domenica 7 novembre 2021

LA MORSA

 

La morsa, come senso di oppressione, di tormento, sono in pochi  ad avvertirla.

La paura  di ammalarsi, il conformismo, quindi il timore si esprimere pubblicamente il proprio pensiero, l’egoismo individuale mal diretto, magari  verso lo  smart working e una socialità dolciastra mediata dai social,   sono  autentici ostacoli cognitivi.  Ammesso e non concesso che gli uomini al credere preferiscano il capire.  

Sono tutti moventi  psicologici e sociali che  spingono verso una sola dimensione:  quella dell’autodisciplina, che può tuttavia trasformarsi in un tempo, neppure troppo lontano,  in  servitù volontaria.  In qualcosa di totalitario.

Del resto,  la protesta è ristretta a  gruppi di estremisti: gente  che in fondo non ha nulla da perdere, già nemica del  “sistema”, a prescindere, che coglie l’occasione per fare rumore. Gente marginale,  liquidata,  proprio perché tale,   alla stessa stregua del  tifo violento:  la si lascia sfogare, controllando da lontano e intervenendo in chiave rapsodica  per dare l’esempio.

Manca, per usare un termine alto,  qualsiasi vero anelito di libertà. Sicché la morsa  non si avverte.

C’è  ma non si vede.  I pochi, di regola studiosi e intellettuali,  che  avvertono  i pericoli di questa situazione, nella migliore delle ipotesi  vengono isolati e  liquidati  come “originali”, nella peggiore come i classici "nemici del popolo”.  

Ho raccolto in  un libro le mie  osservazioni, molto critiche,  su ciò può essere definito, l’ “Anno Uno”, il 2020,  della controrivoluzione  welfarista-sanitaria (*).  Non dovrei dirlo, perché poco elegante,  ma il  libro spicca per   valore predittivo.

Gli  sviluppi previsti, sulla base dell’analisi sociologica, si sono puntualmente verificati.  In particolare, la tesi degli automatismi,  indotti dal mimetismo sociale,  per cui la gente obbedisce ai colori.  

Detto altrimenti, siamo davanti, ma amplificata, alla stessa logica delle centraline anti-inquinamento, basate su parametri manipolabili. Estesa alle misure anti-epidemiche, pardon anti-pandemiche.

Come il cane pavloviano, la  gente reagisce, obbedendo al colore. È la tecnica del semaforo rosso:  in pratica, si obbedisce, fermandosi all’incrocio,  senza che nessuna entità fisica  dia l’ordine. I giuristi, con il solito forbito gioco di parole,  la chiamano norma endoattiva. Gentile,  teorico del fascismo, laicizzando Agostino,  parlava di stato in  "interiore homine"...  nobilitando la MVSN, composta di ex squadristi.  

Il punto è che in questo modo  la disciplina, non importa qui come ottenuta,  viene  elevata ad altissima virtù civica.  Obbedire è bello.   

Ma se il rosso semaforico indica un pericolo oggettivo, il rosso anti-epidemico, pardon anti-pandemico, indica un pericolo, tale però  secondo un' interpretazione soggettiva del potere politico, coadiuvato da una scienza istituzionalizzata, che dipende dallo stesso potere politico: un circolo vizioso quindi.  

Insomma, la strada verso il totalitarismo, come macchina politica impersonale sembra essere  più  aperta che mai.

Certo, qualcuno può passare con il rosso, ma la differenza statistica, come noto, è  sempre  a favore di coloro che si fermano all’incrocio. Il che, ripeto, se è giusto per un semaforo  rosso,  diventa  meno giusto per un semaforo epidemico, pardon pandemico.    

Qui, non è solo un problema di  ingiusta  estensione dei poteri dello stato, come ripetono alcuni liberali ridens.

In realtà,  al centro della questione c’è l’atteggiamento del cittadino,  giorno dopo giorno trasformato in suddito, che  obbedisce in automatico, senza bisogno di ordini, come davanti a  un semaforo rosso.  

Perché, in fondo, per la stragrande maggioranza della gente, la libertà è un peso. Tutti si fermano, perché non devo fermarmi anch’io?  In fondo è per il mio bene? Quel semaforo è lì per allungarmi la vita.

Ecco il ragionamento, che resta lo stesso, anche  davanti al semaforo epidemico, pardon pandemico…   

Dico questo, da liberale triste, non ridens.  Impotente, dinanzi alla morsa, sempre più stringente, che soffoca, giorno dopo giorno, la libertà di tutti.

Anche dei passivi, di coloro, e sono  tanti,  che non sanno quello che fanno.

Chi perdonerà loro? Complici inconsapevoli di un potere sempre più oppressivo?      


Carlo Gambescia



(*)  Qui il mio libro, “Metapolitica del Coronavirus. Una diario pubblico”, Edizioni Il Foglio, 2021, postfazioni di Alessandro Litta Modignani e Carlo Pompei:    https://www.ibs.it/metapolitica-del-coronavirus-diario-pubblico-libro-carlo-gambescia/e/9788876068287 .

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