una "certa"pratica liberale che "deve" comprovare la tesi che si vuole dimostrare . Ignorando però (e non importa se consapevolmente o meno), che spesso storicamente le idee non trovano gli uomini "giusti" sulle quali camminare, o ne trovano solo pochi... Una constatazione che lo storico deve sempre fare, se non vuole ricadere nella partigianeria.
Un solo esempio, conclusivo: che senso avrebbe scrivere una storia del marxismo, (cosa che tra l'altro è già stata fatta da Leszek Kolakowski) estrapolando passi da Marx, Engels, Lenin e altri autori minori per spiegare gli orrori di Stalin e la costitutiva pericolosità dell'ideologia marxista? Nessuno. E lo stesso dovrebbe valere per il liberalismo, come per altre ideologie. O no? 

martedì 3 gennaio 2006

Il problema energetico 
tra sviluppo e decrescita





La disputa, per il momento politica ed economica, tra Russia e Ucraina, sul prezzo del gas, potrebbe rappresentare l'occasione per riflettere non tanto sul problema della dipendenza energetica, quanto sull'attuale modello di sviluppo.
Tuttavia è piuttosto difficile che ciò avvenga negli ambienti politici ed economici europei e italiani. Al massimo si aprirà il solito dibattito, come ad esempio già sta avvenendo in Italia, sulla necessità o meno di passare o tornare "al nucleare".
Si dà per scontato che lo "sviluppo" abbia bisogno di quote crescenti di energia, e che le uniche risorse impiegabili siano quelle tradizionali (a cominciare dal petrolio e dai gas naturali lavorati), oppure che l'unica alternativa sia quella di un impiego massiccio dell'energia nucleare. Altre forme di energia "pulita" (eolica e solare) sono invece ritenute di scarsa utilità e di difficile impiego su ampia scala.
A frenare l'introduzione di energia "pulita" è soprattutto l'idea di uno sviluppo economico infinito. Quando si propone un' alternativa, come quella dell'impiego su larga scala dell'energia eolica ("pulita"), ci si sente rispondere che la fase di transizione sarebbe troppo lunga, difficile da gestire, dal momento che i costi di produzione crescerebbero, colpendo il consumo e rallentando lo sviluppo in misura tale da compromettere il nostro "stile di vita".
Pertanto fin quando si ragionerà solo in termini di sviluppo sarà difficile fuoriuscire dal circolo vizioso più energia, più consumi, più sviluppo.
Sarebbe invece interessante collegare il problema energetico all'idea di decrescita. Se fosse accettata su larga scala l'idea che oggi viviamo al di sopra dei nostri mezzi e che quindi è necessario rallentare o limitare lo sviluppo economico, sarebbe allora possibile aprire, sul piano delle riforme, a una fase di transizione, più o meno lunga ma "dolce", verso un sistema economico basato esclusivamente sull' energia "pulita". E questo prima che la situazione mondiale già segnata da gravi conflitti per l'acquisizione di risorse energetiche "sporche" possa degenerare ulteriormente.
Certo, come si è già notato, passare dalla "teoria alla pratica" non è assolutamente facile. Esistono interessi acquisiti, egemonie culturali"sviluppiste", schieramenti geopolitici, alleanze economiche, complicità segrete che non possono essere superati facilmente.
Sarebbe perciò già importante sollevare il problema, discuterne ( e magari lavorare a esperienze-pilota sul piano organizzativo e produttivo), almeno tra chi non condivide l'attuale modello di sviluppo. 

Carlo Gambescia