venerdì 17 maggio 2013


Parola di Charles Adams
Chi di tasse ferisce, di tasse perisce



Al di là dei “balletti” politici di questi giorni sull’Imu che, siamo pronti a scommettere, verrà riproposta sotto altra veste, il dato  di fondo è  un altro e ben più pesante:  nell’ultimo quarto di secolo, né destra né sinistra hanno tagliato le tasse.  Anzi...
Evidentemente,  si tratta di una questione strutturale.  Infatti, stando alle agghiaccianti  statistiche, il Novecento può  essere descritto, senza ombra di dubbio,  come il secolo delle tasse,  prima alimentate da guerre e ricostruzioni  e dopo dal mito della giustizia sociale da perseguire  a mitragliate  di prelievo  fiscale.  Una caccia grossa al contribuente che alla lunga non ha potuto non  influire negativamente sull'economia  e  sul sacrosanto  tentativo di   elevare i ceti meno abbienti  grazie all'effetto a cascata della  crescita.
Cosa intendiamo dire? Che il sistema fiscale,  non solo italiano, si è trasformato, per l'economia,  in una palla al piede.  Insomma,  ci siamo ritrovati  nelle grinfie di  un fisco-idrovora a zero sviluppo,   vuoi perché al servizio di voraci burocrazie (la famigerata funzione che sviluppa teratologicamente l’istituzione preposta), vuoi perché  furbescamente nobilitato (il fisco) come portatore  dell’idea di giustizia sociale (idea totalmente astratta e pericolosa dal momento che può essere interpretata nei modi più differenti, contrastanti e fantasiosi). 
In realtà, per farla breve, chi di tasse ferisce, di tasse perisce…  A dirlo, con grande autorevolezza, è  Charles Adams  avvocato,  esperto di diritto tributario,  professore  e storico americano,  autore qualche anno fa di un magnifico libro in argomento tradotto in Italia da Liberilibri (2007, ristampa 2008), casa editrice, che considerata l'elevata  qualità di tutto ciò che pubblica, ribattezzeremmo subito “LiberiBuoniLibri” ( per apprezzarla cliccare su : http://www.liberilibri.it/ ) .




Charles Adams


Il Libro di Adams (per ulteriori informazione sull’autore si veda qui:http://mises.org/media/author/600/Charles-Adams ) ha un titolo invitante: For Good and Evil. L’influsso della tassazione nella storia dell’umanità(http://www.liberilibri.it/charles-adams/52-for-good-and-evil.html  ). Quel For Good and Evil  sta per “nel bene e nel male”.  E qui si scopre  l’originalità - e diremmo anche l’onestà scientifica -   di Adams.  Il quale  non è  un Āyatollāh anti-tasse, come alcuni tendono a presentarlo,  dal momento che da buon realista politico  ammette la necessità delle imposte. Ma, ecco il punto, entro certi limiti. E soprattutto  evitando i due  opposti  estremismi  della regressività/progressività.  Seguiamo il suo ragionamento. «Fin dai tempi biblici, nel contratto matrimoniale la clausola nel bene e nel male non includeva l’adulterio. Non solo si giustificava il divorzio, ma a volte la moglie infedele veniva condannata a morte. Come nel matrimonio, la relazione politica tra uomo e Stato si basa su un contratto, e anche in questa relazione c’è un accordo nel bene e nel male. Inoltre, come in un matrimonio, ci sono dei peccati per cui non ci si aspetta e non si richiede indulgenza. La tassazione rientra in questa categoria. Nella dichiarazione di indipendenza, gli americani giustificarono il tradimento e la violenza perché i britannici stavano “imponendo delle tasse senza il nostro consenso” »(p. 534).




Due sono i percorsi tratteggiati   da Adams in un libro di  seicento pagine, che tuttavia grazie all’eccellente traduzione di Cristina Ruffini,  attentissima a conservare lo stile brillante dell’autore,  si legge in un baleno.
Il primo percorso, per così dire, è di tipo storico-spengleriano. Adams prova,   fornendo una montagna di dati storici  ripresi dai migliori lavori accademici (basta scorrere le note),  come, ciclicamente,  un'eccessiva pressione fiscale conduca  inevitabilmente a  tre  reazioni sociali tipo  con  epilogo (brutto):  schiavitù,  evasione/fuga all’estero, ribellione e, dulcis in fundo, disgregazione politica, economica e sociale.  Insomma,  il libro è  una autentica miniera d'oro:   dalle Monarchie Orientali, passando per la Israele, Grecia e Roma, Cina, Islam,  fino alle gigantesche crisi delle Rivoluzioni Inglese, Americana e Francese che misero fine all'opprimente  fiscalismo dello Stato di “Antico Regime”. Ma non al fiscalismo in quanto tale...
In verità, la riflessione sulle tasse come cronico  fattore destabilizzante - ecco  il suo secondo percorso, non storico ma teorico -   inizia  con l’Illuminismo:  quale reazione al “massacro-sfascio fiscale” (se ci si passa le espressione) de L'état, c'est moi.  Semplificando, il principio difeso dai Lumi  è questo: nessuno può togliere all’uomo ciò che gli è proprio, se non con il suo libero consenso. E anche in quest’ultimo caso sussistono  pericoli.  Perché, come scrive Adams  parafrasando Montesquieu, «gli uomini che vivono in uno stato di libertà, concedono scioccamente ai propri governi il diritto di imporre tasse elevate, cosa che promuove l’evasione fiscale, che a sua volta richiede gravi misure punitive.  È la conseguenza di queste misure punitive  ciò che porta il paese alla rovina» (p. 354). Come appunto si diceva: chi di tasse ferisce, di tasse perisce…
Quali rimedi?  Adams parte da una  constatazione storica:  anche i buoni sistemi fiscali tendono a corrompersi perché «tutti i governi tendono a divenire patologicamente spendaccioni».  A suo avviso, i poteri pubblici  finiscono sempre per  assecondare  un riflesso carnivoro che li spinge irresistibilmente a conformare  «le spese alle proprie brame, e non alle proprie tasche» (p. 569).  Cosicché  suggerisce di separare il potere di spendere da quello di tassare. L’esatto contrario di quel  che  ora  avviene. Parliamo  di Governi che  spendono e tassano al tempo stesso  con  la complicità di  Parlamenti altrettanto spendaccioni.
Secondo Adams  andrebbero introdotti precisi limiti costituzionali alle spese dello Stato e alla progressività-regressività della tassazione. Ma, innanzitutto, servirebbe «moderazione».  Ad esempio, nello stabilire le aliquote, nell’evitare discriminazioni (con esenzioni, privilegi e quant’altro) e   intrusioni nella privacy. Ma in particolare occore un decisivo cambio di mentalità:   l’evasione fiscale non va  considerata  un crimine  penale.   C’è un intero magnifico capitolo (quello sull’Illuminismo, cui abbiamo già accennato), fitto fitto di geniali e ghiotte  citazioni in difesa dell' argomento depenalizzazione: Locke, Montesquieu, Blackstone, Smith. Si legga questo significativo passo,  tratto  dai  Commentaries di Blackstone, eminente giurista inglese del Settecento: «Pertanto si è dovuto far ricorso a punzioni straordinarie per evitarla [l’evasione fiscale, n.d.r]; forse anche punizioni capitali; la qual cosa distrugge ogni equilibrio nella punizione, e mette gli assassini sullo stesso piano di coloro che in realtà sono colpevoli non di un delitto contro le leggi della natura ma solo di un’infrazione positiva” (p. 356).
Con questo termine Blackstone indicava un’infrazione praticamente inventata, e imposta per legge,  dallo Stato  Il vero e unico Dio in Terra dei moderni, al quale sacrificare tutto…  Imu compresa. 

Carlo Gambescia 

1 commento:

  1. Qualsiasi tentativo di stabilire il “giusto” o sopportabile livello della pressione fiscale o di una singola tassa è destinato a naufragare miseramente: ogni tassa è ingiusta non per motivi quantitativi (peso o sacrificio), ma per motivi qualitativi: perché, come dice la stessa parola, non è consentita, ma “imposta”. La rivoluzione fiscale americana non fu solo contro una tassa “troppo alta”, ma contro una tassa “imposta” dagli inglesi. Se la tassa fosse, come auspicabile, il giusto corrispettivo per un servizio reso dallo Stato, cesserebbe di essere tale.

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